LE AVVENTURE DI PASQUALE LA QUAGLIA A LONDRA
di Brevevita Letters – disegni di Ilario M.

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LA DITTA DI CIBI SOTTOVUOTO SPINTO
(episodio quattordici)

La mattina seguente La Quaglia fu svegliato da uno squillo telefonico alle 6 e 30. Era il titolare della ditta di alimenti surgelati sottovuoto spinto, un italiano.

“ciao Pasquale, scusa l’ora, uno dei nostri magazzinieri più anziani e più fedeli mi ha parlato di te. Abbiamo bisogno urgente di drivers, ti va di venire qui così ci conosciamo?”

“ah, buongiorno. Certo vengo subito, il tempo di arrivare”

L’indirizzo diceva Willesden Junction eccetera, poco sotto Wembley, Nord-Ovest di Londra, non troppo distante dal centro.

La Quaglia arrivò in ditta che non erano nemmeno le sette e mezza di una mattina di fine ottobre fredda e inospitale. Si trovò davanti ad un portone di vetro enorme, immensamente vasto, almeno il doppio più alto di lui, con un enorme pulsante verde che fungeva da citofono. Premette il pulsante ed attese alcuni secondi, ma nessuno rispondeva. Dunque, premette ancora.

Visto che stava morendo di freddo, cominciò a incazzarsi, ma subito dopo si rese conto che la sua incazzatura faceva ridere i polli, perché era l’incazzatura di un povero morto di fame che andava lì a chiedere lavoro, quindi c’era poco da incazzarsi, anzi, c’era da subire in silenzio.

La Quaglia stava fuori dal capannone da soli 5 minuti ma sembravano secoli. Stava lì come un coglione.

Sono quelle attese minime, apparentemente trascurabili e quasi insignificanti, però implacabili rosicchiatrici di tacche di autostima, che riescono a farti sentire piccolo e inutile, e creano altra tensione, e altra piccolezza rispetto alla vastità di quel portone, rispetto alla differenza di spessore e sicurezza tra lui e il titolare della ditta, rispetto all’opinione che un individuo in fase di non-fiducia, non posizionato socialmente e per giunta fresco di emigrazione, ha di sé stesso.

Porcozzio, che freddo.

Alla fine, al di là del vetro, La Quaglia vide avvicinarsi un nano di 120 chili circa. Basso, ma largo. Aveva un passo spedito. Questo nano aprì la porta e poi tornò immediatamente da dove era venuto, dando l’idea di uno che era stato interrotto durante una importante operazione. La Quaglia fu molto colpito dal fatto che il nano non l’avesse nemmeno degnato di uno sguardo, come quando apri la finestra perché c’è un insetto che ti disturba. Foss’anche a livello subconscio, questo stupido ulteriore dettaglio ebbe comunque un altro effetto negativo sull’umore del ragazzo.

Una volta dentro, La Quaglia si trovò solo, al centro di un atrio deserto, e gli si presentarono due alternative: dritto davanti a sé il magazzino, la scalinata a sinistra verso gli uffici. Senza esitare, salì di sopra alla ricerca del titolare. C’aveva ancora molto sonno, ma il freddo e la solitudine della mattina presto lo avevano svegliato e scrollato come se una coppia di giganti l’avessero attaccato e preso per il bavero. Entrò dentro agli uffici deserti delle 7 e 30 di mattina, quando le scrivanie vuote, per l’esattezza quattro, sembravano come guinzagli senza cane, o manette senza polsi, o trappole senza topo, qualcosa che ti fa pensare all’Africa e alle isole Canarie, alle corse tra i prati verdi all’aria aperta.

A quel punto apparve un uomo sorridente, sulla quarantacinquina, con la faccia che sembrava Furia cavallo del west dopo un orgasmo, rilassatissimo, ma ancora imperterrito al galoppo. Era il titolare.

“ciao Pasquale, vieni con me ti faccio vedere lo stabilimento”, gli disse.

Pasquale lo seguì. Si sentì rassicurato. Sembrava folle ma simpatico, ‘sto tipo. Pasquale non amava lavorare per i pezzi di merda, e dunque ‘a pelle’ decise fin da subito che lavorare lì non gli sarebbe dispiaciuto.

“sono friulano io, come Bearzot e Fabio Capello. Ti piace il calcio?”

“sì, mi piace molto, ma mi piaceva di più vent’anni fa”

“ahah, sì capisco ciò che intendi. Io cerco di essere un buon allenatore in questa ditta, ma mica lo so, non lo puoi mai sapere, c’è sempre molto da imparare, per tutti, me per primo, sai Pasquale” disse il titolare scendendo le scale e dirigendosi verso la catena di montaggio.

“Altro punto a favore di quest’uomo”, pensò La Quaglia, difatti il titolare aveva citato due personaggi che La Quaglia gradiva molto, e per giunta aveva detto una cosa simpatica, piena di una cosa piuttosto rara: il mettersi in discussione.
Uhm. Forse era davvero umile come si mostrava? O era solo una tattica per conquistarti? Lo scoprirò molto presto, si disse il ragazzo.

Di sotto incontrarono il nano: “come va con quel problema alla macchina tritacarne?”

“serve il pesso ( ‘pezzo di ricambio’ in accento bolognese n.d.r.). L’ho ordinato. Dobbiamo aspettare 2-4 giorni lavorativi ha detto Amazon”

Il nano aveva un accento bolognese particolarmente odioso. A La Quaglia l’accento bolognese di solito piaceva, ma addosso a quel nano era una cosa che faceva veramente incazzare.

“ma siete tutti italiani qui?” chiese La Quaglia al titolare mentre lui lo guidava all’interno dello stabilimento.

“non tutti, ma la maggior parte sì. Se deciderai di lavorare con noi avrai 46 colleghi, 4 al magazzino, 26 in produzione, 8 in ufficio, e 8 drivers come te.

“pressappoco come i titolari della juve”

“tieni per la juve?”

“no di certo. Tengo per la Sambenedettese”

“ah bravo, la sambenedettese, come no. Io tengo per il Chievo”

(oh cazzo, ma come si fa a tifare Chievo?)

“allora Pasquale, se vuoi domani puoi venire a fare una prova, andrai a fare delle consegne con il bolognese che hai appena conosciuto”

(oh cazzo, il nano)

“il bolognese ti farà guidare il van, poi vedremo se per te e se per noi potrà essere fattibile”

Va bene, andava bene. C’era materiale sufficiente per trascorrere il resto della giornata in surplace, ovvero – in linguaggio agonistico – quella specie di “recupero/riposo” tra uno sforzo e l’altro. Dunque La Quaglia uscì di lì e bevve una birra, di mattina, dentro un pub malefico, nel mezzo della zona industriale, pieno di gente con il giubbetto catarinfrangente da lavoratori dell’ANAS, che qui si chiama motorway. Quelli s’erano alzati dal letto probabilmente alle 3, quindi alle 10 di mattina era senz’altro ora di iniziare a bere.
Pasquale si godette quella mezza vittoria prosciugando e scarnificando whatsapp, controllando le sue relazioni incomplete, mandando foto di lui con la zerocinque (sinonimo di pinta spesso usato a p.d.a. e in Vallata del Tronto) ai suoi vecchi amici, spartendo e raschiando le sue notifiche e la sua esuberanza con alcune persone che nel corso degli anni aveva reputato speciali, ma chissà… Lui restava sempre con qualcosa di incompleto quando finiva di mandare e ricevere messaggi.
Non c’era mai un essere umano che riuscisse a dirgli qualcosa che lo convincesse definitivamente, o lo colpisse. Che nutrisse a dovere la sua anima secca ed affamata. Che gli regalasse almeno per dieci minuti la certezza di essere stato compreso da qualcuno.

Unica vera protagonista di quella parentesi whatsapp fu l’ennesima, dolorosa, grande assenza di Tatiana.

Più passavano i giorni più Pasquale si rendeva conto che l’amava, mannaggia a Cristoforo Colombo, sì, la desiderava ardentemente, ora più che mai, e la distanza che aveva messo tra sé e lei aveva accertato questo fatto. Se ne stava lentamente rendendo conto.

Pasquale la pensava spesso, molto spesso, praticamente Tatiana era con lui in ogni gesto che faceva.
Avrebbe voluto averla lì con lui. Avrebbe voluto farcela al suo fianco, ma non osava scriverle e riaprire le ferite. Era una storia finita, meglio mettersi l’anima in pace. Si sarebbe tenuto questa ricchezza in silenzio, solo per sé, durante i lunghi tragitti in pullman quando guardava la strada fuori dal finestrino, o la notte quando si metteva sotto le coperte. L’amore è una ricchezza anche quando finisce, quando cova dentro di te taciturno e apparentemente invisibile, e trova la sua vitalità solo nei sogni.

Pasquale ciondolò in giro un altro paio d’ore sui marciapiedi della zona industriale, tra un hamburger di manzo con cipolle a un paninaro pieno di scaffolders (temibili carpentieri inglesi) e un altro pabbetto sperduto dove stavano trasmettendo un anticipo di campionato del Leeds.

Non era affatto male.
Se la stava godendo.

Tornò a casa verso le 5 di pomeriggio e si mise a studiare sé stesso e le cartine geografiche di Nigeria ed Argentina. A La Quaglia piaceva la geografia, gli piaceva la Polonia, ed era affascinato dall’Iran e dall’Afghanistan, ma non si sa come s’era ritrovato a un certo punto a dover fare un provino da driver con quel cazzo di nano bolognese.
Cercò di rilassarsi.
Bevve un po’ di vino, s’erano fatte le undici di sera, andò a dormire.


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