di Lucia Franca Rozzi

SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Alla Palazzina Azzurra si è tenuta la presentazione del libro “Femminili Fingolari” con l’autrice Vera Gheno e le moderatrici Laura Gaspari della cooperativa sociale On the Road e Giada Coccia, dell’associazione culturale Neon. L’evento è stato organizzato dalla libreria Nave Cervo.

L’autrice è una sociolinguista italiana, che ha collaborato per vent’anni con l’Accademia della Crusca, e ci ha raccontato del suo libro, stampato nel 2019 per Effequ edizioni, che continua a far parlare di sé, delle esigenze sociali che ci sono dietro un corretto uso dei femminili professionali, della sua vita, dell’odio online e di altro ancora.

Il tema centrale del libro è l’esigenza del declinare al femminile parole e professioni, che spesso per abitudine o per cultura maschilista non diciamo.

Siamo abituati ai femminili in alcune professioni, come sarta, cuoca, maestra, in altre purtroppo no, come architetta, sindaca, avvocata, poiché le donne non hanno occupato per molti anni quella posizione. Prendere consapevolezza del fenomeno e parlarne è un primo passo per il cambiamento e per dare alle professioniste il riconoscimento che meritano. Di seguito ecco alcune domane fatte dalle moderatrici.

Come è nato il libro?

“Questo libro nasce da uno scatto evolutivo, difronte a cui mi sono trovata, e dalla relazione irrisolta tra l’italiano e gli italiani. Per me la nascita di questo libro è stata una liberazione. Quando ero all’Accademia e dopo secoli abbiamo avuto la prima presidente donna dal 1500, la sua stessa esistenza ha fatto sorgere un problema: come la chiamiamo? Presidente? Presidentessa? Qui si è palesata la necessità di emersione linguistica per le donne. Chi non è visibile è come se non esistesse. Quante donne avete studiato a scuola? Ne ricordo pochissime, Giovanna d’Arco e qualche regina. Non c’erano forse donne che scrivevano, dipingevano, che lavoravano e avevano successo nel corso dei secoli? È come se non esistessero, sono sullo sfondo. Da qui l’importanza di usare il femminile. Da un incontro con gli editori di Effequ è nata l’idea del libro, ma non ci aspettavamo che diventasse un longseller”.

Cosa porta le donne ad usare il maschile invece del femminile professionale?

“L’abitudinarietà, la paura di perdere i privilegi ed il dover dare tante spiegazioni. Inoltre molte donne si accomodano al patriarcato e c’è la convinzione che il femminile valga meno. È un problema socioculturale, non linguistico”.

Come è stato approcciato il sessismo, la questione di genere?

“L’ho sperimentato sulla mia pelle. Mi sono trovata ad essere discriminata solo perché donna e ho sbattuto la testa su quel muro di cemento che è il patriarcato. I nostri comportamenti linguistici ad esempio viziano anche gli strumenti digitali, architetta viene segnato in rosso dal correttore, perché non viene usato, come alcune professioni o mansioni domestiche vengono associate esclusivamente alle donne e non ad entrambi i sessi, ciò dipende dai dati statistici che ci sono dietro. Questo ha delle conseguenze pratiche, quante decine di presidenti donna ci sono vs le migliaia di presidenti uomini. Mi sono interrogata ‘a cosa servo per migliorare la vita del prossimo?’. La questione culturale può giovare anche alle future generazioni affinché questa società possa diventare più inclusiva per tutt*. Perché qualcuno vive meglio o peggio di altri? C’è molta aggressività e rabbia, c’è un alto livello di violenza in merito alla linguistica. Le donne occupano un ruolo all’interno della società. Ci sono dei problemi soprattutto con i ruoli di potere, manca un’accettazione della competenza femminile, non c’è solo quella maschile. I termini che usiamo sono parte della nostra rappresentazione mentale”.

Sembrerebbe ci sia un fastidio verso il cambiamento?

“Il cambiamento richiede uno sforzo, un’azione. La lingua è un atto identitario, siamo le parole che usiamo, che costruiscono un’immagine agli occhi degli altri, toccano te, la tua identità, il tuo essere”.

Che cos’è la schwa?

“È la vocale media per eccellenza, contiene le altre vocali al suo interno dall’alfabeto fonetico internazionale, ha valenza culturale e linguistica. Una volta una persona non binaria mi disse ‘non so come esprimermi’. Quando scrivo uso l’asterisco ma quando parlo non ha un suono e da lì nacque il suggerimento della schwa. Comunque la lingua da sola non basta, la schwa da sola non basta, la società e la lingua procedono assieme. Ci sono esigenze che la lingua non copreHo ricevuti molti messaggi d’odio mi sono ritrovata ad essere un agente del cambiamento. Tanti si adeguano alla norma ed ignorano la questione sistemica che c’è dietro. Un esempio sono i dati dei femminicidi, che non sono diminuiti neanche durante la pandemia, ma che vengono paragonati ai dati degli omicidi maschili per sminuirli. I diritti non sono una coperta corta, non è che se se ne danno di più ce ne sono di meno, può coprire tutti in teoria. La lingua può crescere all’infinito ed adeguarsi”.


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