SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Un hard disk vivente, costituito di batteri. Una vera sfida per  i dieci studenti universitari di Hong Kong che, quest’anno per la prima volta, si sono iscritti alla competizione internazionale (Igem) per la realizzazione di macchine sviluppate grazie all’ingegneria genetica. La gara si è svolta negli Stati Uniti d’America presso la sede del prestigioso Massachusetts Institute of technology (Mit) di Cambridge dal 6 all’8 novembre.

Alle 130 squadre partecipanti quest’anno è stato consegnato un kit di materiale biologico all’inizio dell’estate sul quale hanno lavorato durante tutta la stagione allo scopo di combinare il materiale ricevuto con del nuovo autoprodotto per costruire dei sistemi biologici e impiantarli in cellule viventi. Un progetto davvero stimolante.

I ragazzi  cinesi, tutti studenti laureandi in Biochimica o in Scienza della nutrizione hanno voluto sfruttare le capacità di adattamento dei batteri anche in contesti poco ospitali per immagazzinare dati e mantenerli disponibili a prescindere dai cambiamenti ambientali. Sono riusciti a memorizzare fino a 93 gigabyte di dati in un grammo di Escherichia coli, contro i 4 gigabyte per grammo dei dischi rigidi tradizionali.

In realtà non è nuovo l’uso di batteri alla stregua di  dispositivi di archiviazione delle informazioni: si fanno esperimenti in tal senso dal 2001. Quello che questi ragazzi hanno introdotto è la crittografia, cioè i dati immagazzinati nei batteri sarebbero anche protetti da chiavi segrete innestate nel Dna degli esseri viventi. Fatto ancor più sorprendente è che le cellule ospiti siano in grado di duplicare i dati che contengono, rappresentando di fatto un modo per garantire la ridondanza e la sicurezza delle informazioni.

Il lavoro in questione si è aggiudicato una medaglia d’oro al Mit e si pone come punto di partenza per lo sviluppo dell’ingegneria genetica applicata all’informatica.

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