L’ultimo incontro del ciclo ha un’atmosfera diversa dagli altri. Maria Elisa D’Andrea, notaia, siciliana di nascita e sambenedettese d’adozione, candidata civica di centro, entra nel circolo di Ponterotto e saluta. Non lavora la sala come Barboni, non porta la coalizione al seguito come Fede. Riconosce qualche volto tra i presenti, si ferma, scambia due parole.

Ma la serata non è sua, almeno non subito. È il quartiere ad aprire, e lo fa senza troppi filtri.

Le voci si accumulano una dopo l’altra, e disegnano un quartiere che ha superato la soglia della pazienza. Perché la struttura Caritas accoglie solo giovani adulti maschi, e non donne e bambini? Le famiglie non portano più i bambini in parrocchia. I residenti hanno tolto i rubinetti esterni delle fontane perché venivano usati come docce. Qualcuno dorme nei loculi del cimitero scavalcando il cancello e aprendolo dall’interno.

Ha visionato il testamento di Villa Cerboni Rambelli. La posizione ufficiale è che l’intero complesso debba essere adibito a museo secondo le disposizioni testamentarie, e i soldi ci sono già: il 24 aprile l’Ufficio Speciale Ricostruzione Marche ha disposto il trasferimento di 700mila euro, anticipo su un finanziamento complessivo di 3,5 milioni per il consolidamento e il restauro conservativo dell’immobile. La D’Andrea, che il testamento lo ha letto, non è d’accordo con questa lettura: la casa del custode, uno dei caseggiati dell’area, non sarebbe vincolata a quella destinazione. Potrebbe essere adibita, almeno temporaneamente, ad alloggio per alcuni degli ospiti Caritas più meritevoli, contribuendo a decongestionare la struttura attuale. Chi delinque, invece, va allontanato da entrambe le sedi. Per risolvere il problema nel breve termine propone di riportare i servizi Caritas a quelli originali, cioè la somministrazione dei pasti, e dice anche: “la Caritas deve rispettare le regole. Se ci sono fogli di via vanno fatti rispettare.”

Villa Cerboni Rambelli, foto del FAI

Alla domanda: se si trovasse una struttura alternativa, sarebbe possibile trasferire lì gli ospiti delle casette prefabbricate? La D’Andrea risponde che non si può creare un ghetto. Ma è a quel punto che emerge un dettaglio che in pochi conoscevano. L’ex assessore Sanguigni ricorda che in via Calatafimi esisteva una struttura gestita da una cooperativa con fondi statali: 18 posti, servizi di base, funzionante. Fu chiusa a seguito di uno scandalo interno alla cooperativa. Il servizio avrebbe potuto passare al Comune, ma l’amministrazione dell’epoca lo giudicò non prioritario. E fu tolta. Nessuno, fino a stasera, sembrava ricordarselo. Tanti, che ci fosse quella che struttura in centro, nemmeno si erano accorti.

Sul resto del programma: le lottizzazioni incompiute, un altro dei temi fondamentali di Ponterotto si possono risolvere, dice, cercando gli eredi. La macchina comunale va riorganizzata prima di tutto: polizia locale, servizi sociali, uffici. Preferirebbe spendere i soldi per un pool di esperti capaci di intercettare fondi pubblici, piuttosto che in spese ordinarie. Sul presidio fisso di polizia locale chiesto dai residenti, condivide l’obiettivo. Sull’illuminazione, riconosce che ha già cambiato le cose. Non fa grosse promesse la candidata D’Andrea: “Bisognerà fare i conti col bilancio”, sottolinea.

Sulla Bolkestein, un altro tema cruciale con l’avvicinarsi dell’estate, avverte: qualcuno qui subirà decisioni prese altrove. Non entra nei dettagli, non dice chi né in che direzione. Lascia la frase sospesa, come un campanello d’allarme senza risposta. Sui più giovani, “spesso dimenticati dalle amministrazioni precedenti perché tanto non possono votare”: a San Benedetto serve un centro di aggregazione per ragazzi, gratuito e senza alcool.

Via le macchine dal mare: «L’ecomostro può essere una soluzione», dice, riferendosi ad una possibile struttura adibita a parcheggi. Sul punto del programma dell’altro candidato Fede sulla doppia provincia è diretta: “Sarebbe bello, ma non siamo pronti.”

L’ultimo incontro è finito. I residenti ci accompagnano alle auto. Non è un gesto scontato, in un quartiere che la città ha imparato a tenere a distanza di sicurezza nel racconto collettivo. Eppure è così che finiscono queste quattro settimane a Ponterotto: con qualcuno che ti fa luce fino al parcheggio.

Un residente dice una cosa che vale più di qualsiasi programma elettorale: «Devo essere tranquillo di stare al circolo e che i miei figli possano stare in piazza.» Non chiede molto. Chiede quello che in altri quartieri della stessa città viene dato per scontato. Nessuno dei tre candidati ha dato una risposta definitiva su cosa succederà, forse perché una risposta definitiva, probabilmente, non ce l’ha nessuno.

Quello che è emerso in queste settimane è qualcosa di più sottile. Ponterotto non è un quartiere ostile. È un quartiere che ha paura che i propri figli non possano più stare in piazza. È un quartiere che ha lottato per tenere aperto il proprio circolo nell’edificio e ci è riuscito. Si è organizzato quando è sorto un problema e non ha smesso di farsi sentire.

«Non è un quartiere che non accoglie», aveva detto Daniela alla prima serata. «È un quartiere che vuole accogliere, ma con delle regole.»