SAN BENEDETTO  – Il circolo di Ponterotto è pieno. Non è scontato, per un quartiere che porta sulle spalle una reputazione che non si è mai guadagnato del tutto, o almeno, così la vede chi ci vive da sempre. Sedie tutte occupate, qualcuno in piedi, la crostata sul tavolo che aspetta la fine serata. Fuori, Ponterotto è spesso raccontato nei discorsi sulla città come sinonimo di degrado, di margine, di problema, soluzioni da trovare e tensioni. Dentro il circolo prima dell’incontro, stasera, quella narrazione traballa.

Daniela Straccia, presidente del circolo, è nata qui. E non solo: ha fatto le elementari proprio in questo edificio. Quando il Comune ha rischiato di venderlo a privati, il quartiere si è fatto sentire e alla fine l’amministrazione ha scelto di affidare la gestione al circolo di quartiere. Oggi Daniela lo presiede, e al piano di sopra, nella ludoteca comunale che ha preso il posto delle aule, ci giocano i suoi due nipoti. Un cerchio che si chiude.

Ma ora il quartiere non sembra più lo stesso. Non è stata la presenza della Caritas a peggiorare le cose, spiega Daniela, la Caritas opera nel quartiere da molti anni, e per lungo tempo non ci sono stati problemi con i residenti. Cos’è cambiato? Negli ultimi mesi le tensioni con una parte degli ospiti si sono esacerbate: vetri delle auto rotti, episodi di indecenza pubblica

«Non è un quartiere che non accoglie», dice Daniela. «È un quartiere che vuole accogliere, ma con delle regole»

Ponterotto conta circa 600 famiglie. C’è una presenza africana significativa, che Daniela descrive come ben integrata. La soluzione, secondo lei, passa da due cose concrete: lavori socialmente utili per gli ospitati e insegnamento dell’italiano. Non retorica, non emergenza, pragmatismo. E poi c’è il volontariato, che a Ponterotto ha radici profonde: il circolo sostiene una missione in Kenya, dove la dottoressa Micucci si reca periodicamente per assistere i pazienti in campo odontoiatrico.

Alle pareti, oltre alle foto della missione in Kenya, le fotografie dei soci storici — i “regolari”, come li chiama Daniela con una punta d’orgoglio. Qualche mese fa hanno festeggiato il compleanno di un novantenne. Partecipano a lezioni sulla memoria collettiva, portano nelle scuole gli antichi mestieri del quartiere: le retare, i riparatori di reti da pesca, un pezzo di mondo che rischia di sparire senza lasciare traccia. Ad ogni torneo organizzato dal circolo, il ricavato va interamente in beneficenza. «Ma abbiamo bisogno di cambiamento generazionale!», dice Daniela.

Poi si entra nel vivo, quando prende la parola Giuseppe Barboni, uno dei potenziali candidati alle prossime elezioni comunali, famiglia agiata originaria proprio di queste parti, ci tiene a precisare che di questa agiatezza non ne ha mai approfittato. Ha scelto la strada più impervia: la Scuola Navale Militare Francesco Morosini, uno degli istituti più prestigiosi e selettivi d’Europa. Lì è diventato cultore delle arti marziali e delle discipline da combattimento, pugilato, lotta greco-romana, MMA. «Tutti i giovani dovrebbero fare almeno un anno di leva militare», ha dichiarato in una recente intervista. «Aiuta a maturare una sana cattiveria, ad aumentare la voglia di fare, di sacrificarsi, di costruire, di arrivare».

Il candidato entra con un programma preciso e un’ambizione dichiarata: trasformare San Benedetto nella Forte dei Marmi dell’Adriatico. L’idea centrale è: creare il brand SBT. «Si deve creare il prodotto allettante, magnetico, perché nessuno fa niente per niente. San Benedetto deve diventare una città attraente, ripete. La Sambenedettese come squadra vale poco, ma come brand, con un tifo da 10.000 persone, vale tantissimo. Ho contatti con Robert De Niro, Andy Garcia, li inviterò a San Benedetto. Rifarò tutti gli asfalti. La sicurezza va affidata a un servizio privato gestito con «ferma durezza». Idee anche per lo sport: un evento al mese, un paniere variegato di discipline, tre sport da sviluppare per creare un circolo virtuoso di visibilità e indotto.

I fondi? Arriveranno dai privati, attratti dal marchio SBT. “Non sono interessato ai fondi pubblici. Tempi troppo prolissi.”

«La città è in decomposizione», dice Barboni. Deve tornare a splendere, meglio degli anni Ottanta. Perché il suo slogan non è Make SBT Great Again: è Make SBT Great, senza again. «Grande non lo è mai stata», precisa. The Iron Mayor for the Diamond of the Adriatic, dice ancora. Il sindaco per il diamante dell’Adriatico.

La serata non finisce senza una domanda scomoda. Gli chiedono delle liste: perché non le ha ancora consegnate? “Sono pronte già da gennaio-febbraio“, dice Barboni. Caccia il telefono e mostra una foto ma glissa sui nomi. La squadra di governo? Snella. «Come l’Italia dell’82»

Le proposte oscillano tra il fattibile e il visionario, tra la promessa concreta e il sogno a lungo termine. Ma il pubblico rimane lì, presente, a discutere fino a tardi. Anche chi è venuto con le braccia conserte finisce per intervenire, per replicare, per chiedersi ad alta voce se ci crede davvero o se vuole solo crederci. «Però almeno lui ci crede», dice un signore con la giacca della Sambenedettese.

Tre ore in un circolo di quartiere, di sera in un giorno feriale, non sono poca cosa.

Barboni parla spesso di politica come di una partita a scacchi. Ma guardandolo lavorare la sala, per tre ore filate, l’immagine che viene in mente è un’altra: più un incontro di pugilato che una partita a scacchi. Si tira, si para, si incassa, si risponde. Si costruiscono contatti e simpatie in tempo reale, si leggono le facce, si cambia registro a seconda di chi si ha davanti. Il suo carisma è difficile da negare: anche i più scettici in sala restano agganciati.

La signora Daniela taglia la crostata. La serata si chiude come si era aperta, con la sensazione che Ponterotto abbia molto più da dire di quanto la sua fama lasci intendere.