SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Piantona l’ingresso della “Casa Del Vento” spalmato sull’antichissimo muro della stessa, aleggiando un invito all’amicizia, all’interscambio e alla condivisione piuttosto che all’ostentata esortazione dal tono minaccioso di starsene alla larga, tipico di tutti i cartelli intimidatori nei confronti di coloro che vogliono entrare abusivamente. Destinatario del messaggio, ogni ladro o aspirante tale che vuol adempire alle sue commissioni di mariolo.

“Gentilissimo Signor Ladro, se dovessi tornare non arrampicarti sulla grata… Potresti farti male. Vieni da me che ti farò scegliere una sculturina di tuo gradimento. Così diventeremo amici. Un abbraccio. – Marcello Sgattoni”.

Si trasgrediscono i confini delle proprietà private, ma è legislativamente impossibile macchiarsi di reato quando si accede a spazi pubblici. Perché la “Casa Del Vento” è appunto pubblica, della collettività, della cittadinanza sambenedettese, del mondo intero se preferite. Chiedetelo al vento, instancabile visitatore della stessa. Una simbologia che ne circoscrive la scuola di pensiero alla base, ossia il costante interscambio tra cittadinanza e le opere all’interno dell’edificio.

“Nel contratto d’acquisto c’è il mio nome – dice lo scultore Marcello Sgattoni – ma il vero proprietario è il vento. Entra dalle finestre, sempre rigorosamente aperte, accarezza le opere al suo interno, sposta gli odori, le emanazioni e i profumi di questa casa, impregnata delle vite di coloro che l’hanno vissuta in passato, adesso imbevuta delle opere di un uomo che di mattino fa il coltivatore, e di pomeriggio tenta di fare l’intellettuale. O viceversa. Dipende dal tempo”.

Dalle porte e finestre blu, con una statua di una sorridente Bice Piacentini che si affaccia a dare il benvenuto nella piazza che porta il suo nome, locazione dove la “Casa Del Vento”, uno degli edifici più antichi di tutta San Benedetto, si erige ad opera architettonica che racchiude in sé opere ideologiche, gli stadi della vita di Marcello Sgattoni, scultore rossoblù da sempre.

Il passato che si ripete ciclicamente, inesorabilmente. Il cervello umano riceve un gran numero di impulsi nei primi tre anni di vita, che andranno a determinare indelebilmente chi saremo da grandi. Il contesto in cui nasciamo ci plasma, ci definisce, ci condiziona e condanna. Ecco perché un consistente numero delle opere di Sgattoni all’interno della casa richiamano all’infanzia. Ciò che è stato non è stato, in quanto non definitivamente passato. E’ ancora, ora e sempre.

“Sono alcune delle sculture che ho creato durante la mia vita. Molte in legno, non le potevo lasciare alla Pietraia, necessitavano di un luogo chiuso per non deteriorarsi. Donne che ho amato, Gesù, ricordi, emozioni, uomini. Ogni opera è un pezzo della mia essenza”.

Imperdibile la sezione dedicata ai politici, dal nome che è tutto un programma: I Marci. Figure umane sofferenti e deliranti, i cui corpi sono incastrati nei tronchi degli alberi. Mesti, turbati da loro stessi, con gli occhi trepidanti in costante agonia.

“Il vero capolavoro non è la scultura, ma l’uomo che l’ha fatta. Nell’arte nulla va disperso, ai nostri occhi materiali si, ma a livello di etere no. Le opere sono eterne, rimangono nello spazio. Le azioni, buone o cattive, restano. Prendi I Marci, per esempio. Sono i politici, che marciscono nel loro marcio. Pagheranno per gli scempi alla povera Italia. Essi non dormono, guardali in faccia, come sono tirati. Fanno cattivo uso della loro poca intelligenza. Non dimentichiamoci mai di cosa disse Gandhi: non ci sarà mai democrazia fin quando al di sopra del politico non ci sia una commissione del popolo per controllarlo”.

La “Casa Del Vento” è aperta a tutti, anche ai ladri come abbiamo accennato prima.

“Entrarono i ladri e rubarono alcune mie composizioni, salendo per la grata. Decisi di mettere quel cartello all’ingresso (citato nella sua integrità ad inizio articolo, ndr). Si presentò un uomo dicendomi che era lui il ladro, e che appellandosi al cartello voleva una scultura. Bene dissi io, però prima ti metto alla prova. Sali sulla grata. Non ci riuscì, e diventammo amici. Spero che la casa resti sempre aperta, a testimoniare che io sono esistito. È una forma di mio personale egoismo nei confronti di San Benedetto , città che amo con tutto me stesso. Non mi sono mai mosso da qui”.

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