A populisti e disinformati che nei giorni scorsi mi avessero chiesto “Ma chi cavolo è ‘sto Draghi”, avrei messo una mano in tasca ed avrei mostrato la banconota da 10 euri che illustra questo Sasso (di più non posso). Aggiungendo: e ho detto tutto.

La pandemia da covid non ha soltanto devastato il lavoro e l’economia, il sistema sanitario e la condizione umana; nel nostro Paese non ha soltanto ucciso ormai quasi 100 mila persone e annebbiato la speranza in più di una generazione; ma ha denudato il totale fallimento di un sistema politico e istituzionale, cambiando il significato della parola “partiti”: da associazione tra persone accomunate da una medesima visione, identità, linea o finalità politica di interesse pubblico, relativa a questioni fondamentali sulla gestione dello Stato e della società (vedasi l’articolo 49 della Costituzione); a semplice e banale participio passato del verbo partire. Appunto partiti, ciaone.

Dunque il governo Draghi che la settimana prossima chiederà (e otterrà) la fiducia dal Parlamento nasce da questa bancarotta.

Parlandone nei giorni scorsi con un caro amico a collega di Ascoli, Sandro Premici, si è arrivati a paragonare Mario Draghi, da un lato, e politicanti falliti “partiti” dall’altro, a due dipinti di Vincent van Gogh: il “Seminatore al tramonto” (Draghi), a fronte del “Campo di grano con volo di corvi” (politici e “partiti”).

Sperando però di scansare la minaccia dei corvi con un proverbio della saggezza agricola marchigiana (nella fattispecie maceratese): “Allo contadì no glie devi pistà lo grà”.


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