LE AVVENTURE DI PASQUALE LA QUAGLIA A LONDRA

di Brevevita Letters – disegni di Ilario M.

 

NELLA CASA GRIGIA, PERSONAGGIO UNO

(episodio otto)

Qui gli episodi precedenti.

 

Finché si trattava di mangiare, di bere e di parlare del più e del meno, nella casa si respirava un’atmosfera tranquilla, ma se scavavi appena un pelino più a fondo venivano a galla i mostri

I mostri che sono in noi.

Il ventiseienne di Alba Adriatica ad esempio faceva il videomaker, così diceva lui, ma dal giorno che La Quaglia aveva messo piede nella casa l’aveva visto uscire dalla sua stanza solo un paio di volte. Stava sempre infognato in camera, spesso faceva pure colazione e pranzo lì, sdraiato sul letto, e certe volte non usciva nemmeno per la cena. Ormai aveva preso un colorito purpureo e ragnateloso connesso con la puzza di acari che saliva su dal materasso. “A chi li fa i video, alle colonne di ottone del suo letto? Alla famiglia di topi sotto il radiatore?” si domandava La Quaglia mentre lo incrociava, quelle rare volte, quando si davano il cambio per entrare e uscire dal cesso.

Il ventiseienne di Alba Adriatica era capace di restare rinchiuso interi giorni, a guardare le serie tv sull’ipad, puntata dopo puntata, ora dopo ora, le undici di mattina, le tre di pomeriggio, senza più controllo. Quando La Quaglia intravedeva la sua figura dalla porta socchiusa, stravaccata selvaggiamente sul letto disfatto, aveva quasi un fremito di paura. C’era ‘sto corpo apparentemente senza guida deposto sul letto, come un morto, come un pazzo, come una scultura finlandese iperrealista, con le spese della casa di Londra che correvano spietate, e lui lì, senza fare niente. Ma come cazzo faceva a pagare l’affitto?

Quelle poche volte che il ventiseienne faceva capolino fuori dalla sua orrenda tana era per mangiare. Sfoggiava allora una verve ingiustificata, quasi meccanica, che non si capiva da dove venisse. Apriva le credenze con apparente entusiasmo alla ricerca di origano e peperoncino da aggiungere all’arrabbiata che aveva appena soffritto.

La Quaglia era colpito da come questo qua potesse ancora giocare a sembrare una persona normale.

Apparecchiava la tavola con una cura maniacale, foss’anche per fare colazione alle nove di mattina, e andava a finire che si alzava dal convivio anche due ore e mezza dopo, dopo aver essiccato e prosciugato ogni possibile notifica di instagram, quell’instagram dove lui aveva 35mila follower, e dove pareva avesse una vita super bella, super interessante e super busy. Invece no. La paranoia lo ricopriva decisamente, e bastava guardarlo per rendersene conto. Aveva delle movenze ormai da speleologo, come un uomo perso in uno stretto tunnel, un uomo che non vede mai la luce.

La città lo stava mangiando.

La sua compagna, la ventottenne di Pescara, sembrava consapevole della follia del suo uomo, ma lo difendeva, e diceva “lui c’ha sempre da fare al pc, è il suo lavoro, il suo lavoro è così, lui lavora da casa”. 

Ma quale lavoro porcozzio? sta tutto il giorno a guardare le serie di Netflix!

Oramai anche chi lo vedeva scorrere per casa poteva impazzire solo a guardarlo, scovare dentro di sé un germe malato, una pozza fangosa, un lago di sabbie mobili improvviso, qualcosa che se non ci stai attento te ne cali giù come niente. La follia è una belva contagiosa.

Quel ragazzo era triste e tetro, quel ragazzo era un mistero.

Una notte che La Quaglia aveva fatto le ore piccole, casualmente, riuscì a scoprire qualcosa. Mentre, a causa delle troppe birre, ficcava a fatica le chiavi nella toppa della serratura, notò con la coda dell’occhio una bmw del valore di almeno 60,000 £ che sostava proprio davanti al portone della casa. Dentro la macchina c’erano tre individui, c’erano luci spente e silenzio, e la chiara volontà di non farsi sgamare. Dunque immediatamente La Quaglia fece finta di niente, distolse lo sguardo, tossì, sputò per terra, fece di tutto per sembrare un semplice innocuo ubriaco incapace di notare le stranezze, perché aveva capito di essersi trovato lì nel momento sbagliato.

Barcollò accentuando volontariamente la mossa, lo fece apposta a barcollare, per dare proprio l’idea di quello che sta cotto al punto da non vedere e non capire nulla, prese a calci una lattina, pronunciò qualche frase nel nobile dialetto della Vallata del Tronto, ma in una versione antichissima  e decisamente incomprensibile, roba che può far ritrarre anche un clan di pericolosi iracheni, come forse erano quelli dentro la bmw.

Finalmente aprì la porta. Ebbe la sensazione netta di aver prodotto una sceneggiata convincente. Questo pensiero lo rilassò. Una volta richiusa la porta alle sue spalle tirò un sospiro di sollievo e si sentì anche orgoglioso del suo sangue freddo. Immediatamente si mise a guardare fuori, dallo spioncino della porta. 

I tre uomini nella bmw gesticolavano e discutevano animatamente nel buio, dietro i vetri scuri dell’autovettura. La Quaglia vedeva le sagome aldilà delle portiere agitarsi silenziose, ma non poteva distinguere certo le facce, né altri particolari utili a capire la situazione. A un tratto, TAC, si apre una portiera. Esce il ventiseienne di Alba Adriatica, e quelli dentro che lo sfanculavano dietro, lanciando sibili sinistri nella notte, come veleno sottovoce, come rettili sfiatati che hanno a che fare con un loro schiavo, stupido, da spremere.

La Quaglia si avviò su per le scale a piedi scalzi, sulla moquette, silenzioso come un puma. Entrò in camera sua. Sentì sbattere il portone di sotto. Il ventiseienne di Alba Adriatica era rientrato.

Ancora nulla di comprensibile, ma qualsiasi cosa fosse doveva essere qualcosa di remunerativo forte.

Di certo era da quella bmw che uscivano fuori i soldi per pagare l’affitto.

 

Brevevita Letters


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