Per mestiere, ho a che fare con giovani di età compresa – in media – tra i 20 ed i 25 anni, praticamente ogni giorno. Mi relaziono con loro, come docente di vario titolo, ormai da più di 10 anni. Con il tempo li ho visti cambiare molto: nelle abitudini, nella relazioni, nell’apprendimento e nell’impegno scolastico – a voler proprio essere schietta e sincera, in quest’ultimo aspetto, non proprio in meglio. Quando ho iniziato ad insegnare all’Università, non ero molto più grande di loro a dire il vero, ma era già chiaro che le nostre generazioni fossero diversissime.

I giovani arrivano da me con un diploma in mano, a volte già con una prima laurea triennale in tasca, per prendere un nuovo titolo. Si tratta, oggi, di ragazzi nati alla fine degli anni ’90, i cui genitori hanno cominciato a lasciare in mano il proprio smartphone a poco più di due anni e possiedono già un loro telefono dall’età circa di 10/11 anni (alcuni dati per approfondire, qui). Ragazzi continuamente sottoposti a tanti stimoli, ma con una capacità di concentrazione in caduta libera. Da qualche anno, i sociologi si sono sforzati a definire queste nuove leve, cresciute a pane e cellulare, in vari modi. All’inizio si parlava di ‘nativi digitali’, poi di generazione ‘millenials’, per coglierne più di una sfumatura.

Non mi interessa qui approfondire la legittimità di tali appellativi. Come non ho intenzione di dilungarmi sul fatto che ritengo i cambiamenti nel rendimento scolastico di questa generazioni dovuti anche all’incapacità – per motivi diversi – di adeguamento del corpo docenti a nuovi metodi. Piuttosto, vorrei provare ad approfondire un aspetto più trasversale, legato alle abitudini ed ai comportamenti di questi adolescenti nati alle soglie del 2000. Adolescenti che crescono con a portata di mano, contemporaneamente, un congegno con cui scrivere, un registratore, una fotocamera, una videocamera e la possibilità di trovarsi in mondovisione ogni volta che vogliono.

Per riflettere su questo mi sono venute incontro due serie tv prodotte da Netflix nel 2017 che ho visto a distanza ravvicinata: Tredici (Thirteen reasons why) e American Vandal.

Tredici racconta la storia del suicidio di Hannah Baker, una studentessa del terzo anno di un piccolo liceo che decide di lasciare ai suoi compagni 13 audiocassette in cui spiega i motivi che l’hanno portata al gesto estremo. Ogni cassetta è dedicata ad uno dei motivi che, in vita, l’hanno ferita al punto da spingerla al folle gesto. Una storia drammatica, che pone al centro una serie di fenomeni istigati e stimolati dall’uso delle nuove tecnologie. Come, per esempio, le voci sorte sulla ragazza attorno ad una foto fatta girare sui telefonini dal fidanzato per vantarsi della sua conquista, o le pugnalate alle spalle dei compagni per dei video girati di nascosto e condivisi senza criterio. Voci che hanno dei documenti difficilmente cancellabili alla base e che una volta sedimentate, sono difficili da estirpare. Violenza sessuale, bullismo, sballo incontrollato.

Tutto questo, e molto più, fa da base al racconto. Problemi tipici di ogni adolescenza, di ogni generazione, ma che le nuove tecnologie sanno trasformare in un incubo se le tracce sono così vive. Una volta ci si prendeva gioco degli altri scrivendo sui muri, giravano voci per i corridoi con il passaparola. Poi i muri venivano ridipinti e le voci, si sa, dopo un po’ annoiano e lasciano il tempo che trovano. I ragazzi crescono ed ognuno trova la sua strada, indipendentemente dalle stupidaggini fatte – e che TUTTI facciamo ed abbiamo fatto. Un racconto, quindi, quello di Tredici, i cui toni hanno tinte reali e ci ricordano storie della nostra quotidianità e su cui non possiamo ignorare di dover fare i conti. Mi viene da fare solo qualche nome al riguardo: Carolina, Novara, anni 14, suicida nel 2013 dopo la condivisione on line del video di una violenza di gruppo da lei subita ad una festa in cui aveva bevuto un po’ troppo, Tiziana Cantone, Napoli, anni 31, suicida nel 2016 per la condivisione on line di video hard che aveva girato con l’ex-fidanzato ed altri partner per gioco (ho scritto qualcosa a proposito qui), Michela Deriu, 22 anni di Porto Torres, suicida nel novembre del 2017 per la diffusione di un video hard, ecc., ecc.

American Vandal è, invece, una serie mockumentary, una serie, cioè, che usa il linguaggi della ricostruzione del documentario, ma che si basa su un falso dichiarato. Sapendo che la storia è falsa, il mockumentary permette di esplorare la realtà in modo originale e fa riflettere su suoi risvolti in modo spesso satirico. American Vandal racconta dell’adolescente Dylan Maxwell, il tipico buffone della classe accusato di avere commesso un atto vandalico nel parcheggio della scuola. Le auto di 27 insegnanti sono state imbrattate con disegni fallici per un ammontare di 100.000 dollari di danno. Il ragazzo viene espulso dalla scuola sulla base di una testimonianza. L’evento spinge un suo compagno di classe a realizzare un documentario in cui investiga per scoprire chi è il vero colpevole. La produzione, composta da un cast di giovanissimi attori molto convincenti, fa un buon lavoro stilistico e mette al centro della discussione temi interessanti, sebbene chiaramente il prodotto sia divertente solo per una fascia di pubblico molto giovane.

Per esempio, Peter Maldonado, l’amico dell’accusato che decide di fare come i registi dotandosi di assistente e cameraman, si confronta con una serie di spunti che sono tipici della sua generazione. Come il desiderio di condividere on line le sue ricerche durante le riprese (questo un regista adulto probabilmente non lo fa…). Questa scelta comporta una deviazione del tema centrale della storia, dalla ricerca del vero colpevole dell’atto vandalico, al fatto che la scuola è costretta a piegarsi ad alcune volontà dei protagonisti, essendo diventata la storia virale, avendo incuriosito molti commentatori e gli stessi media nazionali, presentandosi di fatto come “un caso americano”. I fatti sono esasperati, chiaramente, in vista della costruzione del genere televisivo scelto, ma le intuizioni della produzione sono intelligenti tanto che essa riesce ad imbastire sul nulla un prodotto innovativo, al di là del suo contenuto.

Cosa salvare di questi prodotti per ragazzi? Molto direi. In assoluto, il fatto che sia evidente che CONDIVIDERE risulta ormai una parola d’ordine. Un comando quasi interiorizzato. Ed è secondo me esattamente il punto centrale su cui riflettere per capire dove stiamo andando, e dove questi giovani ci porteranno. Analizzare punti deboli di questo fenomeno, ma anche e soprattutto educare ai suoi punti di forza. Cosa che oggi manca. Manca in Italia. Manca in assoluto. Perché necessita lungimiranza di visione, cosa che la nostra classe dirigente non ha da molto tempo.

Niente di impossibile direi. Ma urgente sì. Urgente ormai lo è davvero.

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