La lunga e quasi ineluttabile scia di morte che quotidianamente la cronaca ci propone lascia il posto per un giorno ad un storia di straordinaria speranza: è la vicenda di Pietro Maso, il giovane di Verona che nel 1991, a soli 19 anni, trucidò i suoi genitori, insieme a tre amici, per ottenere la loro eredità.

Quel ragazzo spietato e privo di scrupoli oggi, a 16 anni di distanza, è un uomo riflessivo, consapevole dei propri errori e pronto a “ricominciare”. Lo rivela un incontro tra lo stesso Maso e un consigliere regionale della Lombardia, avvenuto nel carcere di Opera (Milano) dove il “killer di Montecchia” sta scontando una condanna a 30 anni e due mesi di reclusione (uscirà nel 2015).

«Ho sbagliato – racconta Maso – ho fatto una cosa atroce. Oggi cerco di guardare al futuro, penso a costruire una vita quando sarò fuori di qui». Pensieri e parole di un uomo che convive con un macigno insostenibile, il più crudele dei delitti: l’assassinio dei propri genitori. Un peso che Maso non cerca di alleggerire con l’alibi della follia o dell’incoscienza giovanile: «Non è vero che quando commetti un’atrocità non sei cosciente. Sei razionale, eccome, ti rendi conto perfettamente di quello che stai facendo. Dall’inizio alla fine». Oggi il 35enne sta risalendo lentamente dall'”inferno” grazie alla fede: «Ho chiesto perdono, mi sono pentito. Dio mi ha aiutato molto». Un pentimento che ai più potrebbe apparire scontato ma che in realtà rivela la profondità di un percorso spirituale tortuoso e sofferto, per questo più autentico.

Maso si proietta oltre i propri orizzonti personali e si propone addirittura come “sostegno morale” per chi rischia di ripetere i suoi stessi errori: «Voglio aiutare i giovani che rischiano di perdersi in situazioni simili alla mia. Mi scrivono per raccontarmi i loro sentimenti, l’odio verso i genitori, il desiderio di fargli del male o di ucciderli. Io cerco di dissuaderli, dico che è bestiale fare quello che ho fatto io. È un piccolo contributo al disagio enorme che c’è tra loro».

Un efferato omicida che lancia un’ancora di salvezza ai giovani? Perché no? Forse solo chi ha vissuto un’esperienza analoga riesce a toccare le corde giuste per cogliere quel mal di vivere che attanaglia molti ragazzi di oggi.

La vicenda del giovane veronese ci rivela che esiste una seconda possibilità per tutti, anche per chi porta con sè il peggiore degli incubi. Non prima di aver fatto i conti con la giustizia e, soprattutto, con la propria coscienza.

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