SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Il 15 marzo è la giornata nazionale del fiocchetto lilla, dedicata ai disturbi del comportamento alimentare, e mai come quest’anno si rende necessario un lavoro di sensibilizzazione rivolto soprattutto ai più giovani. La Dottoressa Maria Francesca Neroni, Tecnico della Riabilitazione Psichiatrica, esperta di disturbi neuropsichici e alimentari, ci ha fornito alcuni numeri: “Dai dati epidemiologici raccolti dal Centro nazionale per il controllo e la prevenzione delle malattie (CCM), emerge che in Italia nei primi sei mesi del 2019 i casi sono stati 163.547. Nello stesso periodo del 2020 ci sono stati 230.458 nuovi casi. Si registra un aumento del 30% di nuovi casi di anoressia, bulimia e alimentazione incontrollata ed è un dato omogeneo in tutte le regioni d’Italia. L’età di incidenza di un disturbo alimentare è purtroppo in costante diminuzione. Si è riscontrata una crescita dei casi di 10-12 anni d’età, ma gli adolescenti in età compresa tra i 15 e i 17 anni sono i più colpiti. Purtroppo le misure di sicurezza messe in atto per contenere la diffusione del Covid-19 hanno esposto la popolazione a fattori stressanti quali, in particolare, la paura del contagio e l’isolamento sociale, determinando il rischio di ricaduta o il peggioramento del disturbo alimentare, ma anche la comparsa di un disturbo dell’alimentazione ex novo. Ricordiamo che il disturbo alimentare non è solo un disturbo ‘nutrizionale’ che può avere conseguenze sulla salute fisica, ma è anche un disturbo psichico che spesso nasce dalla sofferenza emotiva e psicologica. L’attuale periodo storico sta richiamando l’attenzione sui disturbi della nutrizione e dell’alimentazione e sta facendo luce su una situazione di sanità pubblica già rilevante da anni. I dati del Ministero della Salute, infatti, ci dicono che l’incidenza stimata dell’anoressia nervosa è di almeno 8-9 nuovi casi per 100 mila persone in un anno tra le donne, mentre è compresa fra 0,02 e 1,4 nuovi casi per 100 mila persone in un anno, tra gli uomini. L’incidenza stimata della bulimia nervosa è almeno di 12 nuovi casi per 100 mila persone in un anno tra le donne e circa 0,8 nuovi casi per 100 mila persone in un anno tra gli uomini. Tutti i disturbi dell’alimentazione sono più frequenti nella popolazione femminile che in quella maschile: negli studi condotti su popolazioni cliniche, gli uomini rappresentano il 5-10% di tutti i casi di anoressia nervosa, il 10-15% dei casi di bulimia nervosa. Anoressia e bulimia si manifestano più spesso tra i 15 e i 19 anni. Alcune osservazioni cliniche recenti hanno segnalato un aumento dei casi a esordio precoce. Per questo un lavoro di sensibilizzazione non è solo importante, ma imprescindibile”.

Ed è proprio nell’ottica di sensibilizzare e aiutare i ragazzi e le ragazze in difficoltà che l’ex atleta di alto livello Martina, per cui abbiamo scelto un nome di fantasia, ha deciso di condividere la sua esperienza: “Ci tengo a precisare che non mi è mai stato diagnosticato un disturbo alimentare, ma so con certezza di aver avuto per un lungo periodo un rapporto sbagliato con il cibo e con il mio corpo – ha esordito – Se avessi chiesto aiuto, sicuramente mi sarei evitata un bel po’ di sofferenze”.

Alcuni sport impongono dei precisi canoni estetici, nonché funzionali: più aumenta il peso dell’atleta, più è elevato il rischio di infortunio. Questo fa sì che i ragazzi e le ragazze siano sottoposti a una forte pressione per il mantenimento della forma, pressione che, entro certi limiti, è necessaria per l’ottimizzazione della performance, ma che può portare ad assumere dei comportamenti alimentari sbagliati. Il problema, dunque, non risiede tanto nella rigidità degli standard imposti da tali discipline, ma nel modo in cui gli atleti si conformano ad essi, ricorrendo spesso a condotte poco sane e dannose per il proprio corpo.

L’intervento della Dottoressa Maria Francesca Neroni sul punto: “È ormai noto che, nel mondo dello sport, talvolta lo schema alimentare viene applicato in modo disfunzionale e rigido per ottenere un’ottima performance oppure per avere e mantenere un’immagine corporea perfetta. Spesso alcuni comportamenti e alcune scelte alimentari degli sportivi vengono considerati coerenti e adeguati con la tipologia di attività sportiva svolta dall’atleta e spesso sfuggono all’occhio ‘non esperto’, eccetto nei casi in cui ci sono evidenti sintomatologie legate al peso o alla forma del corpo. Se è vero che è importante per uno sportivo una corretta alimentazione, è altrettanto importante che l’atleta sia seguito da un professionista esperto e che abbia le giuste competenze, come un Medico Nutrizionista o un Dietista possibilmente specializzato in alimentazione in ambito sportivo, per predisporre un piano alimentare equilibrato e adeguato al raggiungimento del benessere fisico adatto ad ogni prestazione fisica svolta. Inoltre l’atleta, soprattutto in ambito agonistico, è esposto ad una pressione socioculturale che spesso risulta un fattore di rischio nella manifestazione di un disturbo alimentare, anche se questa viene considerata come funzionale alla performance sportiva. La pressione socioculturale nasce da dalla propensione a ricercare un’ideale di corpo atletico e di performance perfetta, portando l’atleta ad investire gran parte del proprio tempo nello sport e talvolta la natura della sua identità può modificarsi a seconda dei successi e dei fallimenti sportivi conseguiti. Dunque, l’obiettivo di un allenatore dovrebbe essere quello di supportare l’atleta ad acquisire un’identità personale, valorizzandone le caratteristiche biografiche e psicofisiche peculiari e facendo capire che l’aspetto esteriore e l’abilità atletica non sono determinanti per accettarsi come persona. Secondo il mio punto di vista, sarebbe interessante se un team sportivo venisse supportato da un professionista della salute fisica e mentale non solo in ottica preventiva (individuazione casi a rischio DCA), ma anche in ottica educativa per sensibilizzare allenatori e giovani atleti rispetto all’individuazione dei principi essenziali per un benessere psicofisico equilibrato”.

La testimonianza di Martina: “Sin da piccola ho avuto sempre una conformazione magra. Anche se mangiavo tanto non ingrassavo ed è stato così fino a quando non ho completato lo sviluppo, intorno ai 17 anni. In quel periodo gareggiavo già ad alto livello. Notavo che il mio peso aumentava, anche se la mia corporatura all’inizio era sempre la stessa. Venivamo pesate ogni mattina, il peso era considerato un parametro importante, quindi nel tentativo di far scendere il numerino sulla bilancia ho cominciato a ridurre sempre di più le quantità di cibo, senza tuttavia ottenere risultati. Nel giro di poco tempo anche il mio fisico è cambiato e la mia corporatura è diventata un po’ più robusta, soprattutto dal punto vita in su. Tutti questi stravolgimenti mi hanno portato a sentire una sensazione di disagio che non sapevo come combattere, perché nonostante mi impegnassi non dimagrivo”.

È in quel momento che Martina inizia ad attuare dei comportamenti alimentari sbagliati: “Restringevo per qualche giorno, poi avevo degli attacchi di fame compulsiva. Ho cominciato a saltare la cena, a bere poco, con conseguenze negative anche sugli allenamenti, perché mi capitava di sentirmi debole”. Non è facile per ragazze adolescenti gestirsi da sole quando si tratta di alimentazione: “Ero più piccola, avevo una consapevolezza diversa rispetto a quella che ho oggi, non riuscivo a gestirmi bene, ma nello stesso tempo non volevo chiedere aiuto. Andare da un Nutrizionista mi sembrava quasi una sconfitta. Non lo vedevo come uno specialista, ma come un medico. Se potessi tornare indietro, chiederei di essere affiancata da una figura competente che mi faccia vedere il cibo non come un nemico, ma come una fonte di energia per il mio sport. Il fai-da-te non va bene. Ragazzi e ragazze, se vi accorgente di avere un problema con l’alimentazione, di star sviluppando pensieri ossessivi e comportamenti sbagliati, chiedete aiuto. E ancora prima di arrivare a quel punto, se avete obiettivi di dimagrimento, rivolgetevi subito a uno specialista che strutturi per voi una dieta equilibrata, ritagliata sulla vostra persona”.

L’ultimo anno di agonismo è stato molto duro per Martina, che, oltre ad affrontare le difficoltà legate alla sua disciplina, doveva combattere quelle legate alla mancanza di equilibrio nell’alimentazione. Poi il ritiro: “Appena ho smesso, ho sviluppato una sorta di rifiuto per qualsiasi attività sportiva. In contemporanea ho iniziato a reintrodurre la cena e a farmi meno problemi per quello che mangiavo. Questo mi ha portato a ingrassare molto nel giro di pochissimo tempo. Non mi riconoscevo più, mi vedevo enorme. Se quando gareggiavo dovevo perdere qualche etto in più nonostante fossi in forma, figuriamoci come potevo sentirmi con tutto quel peso in più addosso. La mia autostima si è abbassata e non di poco. Se una mattina mi svegliavo e pesavo un po’ di più, non volevo uscire di casa né andare all’università. Spesso mi vestivo con tute e vestiti extralarge, mi isolavo perché mi sentivo brutta. Quando andavo al mare non mi facevo mai vedere in bikini, anche solo per alzarmi dal lettino e prendere l’acqua in borsa indossavo il copricostume. Per perdere chili ho ricominciato ad attuare comportamenti sbagliati. Per esempio in piena estate andavo a correre alle due del pomeriggio e quando tornavo dall’allenamento non bevevo. A volte, stanca di tutte quelle restrizioni, mi sfogavo mangiando grandi quantità di cibo, poi saltavo i pasti per i sensi di colpa”.

A salvare Martina è stato il trascorrere del tempo: “Ho ritrovato la serenità, ho adottato una dieta più equilibrata e dopo cinque anni sono tornata in forma. Ne sono uscita da sola, ma se mi fossi fatta aiutare ci avrei messo molto di meno. Ho trovato il mio equilibrio, adesso se un giorno mangio di più o non posso andare in palestra, sono tranquilla lo stesso. Il fatto di aver adottato metodi sbagliati e di essere ricorsa a misure drastiche mi ha impedito di arrivare prima a questo punto. Ho forzato il mio fisico a comportamenti dannosi e ne ho pagato le conseguenze”.

Ringrazio molto Martina per aver condiviso pubblicamente la sua storia – commenta la Dottoressa Maria Francesca Neroni – Perché ci insegna che ognuno di noi può trovarsi in una fase della vita in cui si è psicologicamente più vulnerabili e che spesso le sole risorse personali non sono sufficienti per affrontare una problematica alimentare e soprattutto non è possibile stabilire da soli il confine tra quella che può essere considerata un’attenzione per la dieta e la forma corporea e l’inizio di un insorgente disturbo, dunque è importante rivolgersi ad un professionista della salute che ha gli strumenti idonei per farlo. I primi indizi che meritano attenzione sono: la drasticità del cambiamento del regime dietetico, la repentinità con cui questo viene messo in atto e la ferrea costanza con cui viene condotto. In tal caso, a chi posso chiedere aiuto? In primis, è importante confrontarsi con il proprio medico di medicina generale o con il pediatra, i quali faranno da tramite con i servizi e i professionisti del territorio. In presenza di un DA, è necessario affidarsi a dei servizi specialistici che prevedono un intervento multidisciplinare cioè un intervento che richiede risorse e competenze nutrizionali (Medico Nutrizionista, Dietista, Dietologo, Endocrinologo) e psicologiche (Psichiatra, Tecnico della Riabilitazione Psichiatrica, Psicologo, Neuropsichiatra) che necessariamente devono integrarsi per supportare la persona nel suo percorso di guarigione”.

Martina conclude: “Se dovessi dare un mio consiglio, basandomi sulla mia esperienza, ai tecnici e agli allenatori di qualsiasi disciplina sportiva praticata a un certo livello, sarebbe questo. Affiancate ai ragazzi e alle ragazze figure competenti che li aiutino a raggiungere gli obiettivi di peso e di performance prefissati e che li supportino nel periodo subito successivo alla fine della carriera sportiva, soprattutto se notate un rapporto sbagliato con il cibo”.

L’appello della Dottoressa Maria Francesca Neroni: “Ribadisco l’importanza della condivisione della storia di Martina per avere ancora una volta l’occasione di sensibilizzare la popolazione su una problematica che spesso viene definita una vera e propria ‘epidemia sociale’, ma per la quale c’è ancora poco spazio informativo, formativo e educativo. C’è ancora un forte ritardo culturale per il quale ancora non è chiaro che il disturbo alimentare è un disturbo della sfera nutrizionale e psichica, che sono rari i casi di remissione spontanea e che sono insufficienti gli spazi di prevenzione e informazione, ma purtroppo anche di cura sul territorio, determinando una percentuale ancora bassa di persone che accede ai servizi. Voglio concludere ricordando non solo che sul territorio sono presenti professionisti e servizi specialistici ai quali rivolgersi per la cura e la riabilitazione di un disturbo alimentare, ma rivolgendomi anche a professionisti della salute, scuole, allenatori e associazioni sportive e istituzioni ricordando l’importanza della prevenzione e della collaborazione attiva con un professionista della salute mentale al fine di istituire degli spazi psicoeducativi per analizzare e studiare buone pratiche per promuovere il benessere psicofisico dei bambini, dei ragazzi (gli adulti di domani) e delle loro famiglie. Parlarne in occasione della X giornata nazionale del fiocchetto lilla ci permette di unirci simbolicamente a quella rete di professionisti che ogni anno, il 15 Marzo, si impegnano ad accrescere la consapevolezza sulle cause, sulla manifestazione e sul trattamento dei DA”.


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