SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Pranzo e merenda al costo di 5 euro, oppure il pasto si porta da casa. La proposta compare nell’offerta di un centro ricreativo estivo sambenedettese patrocinato dal Comune: il buono comprende primo, secondo, contorno, frutta o dolce, a cui si aggiunge lo spuntino pomeridiano. Ma chi non vuole usufruire del servizio può tranquillamente muoversi in autonomia.

La cooperativa ha partecipato alla gara pubblica indetta lo scorso maggio, con la quale l’ente rivierasco intendeva istituire l’elenco dei soggetti attuatori per i centri del 2014, stanziando 40 mila euro per i portatori di handicap ed altri 30 mila per eventuali indigenti.

I Diversamente Democratici avevano storto il naso, contestando l’assenza di una richiesta d’esperienza ai partecipanti. Ed è proprio Sergio Pezzuoli ad alzare nuovamente la voce, segnalando il rischio di una disparità di trattamento a scapito dei bambini. “Dove compare il logo del Comune vanno previste delle condizioni minime di uguaglianza”, tuona l’ex Pd. “La mensa è una scelta, tuttavia nella realtà si traduce in altro. Significa che metti i bambini a tavola con opportunità diverse”.

La vicenda ricorda in un certo senso il caso scoppiato a Pomezia alla vigilia delle ultime elezioni europee. Il sindaco grillino Fabio Fucci aveva annunciato l’istituzione di due menu nelle mense delle scuole materne, a partire dall’anno scolastico 2014-2015. Uno prevedeva il dessert, a 4 euro e 40, abolito nella versione più economica di 4 euro. Fucci si era difeso rivelando che erano stati i rappresentanti dei genitori a voler separare le portate, al termine di un percorso condiviso. Ciò non bastò ad evitare le invettive del Pd e di Giovanni Gaspari, che lanciò un monito assai preciso: “A San Benedetto nessuno deve sapere se un ragazzino ha i soldi per sedersi a tavola. A tal proposito, abbiamo tolto i buoni ed istituito le card: nessuno sa se e quanto è carica”.

Pezzuoli sottolinea la bontà dell’iniziativa valida negli istituti e si domanda per quale motivo non sia replicata anche altrove. “Il Comune ci mette il marchio, doveva imporsi e coprire la spesa. Non ho nulla contro la cooperativa, credo alla buonafede. Il pranzo però non va fatto pagare, va concesso gratuitamente a meno che non ci sia una decisione volontaria della famiglia. C’è il pericolo di creare un ghetto che genera maggiore disagio sociale”.

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