SAN BENEDETTO – Con sincerità e serenità: io non ci capisco più nulla. Accadono cose che lasciano allibiti, non solo nel mondo ma anche nel nostro territorio.
Non avremmo voluto parlarne, né tantomeno pubblicare certe immagini, ma gli episodi che stanno precedendo il prossimo derby del Piceno meritano un chiarimento. Ci riferiamo alle scritte offensive comparse in questi giorni sia ad Ascoli che a San Benedetto, che hanno contribuito a rendere ancor più tesa un’atmosfera già difficile.
Una rivalità antica, quella tra le due città, che affonda le radici nei decenni scorsi, quando la costa — e San Benedetto in particolare — crebbe rapidamente in popolazione, economia e turismo, mentre il capoluogo provinciale conservava un ruolo dominante a livello politico e amministrativo. Un confronto spesso impari, ma sempre rimasto entro i confini della dialettica, senza degenerare in odio o violenza.
Fu lo sport, e il calcio in particolare, a trasformare questa contrapposizione in rivalità. Negli anni, purtroppo, non sono mancati episodi spiacevoli: l’invasione di 500 tifosi rossoblù allo “Zeppelle” nel 1970, o il famoso lancio di arance con lamette negli anni ottanta. Fatti da condannare, come vanno condannati tutti quelli avvenuti da una parte e dall’altra, senza cercare attenuanti o differenze di gravità.
Oggi, invece di imparare dal passato — e da tragedie come quelle che hanno coinvolto l’ascolano Nazzareno Filippini o, più recentemente, un autista ucciso da tifosi del Rieti dopo una gara di basket — l’odio torna a manifestarsi sui muri delle nostre città.
Ciò che però desta ancor più amarezza è la mancanza di equilibrio informativo. Il quotidiano regionale più diffuso nelle Marche, nella sua edizione odierna, ha dedicato una pagina intera alle scritte apparse ad Ascoli, con tanto di foto, commenti e giudizi, senza il minimo accenno a quelle — ugualmente gravi — comparse a San Benedetto.
Un’assenza che costringe noi, seppur controvoglia, a ristabilire la verità dei fatti pubblicando entrambe le immagini.
Perché le offese non hanno una sola matrice, e perché è giusto ricordare che lo sport, se davvero vuole unire, non può permettersi figli e figliastri.

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