LE AVVENTURE DI PASQUALE LA QUAGLIA A LONDRA

di Brevevita Letters – disegni di Ilario M.

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ESSERE LECH WALESA

(episodio dodici)

 

In camera di La Quaglia alla mattina alle 8 suonò la sveglia. Cristo, il ragazzo stava sognando di essere l’unico passeggero su un pullman a due piani guidato dalla ventottenne di Pescara, che lo guardava dallo specchietto retrovisore con gli stessi occhi provocanti della tassista che portava Celentano in “Segni particolari: bellissimo”, o della tassista che portava Bruce Willis dopo l’incontro di boxe in “Pulp Fiction”, che poi Tarantino l’ha chiaramente copiata a Castellano e Pipolo quella scena, perché è praticamente identica.

La Quaglia vide che il cesso era occupato, dunque scese in cucina e intanto mise su il caffè. Aveva alle 10 e 30 un colloquio in zona Finsbury Park, poiché dopo aver risposto a numerosi annunci online per competenti di Photoshop l’avevano chiamato al telefono il giorno prima. Non vedeva l’ora di entrare al cesso e sciacquarsi finalmente la faccia, non vedeva l’ora di guardarsi nello specchio ed usufruire di quei pochi importanti secondi di intimità della mattina presto, quando devi raccogliere i cocci e ripartire, quando sei ancora impastato di sogni e viaggi parallelo col tuo lato oscuro.

Prese due fette biscottate e ci spalmò sopra una marmellata alle ciliegie senza zuccheri aggiunti, prese una banana e la taglio a metà, ingoiò un integratore alimentare che, gli avevano detto, favoriva il buon funzionamento del sistema immunitario. Indossava i pantaloncini ufficiali della Sambenedettese, dei calzettoni grigi da contadino polacco, e una vecchia felpa col cappuccio che usava come pigiama. 

Sentì finalmente aprire la porta di sopra, s’avventò su per le scale alla ricerca dell’agognato cesso. Sul pianerottolo che conduceva alle camere incrociò lei, la ventottenne di Pescara, che gli rivolse uno sguardo di profondo disprezzo.

Che donna ‘malamente’, pensò. Prima mi seduce e poi mi guarda con disprezzo.

Dopo di questo La Quaglia svolse delle fondamentali riflessioni con le mani appoggiate al lavandino. Non focalizzò nessun argomento con esattezza, ma si inquadrò secco su un unico verso: “se si intosta ‘a nervatura mett tutt mbacch ‘o mur “, come diceva Pino Daniele in “Je so’ pazzo”.

Spedì due messaggi al cellulare, controllò le notifiche di instagram, voleva essere solo e chiuso a chiave giusto qualche istante, forse per illudersi che qualche pezzo della sua giornata fosse effettivamente sotto la sua unica giurisdizione, non in perenne condivisione con gli altri cacacazzo.

Scese e bevve il suo caffè bollente.

Si vestì, uscì fuori in strada.

Colloquio numero uno. Finsbury Park. Un palazzone giallo poco dietro la stazione della metro, interno 115, sesto piano. 

Un laboratorio orafo. 

Fu accolto da un iraniano all’ingresso, il quale chiese a La Quaglia se per caso gradiva un caffè, e poi gli disse: “prego, si sieda”. Era un appartamento stretto, con molte piccole stanze, e in ogni stanza campeggiavano dei piccoli macchinari di precisione per lavorare l’oro, per fonderlo, scolpirlo, incidere lettere, incastonare pietre preziose, eccetera. Due minuti di attesa ed ecco che arriva il boss, iraniano anche lui, che pregò La Quaglia di seguirlo al pc, ed evitando convenevoli gli disse: “potresti rendermi più luminose queste immagini?”. A quel punto La Quaglia chiese se fosse possibile avere quel caffè che gli avevano offerto pochi istanti prima. 

“Certo, come no”, gli risposero.

Gli fu portato il caffè.

La Quaglia si sentiva nervoso e sottopressione, ma fece del suo meglio per mantenere la calma, e per lavorare quell’immagine come se si trovasse chiuso nel suo studio, senza iraniani che lo fissavano. Di certo diede l’idea di uno che sapeva il fatto suo, perché non accusò il benché minimo tremolio della mano.

D’altro canto, gli parve così stupido e inadeguato trovarsi lì, in quel momento, a mostrare agli iraniani i suoi talenti, che tra l’altro – specie riguardo photoshop – non erano certo eccelsi. Mentre schiariva le immagini di quegli anelli, La Quaglia aveva già capito che passare in quel posto gran parte della sua giornata non era assolutamente fattibile. Troppo triste. Troppo privo di quel respiro internazionale che lui andava cercando. Troppo uguale a un ufficio di sbt.

Il ragazzo non vedeva l’ora di togliersi di lì. Gli sarebbe scoppiata un’irritazione cutanea in faccia se non se ne andava subito. Dunque fece l’ultimo sorso di caffè, e poi si alzò dalla sedia e disse: “mi spiace, non fa per me, devo andare”.

Colloquio numero due. Un’oretta di metro verso Est, vicino Canary Wharf, ma una zona del tutto scalcinata. Marciapiedi putridi, strade deserte, gommisti che sembravano “Snatch”, il film di zingari londinesi con Brad Pitt. La Quaglia arrivò all’indirizzo che gli avevano dato. Era una rivendita take-away di cibo filippino. Venne accolto da un ragazzo giallo sulla trentina, che gli disse: “ce l’hai la bici o il motorino? 6 sterline a ora + 1 sterlina per ogni consegna”. La puzza di spezie calde e piccanti del sud-est asiatico era quasi insopportabile. Cristo, era meglio andare a lavare le macchine, di gran lunga.

“no non ce l’ho la bici, ciao”

La Quaglia si riavviò mesto verso casa. Aveva visto di recente un documentario su Lech Walesa su youtube. Durante un’intervista che Oriana Fallaci aveva fatto al leader polacco venne fuori questa domanda: “che cosa significa essere un leader?”

Walesa quasi infastidito prese la parola e disse: “io non so risponderle, io sono un essere pieno di rabbia, conosco la folla, conosco le vacche al pascolo, quando stanno troppo zitte allora è bene che qualcuno dica loro cosa fare” 

La Quaglia non era un leader, ma un cane sciolto,

e come tutti i cani abbaiava,

e come tutti i cani aveva bisogno d’amore.

Una volta a casa si scolò la solita boccia di vino col magazziniere romano, il quale gli disse: “ecco il n di tel che devi chiamare – viecci a parlare – viecci domani. Servono drivers”


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