SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Si torna a discutere in aula del processo di Pamela S., la giovane donna che nel 2006 scoprì nel suo ventre una garza che in un primo momento fu diagnosticato come tumore. Il tutto è avvenuto nella clinica Stella Maris durante il il parto cesareo con cui ha dato alla luce il primo figlio

Nel settembre del 2009 sono stati ascoltati il marito, la madre e una compagna che hanno vissuto tutta la sventura di Pamela S., la giovane mamma vittima di un errore pagato a caro prezzo. La sua sventura ormai è nota: per errore le fu infilata una garza nell’addome durante un parto cesareo; come note sono le complicazioni che nel corso degli anni la donna è riuscita a documentare lungo il corso di questo processo.

Oggi nel merito delle responsabilità ha preso la parola uno dei chirurghi imputati nella vicenda: «Non ero in servizio in quel momento ma sono stato chiamato d’urgenza. Ho partecipato alla fase conclusiva dell’intervento quando il ventre era ormai già stato chiuso».

Il secondo chirurgo è arrivato solo dopo che il fatto fosse stato compiuto? Secondo le sue indicazioni in sua presenza non ci furono “anomalie”.

Ha precisato che in circostanze finali d’intervento, l’utilizzo di garze o di una pezza laparotomica, avviene solo esternamente per tamponare piccole perdite. Difficilmente si possono dimenticare dentro un ventre perché il ventre è già isolato dal resto.

Senza interruzione l’imputato ha ricordato che il primo chirurgo ha ordinato alla strumentista di fare la conta delle garze come la prassi indica e ricorda che il lavoro fu fatto ma: «Non avendo partecipato all’intervento per intero non ero a conoscenza di quante garze fossero state utilizzate precedentemente al mio arrivo».

Ad aprile arriverà forse la conclusione di questo processo ma prima la corte ha deciso di ascoltare la strumentista che quel giorno ha preso parte all’intervento per concludere il caso.


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