GROTTAMMARE – “Luogo dell’orrore”, “operatori che non sanno fare il loro mestiere, selezionati non si sa per quali meriti”. E’ un verdetto senza possibilità di appello la relazione di Davide Faraone, pubblicata sul sito del Partito Democratico all’indomani del sopralluogo del responsabile Welfare e Scuola presso la “Casa di Alice” di Grottammare.

La casa dei sogni aveva una stanza chiamata della crisi. Un ossimoro. La crisi nasce da un pensiero distorto, da un desiderio represso. Si combatte con la parola, con i gesti, con i toni rassicuranti, con distrazioni positive. Certo, necessita di più tempo e pazienza, rispetto a quanto ne occorre utilizzando la stanza. Tutte le volte che uno dei dodici ragazzi del centro aveva una crisi – denuncia Faraone – veniva sbattuto in isolamento. Chiuso a chiave e lasciato lì da solo, fino a quando non avesse ritrovato la serenità. Come nei film, in carcere, il detenuto cerca di scappare, viene catturato e lasciato in gattabuia, digiuno e senz’acqua. Punizione esemplare. Educativa. In quella stanza azzurra non c’era nessuna chiave rossa per uscire, nessuna pozione per diventare più piccola e scappare, nessun pasticcino per diventare più grande e recuperare la chiave. Potevano tentare di aprire la porta, sfinirsi per tentare di buttarla giù. Stremati, non gli restava che sedersi, poi sdraiarsi. Infine, aspettare che qualcuno aprisse e gli consentisse di continuare ad inseguire il coniglio bianco”.

Nel documento, Faraone riporta con tono indignato le dimensioni della cosiddetta “stanza della crisi”: 2 metri e 58 centimetri per 6 metri e 11. “Quattro pareti tinteggiate d’azzurro, nessun quadro, né un tavolo e una sedia. Una stanza vuota, vestita soltanto dall’azzurro delle pareti”.

Un totale di 15,76 metri quadrati, più dei 12 mq minimi imposti dalla Regione attraverso la delibera di giunta numero 1206 del settembre 2003, a cui ha fatto riferimento anche l’assessore alla Sanità, Almerino Mezzolani.

Un atto che prevede la presenza della camera in questione (“per svolgere attività individuali con l’ospite autistico e per gestire eventuali momenti di crisi”), con tanto di indirizzi specifici, ovvero “adeguata areazione ed illuminazione” ed “assenza di punti pericolosi”. Non solo: l’arredo deve essere minimale (“considerando la tipologia di utenza cui va destinata”) e prevedere esclusivamente un tavolo, due sedie, un divanetto, uno o due scaffali con rotelle.

Prosegue Faraone: “I piedi delle sedie e delle poltrone, in quella struttura, sono attaccate con lo scotch, come fossero vagoni di un treno. O così, o ce le lanciano addosso, dicono gli educatori. Non c’è un giardino. Gli utenti hanno un’età compresa tra gli otto e i vent’anni. In tre stanze, tutti insieme, stessi orari, nessuna attività differenziata. Nessuna organizzazione dello spazio e del tempo. Elementare Watson, direbbe Sherlock Holmes. Ho pensato a mia figlia in quei momenti. Ho pensato se tutte le volte che avesse una crisi,che a volte sfocia nell’autolesionismo, la lasciassimo chiusa in una stanza da sola a riempirsi di botte e morsi. Ma come può raggiungersi questo livello di assuefazione? Come si arriva al punto di non accorgersi del dolore altrui? Accorgersi e occuparsi di chi soffre e non sa comunicarlo in modo convenzionale, vale ancora di più. Scovare quel dolore e saper trovare il modo di arginarlo, aumenta in modo esponenziale la sensibilità di un uomo. La stanza è il simbolo della superficialità di una società e di istituzioni che non hanno mai il tempo di occuparsi delle cose che contano veramente”.

Copyright © 2017 Riviera Oggi, riproduzione riservata.
(Letto 5.513 volte, 1 oggi)