Prima parte
ACQUAVIVA PICENA – Borgo arroccato sulle colline marchigiane, è conosciuto non solo per la sua storia medievale, ma anche per una tradizione antica che ancora oggi vive: l’arte delle pajarole.
Un sapere che unisce paglia, vimini e canne in intrecci armoniosi, trasformandoli in cesti, utensili e piccole opere d’arte.
Abbiamo avuto il piacere di parlare con la signora Mimma Massicci, insegnante di scuola primaria e una delle custodi di questa singolare tradizione, nonché socia dell’Associazione Terra Viva di Acquaviva Picena, presieduta da Filippo Gaetani.
Mimma ci racconta di aver imparato a realizzare le pajarole osservando le tante donne che, durante la sua infanzia e adolescenza, lavoravano la paglia sedute fuori dai portoni di casa, lungo le vie del paese:
“Noi bambine, tra un gioco e l’altro, osservavamo le donne che intrecciavano vimini, canne e paglia, e così abbiamo imparato quest’arte semplicemente guardando. Ho imparato dalle vicine di casa, osservandole. Nelle vie del paese c’era un clima festoso: i bambini correvano e giocavano, gli anziani raccontavano storie della loro vita che ci affascinavano.”
Poi aggiunge con un velo di malinconia:
“Oggi invece le strade si sono svuotate.”
Mimma ci ha spiegato anche che oggi è difficile reperire il materiale necessario per realizzare questi manufatti. La paglia, ad esempio, deve essere rigorosamente tagliata a mano: se tagliata con la mietitrebbia, si rovinerebbe e non potrebbe essere utilizzata per la lavorazione.
Servono inoltre dei filamenti chiamati crolle che si ottengono dal vimine – in dialetto lu veng – una pianta che cresce nei fossi, a circa 500 metri sul livello del mare. Questa pianta deve essere potata ogni anno, altrimenti perde la sua flessibilità e, come dicono gli anziani, “imbastardisce”.
“Noi siamo fortunati,” continua Mimma, “perché abbiamo due soci che si occupano di potare le piante all’inizio dell’inverno, tra febbraio e marzo. Quando arriva il momento giusto, tagliano i rametti che ci servono. Noi li mettiamo a bagno in secchi d’acqua per qualche settimana: quando iniziano a germogliare le foglioline, significa che i filetti possono essere lavorati, perché la corteccia si stacca facilmente. Li spacchiamo in due parti, o in quattro se sono molto spessi, poi li lisciamo sopra la gamba. Lavoriamo sempre sedute su piccoli sgabelli, una posizione che ci facilita sia l’intreccio sia la disposizione degli strumenti sul grembiule.”
Anche la paglia richiede particolare cura:
“Deve essere pulita. Quando si taglia il grano, si formano mazzetti più grossolani che vanno ripuliti per bene. Li pettiniamo e li conserviamo all’asciutto. I mazzetti di vimini – che chiamiamo treccinelle – li appendiamo al muro in cantina o in garage, e si mantengono per anni, proprio come la paglia.”
Le donne che praticano quest’arte utilizzano pochi e semplici strumenti: un coltellino per tagliare, un punteruolo per aprire gli spazi e un secchio d’acqua per mantenere il materiale morbido durante la lavorazione.
È possibile leggere l’articolo anche sul settimanale “Riviera Oggi” in edicola lunedì mattina.

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