SAN BENEDETTO – “Sono vecchio, lo ammetto, ma gli spiriti ben nati non perdono valore con il conto delle estati”. Con uno dei suoi aforismi più efficaci Edgar Morin descriveva il rapporto con la grande età, trasformando la riflessione sulla vecchiaia in un invito a custodire curiosità, vitalità e apertura al mondo. Per anni il filosofo francese ha affidato ai social e ai suoi scritti brevi pensieri fulminanti, capaci di condensare in poche parole una visione profonda dell’esistenza. Quella saggezza, maturata lungo oltre un secolo di vita, è oggi raccolta nel volume Semi di saggezza.
Scomparso il 29 maggio scorso all’età di 104 anni, Morin avrebbe compiuto oggi, 8 luglio, 105 anni. Con lui se ne va una delle figure più autorevoli della cultura contemporanea: umanista, sociologo, filosofo della complessità e instancabile esploratore della conoscenza, ha attraversato il Novecento e il nuovo millennio interpretando i grandi cambiamenti sociali, culturali e politici del suo tempo.
La lezione della grande età
Ultracentenario, il pensatore francese ha mantenuto fino all’ultimo uno sguardo curioso e appassionato sulla vita. Considerava l’esistenza un’avventura aperta all’imprevisto, nella quale occorre saper attendere l’inatteso e continuare a scommettere sull’improbabile. Pur consapevole dei rischi e delle crisi che minacciano il futuro, rifiutava ogni forma di pessimismo paralizzante.
La sua concezione dell’invecchiamento è racchiusa in un altro celebre aforisma: “Invecchiando, lo stelo si infiacchisce, ma le radici si fanno più vigorose”. Una frase che esprime insieme la fragilità del corpo e il rafforzamento dell’esperienza, dei valori e della memoria.
Pur sapendo che, alla sua età, la morte fosse una presenza inevitabile, Morin preferiva concentrarsi sulla vita. “Ho compiuto un secolo e continuo l’opera di sempre: è troppo presto per liquidarmi, imbalsamarmi e chiudermi in un sarcofago”, affermava con ironia. Viveva nel presente, considerando la consapevolezza della fine non come una condanna, ma come uno stimolo a dare significato a ogni giorno.
Per lui vivere significava molto più che sopravvivere. Letteratura, cinema, musica, amicizia e amore rappresentavano risorse essenziali per alimentare la dimensione più autentica dell’esistenza. “È strano sentirsi giovani quando si è anziani”, osservava. Perché se il corpo invecchia, il cuore dei sentimenti conserva una capacità inesauribile di emozionarsi.
Morin ha lasciato anche una vera e propria “ricetta” per invecchiare bene: conservare la curiosità dell’infanzia, le aspirazioni dell’adolescenza e il senso di responsabilità dell’età adulta. Significa continuare a imparare da ogni fase della vita, senza rinunciare allo stupore e alla capacità di meravigliarsi.
Per il filosofo la curiosità doveva essere plurale, inesauribile, aperta ai molteplici aspetti della realtà. A questa si affiancava la gioia estetica, la capacità di riconoscere la bellezza nelle cose semplici e straordinarie della vita quotidiana.
Nel corso della sua lunga esistenza non ha mai perso lo stupore di essere un vivente tra gli altri viventi. Si sentiva parte di una comunità più ampia che comprendeva esseri umani, animali e natura. In questa visione emergeva una sorta di comunione profonda con il mondo, vissuta come esperienza di appartenenza e di reciproca connessione. Per questo definiva la vita fenomenale, strabiliante, incredibile e creatrice.
Le crisi del presente e la speranza dell’improbabile
Tra i pochi rammarichi espressi pubblicamente vi era quello di lasciare il mondo in una fase che definiva di “piena suspense storica”. Guardava con preoccupazione alle grandi crisi ambientali, sociali e geopolitiche del nostro tempo, temendo il rischio di una lunga regressione. Tuttavia non rinunciava alla speranza: l’improbabile, sosteneva, può sempre irrompere nella storia e cambiare il corso degli eventi, nel bene come nel male.
Una delle applicazioni più concrete del pensiero di Morin riguarda il rapporto tra alimentazione, ambiente e cittadinanza. Nel 2004, durante la prima conferenza internazionale “Terra Madre”, dialogò con Carlo Petrini sul futuro del sistema alimentare globale. Oggi quel confronto appare come una sorta di testamento civile.
Morin riconosceva in “Terra Madre” e nel movimento Slow Food esempi di una nuova cittadinanza planetaria, fondata sulla sostenibilità, sulla tutela della biodiversità e sulla valorizzazione delle economie locali. A suo giudizio, questi modelli rappresentavano un’alternativa all’agricoltura intensiva e industriale, responsabile del progressivo impoverimento degli ecosistemi e dell’omologazione dei consumi.
In questa prospettiva, la gastronomia assumeva un valore culturale e sociale ben più ampio del semplice nutrimento. Morin la considerava una disciplina profondamente interdisciplinare, capace di intrecciare tradizioni, relazioni umane, simboli, miti e piacere. Un patrimonio da difendere perché strettamente legato alla qualità della vita e alla costruzione di una società più consapevole e solidale.
L’eredità di Edgar Morin risiede proprio in questa capacità di coniugare complessità e umanesimo, riflessione e azione, realismo e speranza. Una lezione che continua a parlare al presente e a indicare una possibile strada per il futuro.

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