Draghi prenderà i prestiti del Recovery Fund? Non è chiaro

DENTRO IL RECOVERY FUND: PRIMA PARTE. LE CONDIZIONI

Il capolavoro politico della Germania è stato, attraverso il Recovery Fund, quello di creare un vincolo ulteriore nei paesi della periferia dell’Eurozona devastati dagli effetti della pandemia. La sospensione del Patto di Stabilità, oltre a dimostrare la deforme ideologia dello stesso – in base alla quale si sono chiusi ospedali e scuole e vendute aziende pubbliche perché non c’erano soldi, salvo poi rincorrere la pandemia con un sistema sanitario e infrastrutturale inadeguato – ha consentito all’Eurozona di non deflagrare e l’azione tedesca è pur sempre innovativa rispetto al passato e alla cultura ordoliberista: ovvero si può emettere debito comune europeo, e il debito pubblico non è (sarebbe, momentaneamente) quel “peccato” come si intende in lingua tedesca.

Il problema del Recovery Fund non è tanto che i fondi siano limitati (10 miliardi all’anno per 6 anni secondo i calcoli degli economisti Emiliano Brancaccio e Riccardo Realfonzo): questo problema semmai è di carattere propagandistico: le attese create negli italiani sono tali che una eventuale delusione potrebbe scatenare rigurgiti pericolosi.

Né che vi sia un controllo su come tali soldi verranno spesi: ci sta che la Commissione controlli come viene impiegato debito comune, semmai, anche qui, il rischio è di una procedura iper-burocratizzata e il fatto che il debito comune vada a sottrazione dell’autonomia di spesa nazionale, sottoposta a rigidi vincoli invece.

I crocevia fondamentali sono due:

a) il ripristino del Patto di Stabilità e l’effetto delle decisioni europee sull’azione dello Stato Italiano rispetto all’economia nazionale;

b) il vincolo posto a tutta l’azione di Governo e Parlamento, in qualsiasi modo saranno composti e qualsiasi sarà il programma votato dai cittadini, dalle condizioni accettate (dal Governo Conte) al momento della sottoscrizione del Recovery Fund.

PATTO DI STABILITA’ Il 23 marzo 2020 la Commissione Europea ha deciso di “sospendere” il Patto di Stabilità e Crescita, a causa dell’effetto della pandemia sulle economie nazionali e per la necessità che gli Stati intraprendessero azioni di supporto: “L’attivazione della clausola di salvaguardia generale consente una deviazione temporanea dal percorso di avvicinamento all’obiettivo di bilancio a medio termine, a condizione che la sostenibilità di bilancio a medio termine non ne risulti compromessa (..) La clausola di salvaguardia generale non sospende le procedure del patto di stabilità e crescita“.

Così le raccomandazioni 2020 sono state di tutt’altro tenore rispetto a quelle abituali: nessun riferimento al bilancio ma anzi raccomandazioni tese ad un‘azione espansiva: liquidità alle imprese, anticipo investimenti pubblici, fornitura redditi sostitutivi, rimandando ad un secondo momento, “quando le condizioni economiche lo consentano, politiche di bilancio volte a conseguire posizioni di bilancio a medio termine prudenti e ad assicurare la sostenibilità del debito“.

Tuttavia, è discussione di questi giorni, nel 2022 si pensa che il Patto di Stabilità verrà reintrodotto (seppur con una fase intermedia da definire) e infatti, nella Nota di Aggiornamento del Documento Economia-Finanza del Governo Conte, il deficit al 2023 viene già oggi previsto al 3%.

LE RACCOMANDAZIONI PRE-COVID Il ritorno alla rigidità non funzionale del bilancio comporterà il ritorno alle raccomandazioni pre-Covid, le ultime, quelle del 2019, erano evidenti nel loro impatto sulla società italiana. Sintetizziamo i passaggi meno scontati (il resto qui):

– “assicurare una riduzione in termini nominali della spesa pubblica primaria netta dello 0,1% nel 2020, corrispondente a un aggiustamento strutturale annuo dello 0,6 % del Pil“. Si rifletta come la prima raccomandazione riguardi la riduzione della spesa pubblica (quindi anche quella sanitaria…) per decimi percentuali, come se questa operazione potesse significare benessere per le future generazioni. Eppure, stiamo rimettendo il nostro futuro nelle loro mani…

– “utilizzare entrate straordinarie per accelerare la riduzione del rapporto debito pubblico/Pil“. Quindi una patrimoniale, proventi da privatizzazioni, una imposizione eccezionale. Tasse recessive tra l’altro non impiegate altrove ma usate per distruggere ricchezza finanziaria. Doppiamente recessiva.

– “spostare la pressione fiscale dal lavoro, in particolare riducendo le agevolazioni fiscali e riformando i valori catastali non aggiornati“: il vecchio “produci non consuma crepa“, tipico di economie export oriented. Dunque aumento tasse e aumento Imu per ridurre la pressione fiscale sul lavoro: un buon risultato con due strumenti negativi.

– “attuare pienamente le passate riforme pensionistiche al fine di ridurre il peso delle pensioni di vecchiaia nella spesa pubblica e creare margini per altra spesa sociale e spesa pubblica favorevole alla crescita”: via quota 100, a tutta Fornero.

– “affrontare le restrizioni alla concorrenza, in particolare nel settore del commercio al dettaglio e dei servizi alle imprese, anche mediante una nuova legge annuale sulla concorrenza“. Strano che si faccia riferimento alle piccole imprese italiane e non si faccia alcun riferimento a situazioni di monopolio o oligopolio come concessioni autostradali o giganti del web con sede nei paradisi fiscali. Ad ogni modo, per precisare, ecco il riferimento puntuale: “procedure competitive per l’aggiudicazione dei contratti di servizio pubblico e delle concessioni per l’accesso ai beni pubblici“.

Molti di questi passaggi sono stati accarezzati dal discorso odierno di Mario Draghi al Senato. Per nessuno di essi vi è stato però un approfondimento, per qualcuno vi è stato assoluta reticenza.

Questo è quanto ci aspetterà, con ogni probabilità, in automatico grazie alla sottoscrizione del Recovery Fund. Il RF si è reso necessario nel momento in cui la Bce ha iniziato a funzionare quasi come una qualsiasi banca centrale: e questo accadrà a lungo, anche oltre il ripristino del Patto di Stabilità. Dunque il RF consente di vincolare gli Stati dell’Eurozona esattamente come in precedenza avveniva con la minaccia che la BCE “chiudesse i rubinetti”.

L’insieme di vincoli ai quali ci sottoporrà nei decenni a venire, almeno formalmente, è totalmente misconosciuto dai commentatori giornalistici e dai politici italiani. Pensate che Mentana e i suoi ospiti hanno parlato per un mese, tutti i giorni, della crisi di governo senza mai menzionare che qualunque sarà il RF il prossimo governo dovrà provvedere a inasprire la politica pensionistica.

DRAGHI, 2022 Ma questi discorsi varranno dal 2023 in poi: il governo Draghi, con ogni probabilità, avrà durata inferiore, e a febbraio 2022 Draghi potrebbe succedere a Mattarella al Quirinale. Significa che in questo anno ci sarà il tempo di riformare senza eccedere nelle lacrime e sangue; anzi, il governo Draghi potrebbe essere ricordato, in futuro, come un governo amico dei cittadini, come il Conte 2, perché per la seconda volta nella storia della Seconda Repubblica lo Stato Italiano darà più con la spesa pubblica di quanto ritirerà con le tasse.

Chi arriverà dopo, tuttavia, rischia di ritrovare un bilancio ingessato, con l’obbligo di tassare e tagliare la spesa per rientrare nei rigidi parametri europei.

Se davvero Draghi ha a cuore il futuro dei giovani italiani, degli adulti del 2050, più che equiparare la natura ad una cattiva moneta vendendola come buona, dovrà trascorrere questo anno per far cestinare per sempre il Patto di Stabilità, le raccomandazioni pre-Covid, per avviare la modifica dei parametri di Maastricht. Sembra qualcosa di troppo remoto dopo quello che (non) abbiamo sentito.

Altrimenti – ed è il capolavoro tedesco – l’Italia sarà fratturata irrimediabilmente: un Nord operoso e industriale che si aggancerà, green e digitalizzato, alla catena di valore tedesca con una aristocrazia operaia, con un Sud uscito dall’area di influenza germanica. E professioni e mestieri pienamente globalizzati a fronte di una massa esclusa e precarizzata.

La speranza è che, nello sguardo atlantista di Draghi, ci si agganci magari alle possibili novità di Biden e si abbandoni l’interessato abbraccio di Merkel.

IL CONVITATO DI PIETRA Quando scritto in questo articolo, che si basa su documenti ufficiali per altro linkati e al momento non messi in discussione né da Draghi né da alcun partito della nuova maggioranza, viene taciuto da tutta la stampa nazionale (pensate quante ore ha parlato Mentana nell’ultimo mese e mezzo, senza proferir parola su questi dati di fatto ma sdilinquendosi, lui e i suoi ospiti, su frasette e tweet di un Ciampolillo qualsiasi).

Ma persino dagli osservatori più attenti, si pensi allo staff di Limes, a giornali non apertamente schierati con questa maggioranza come Il Manifesto o Il Fatto Quotidiano.

Si ha paura, quando non qualcos’altro, di disvelare persino a se stessi la realtà dei fatti, perché bisognerebbe ammettere che il momento elettorale nazionale si svaluterà fino a diventare equivalente ad un voto regionale ancor più che oggi, e i governi e i parlamentari del futuro saranno soltanto chiamati ad eseguire raccomandazioni scritte altrove. La fine della democrazia costituzionale repubblicana. Nel silenzio di tutti.

 

 

 

 

 


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