PORTO SAN GIORGIO – Si è celebrata il 29 agosto presso la Chiesa “Del Rosario” di Porto San Giorgio la Messa di suffragio del finanziere Dario Cinus, Medaglia d’Argento al Valor Civile “Alla memoria”.

Presente la sorella dell’eroico Finanziere, Maria Cinus, che, unitamente ai propri familiari, ha commemorato il cinquantennale della scomparsa con il Comandante Provinciale della Guardia di Finanza di Ascoli Piceno, Col. Massimo Patrizio Paoluzi, accompagnato da una rappresentanza di Finanzieri del Gruppo di Fermo. Un evento intenso e commovente, per il quale lo stesso Comandante Generale della Guardia di Finanza, Gen.C.A. Giorgio Toschi, non ha voluto mancare di esaltarne il momento celebrativo, indirizzando personalmente una missiva a Maria Cinus, attraverso la quale, in segno della costante e continua vicinanza del Corpo, a nome personale e di tutta la Guardia di Finanza, ha inteso unirsi idealmente nel ricordo, onorando la memoria del fratello quale fedele servitore dello Stato.

Classe 1943, nato a Muravera, nel cagliaritano, Dario Cinus si era arruolato nel Corpo della Guardia di Finanza a soli 19 anni, conseguendo la specializzazione di “Conduttore cane anticontrabbando”. L’inizio di una carriera tragicamente interrottasi solamente due anni dopo allorquando, nella notte del 29 agosto 1966, in località Passerella del comune di Tirano (SO), nel corso di un servizio di perlustrazione per la repressione del contrabbando svolto in prossimità del confine svizzero, ha perso la vita a soli 23 anni.

Insieme ad altri tre colleghi, era partito in serata dal Distaccamento della Guardia di Finanza di Sasso del Gallo (SO) per un pedinamento sulle alture del confine, trovandosi a un certo punto a pochi metri da tre spalloni che, carichi di bricolle di sigarette, stavano transitando lungo un sentiero impervio. Nel drammatico frangente, l’ultimo degli spalloni, anch’egli di giovane età, evidentemente in agitazione per la presenza del Finanziere Dario Cinus, perdeva l’equilibrio, sbilanciandosi verso il precipizio: nemmeno il tempo di pensare che lo stesso finanziere, con prontezza, afferrava lo spallone nell’invano tentativo di evitare la caduta nel vuoto. Precipitava infatti con questi, perdendo così la vita.

Una rievocazione, quella del 29 agosto, per la quale la signora Maria Cinus ha desiderato ringraziare ancora una volta tutta la Guardia di Finanza per il ricordo tributato al proprio amato fratello, in un’unione della quale ne rimarrà sempre una riconoscente memoria.

Il Presidente della Repubblica, con decreto in data 15 ottobre 1966, ha conferito al finanziere Dario Cinus la Medaglia d’Argento al Valor Civile alla memoria con la seguente motivazione: “Nel corso di un servizio notturno al confine alpestre, si lanciava, con eroica determinazione, in soccorso di un contrabbandiere che, perduto l’equilibrio lungo un impervio sentiero, stava per precipitare in un sottostante burrone. Trascinato anch’egli nella caduta, perdeva la giovane vita, vittima del suo irrefrenabile, generoso impulso”.

Riportiamo la nota della sorella Maria Cinus.

“Mio fratello è morto giovane. Mio fratello è un eroe della Guardia di Finanza.

Mio fratello è morto per cercare di salvare un ragazzo della sua età, un “contrabbandiere” alla sua prima uscita che, all’ALT, si era spaventato ed era fuggito per un sentiero che portava ad un baratro e mio fratello ha cercato di tirarlo su. Era un generoso mio fratello, forse troppo generoso. Sono morti insieme, forse abbracciati in quegli istanti tremendi di quel volo verso il buio della notte e della morte.

Mio fratello Dario riposa nel cimitero del mio paese.

Ricordo quel giorno, avevo dieci anni compiuti, era una mattina di agosto, piena di luce e appena sveglia, provavo, non so perché, una impalpabile felicità, bella, travolgente. Arrivarono in tre, un sottufficiale della Guardia di Finanza in borghese, il sindaco e un impiegato del Comune.

– E’ strano che vengano proprio a casa nostra – pensavo, cercando di scrutare qualche segno nei loro visi che allentasse la tensione, riportandoci alla quotidianità. E poi, tra poco sarebbe passata la “fuoriserie” di zio Bulla, con i miei rumorosi amichetti del mare.

Ma i tre signori erano seri, troppo seri, mentre dicevano a mia sorella e a me:

“Dov’è vostra madre?”

“E’ a Cagliari a lavorare”

“Bisogna partire subito, perché vostro fratello ha avuto un incidente in montagna, niente di grave, ma bisogna partire”.

Ci fecero salire in una macchina in cui c’erano due finanzieri in divisa che ci portarono alla Legione, a Cagliari. Lì trovammo mia madre e l’altro mio fratello, il più grande. Io fui affidata alle cure di un finanziere, che cercava di distrarmi, mentre io facevo mille domande. Mi fecero fare colazione, ma il tempo non passava mai e il povero finanziere non sapeva più cosa inventare per rispondermi. Cercai di convincermi che, pregando, non avrei perso mio fratello:

“Dio, non puoi farmi questo, Dario è così buono. Ma che vado a pensare, lo vedrò presto sorridente come sempre.”

Poi mia madre e mio fratello partirono con una macchina per prendere il traghetto per Genova; a Milano si incontrarono con mio padre e tutti andarono a Tirano, che è in provincia di Sondrio.

Io e mia sorella fummo riportate a casa. Mi sembrava strana quella premura, eccessiva e inusuale, ma durante il viaggio, mi tranquillizzai, dicendomi che se tornavo a casa, non doveva essere accaduto nulla di grave.

Questa certezza doveva crollare di lì a poco, quando zia Laura ci accolse davanti a casa. Ma perché mi abbracciava e piangeva? Perché vestiva di nero? Perché la mia angoscia cresceva? Perché, perché, Dio… perché…?

Mi sentii tradita da quel Dio implacabile che pure avevo pregato e che non aveva avuto pietà. Nella mia mente, come in un brutto sogno, si mischiava la visione del suo viso severo, come nei libri di scuola, del finanziere di Cagliari e di mio fratello, come Cristo in croce: ebbi la dolorosa sensazione che non lo avrei mai più rivisto vivo….

Entrammo in casa e un acre odore di cera fumante mi ferì le narici. Nella saletta, quattro candele accese, si erano raggruppate le donne del vicinato. Pregavano, tutte vestite di nero. Mi abbracciarono una ad una: mi sentivo come un fantoccio, senza più un’anima e sarei voluta scappare via. Come inebetita nella nebbia, vedevo solo il nero delle vesti e la luce delle candele.  La sala era diventata una camera mortuaria senza il morto. Intorno alla bara che non c’era, solo donne.

Mi affidarono per qualche giorno alle cure di una vicina, risparmiandomi l’attesa dei funerali. Funerali importanti, con tante divise e tante corone. Il prete del paese fece un bella omelia, un uditorio così prestigioso solleticava la sua umana ambizione. La bara era chiusa e non riuscii a vederlo. Avevano fatto in modo di evitarmi la vista del suo viso imprigionato dalle bende. Intorno, le donne piangevano e pregavano. Tutte vestite di nero.

Mio fratello, adesso, è un eroe della Guardia di Finanza, ma la sua morte ha spento la felicità nella nostra famiglia. Ognuno di noi ha superato il proprio dolore da solo, come poteva”.

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