DIRITTI AL PUNTO UNA RUBRICA DELL’AVVOCATO ANDREA BROGLIA

 

Un uomo, durante una passeggiata, inciampa su un marciapiede gravemente sconnesso, cade rovinosamente a terra e riporta svariate lesioni.
Per tale motivo, fa richiesta di risarcimento dei danni al Comune che però gli nega il risarcimento.

L’uomo decide così di portarli in causa. Tuttavia, suo malgrado, sia il giudice di primo grado che quello di secondo grado respingono la sua richiesta di risarcimento.
L’uomo non ci sta e decide di rivolgersi alla Corte di Cassazione confidando di ottenere finalmente giustizia.

Peccato che anche la Cassazione gli da torto.

Ma perché? Dalla documentazione fotografica del luogo in cui si è verificato l’incidente, si è potuto appurare che il capitombolo si è verificato «esclusivamente a causa della condotta incauta dell’uomo, il quale, pur essendo evidente che il ciglio del marciapiede della strada comunale che stava percorrendo era caratterizzato da sconnessioni, rimarchevoli imperfezioni e disomogeneità, anziché transitare sulla restante parte del marciapiede, lo aveva ugualmente impegnato, senza però al contempo osservare la particolare prudenza in tal caso necessaria, secondo la comune diligenza, al fine di evitare di inciampare nelle anomalie presenti» (Cass. civ., sez. VI -3, ord., 2 dicembre 2021, n. 38025).

E quindi, se il ciglio del marciapiede comunale si presenta in condizioni gravemente ed evidentemente precarie, e potenzialmente pericolose per i passanti, allora è doveroso tenersene a distanza.Anche perché mettere piede proprio in quel punto significherà assumersi la piena responsabilità in caso di caduta, liberando così da ogni possibile addebito l’ente locale.