LE AVVENTURE DI PASQUALE LA QUAGLIA A LONDRA

di Brevevita Letters – disegni di Ilario M.

Qui le precedenti puntate

Una serie a puntate, di Brevevita Letters. Qui gli ultimi episodi

SECONDO IMPATTO CON WALTHAMSTOW 

(episodio sette)

 

“allora come funziona?” 

“cinquecento pound al mese, è un buon prezzo, non devi lasciare il deposit perché il contratto sta a nome nostro e il deposit è stato lasciato già a suo tempo. Puoi trasferirti anche domani, la stanza è libera da una settimana. Prima di te c’era un portoghese che mo se n’è ritornato in Portogallo. E’ partito di corsa e ha lasciato la stanza da fare schifo. Ti toccherà pulire”

“non ti preoccupare, non è quello il problema. Posso vedere la stanza?”

“certo, ti faccio strada…  anche, ti voglio fare una confidenza: seppure non fosse partito di corsa avrebbe lasciato lo stesso uno schifo, quello. Era piuttosto zozzo il ragazzo”

La Quaglia cominciò immediatamente ad affezionarsi a quella che sarebbe stata la sua tana, gli scalini stretti per andare di sopra, il cesso con i peli pubici candidamente appoggiati sul bordolo del water, eccetera. Mamma mia, era come quelle case degli Universitari di Bologna negli anni 90. Era come ritornare indietro nel tempo. D’altronde, si fa un passo indietro per farne poi altri dieci non si sa dove. La vita è strana, e attraverso una indefinibile convergenza di variabili cosmiche, può portare un essere umano ovunque nelle stanze del mondo, per i motivi più disparati ed a causa delle vicende più accidentali. Nella fattispecie, aveva portato La Quaglia esattamente in quel posto, a quell’ora, quel giorno.

“va bene, ci sto. Domani vengo coi soldi del primo mese allora”

Fuori di lì, La Quaglia decise di concedersi una birra al pub. Entrò in un edificio che in passato doveva essere stato un teatro, e che forse tuttora ospitava eventi, perché le pareti erano disseminate di manifesti musicali, e manifesti di commedie.

C’era pochissima gente, erano le cinque di pomeriggio. Il pub era a due piani, ed era bellissimo.

A quel punto a La Quaglia venne in mente il fermento culturale di cui gli avevano parlato. Ecco, in questo posto si notava decisamente qualcosa del genere. C’era un odore di cesso, c’era un odore di qualcosa che sta per succedere, c’era un barista di colore sulla venticinquina, spigliatissimo, che al banco la faceva da mattatore. 

La Quaglia ordinò una lager cecoslovacca (amava questo aggettivo, nonostante la Cecoslovacchia si fosse dissolta nel dicembre del 1992). Notò un vecchio con un berretto nero da baseball seduto su uno sgabello ai bordi del muro. Doveva avere sui settantacinque anni e sorseggiava quella che sembrava una pinta di London Pride, o qualcosa di simile, cioè quelle birre a pompa poco gassate, tipicamente inglesi, che vanno servite a temperatura leggermente più alta della birra tradizionale che siamo abituati a conoscere noi italiani. Quassù in uk queste birre vanno fortissimo, le bevono come fosse acqua. Il vecchio col berretto da baseball guardava La Quaglia, e gli sorrideva, sembrava che volesse dirgli qualcosa, e quindi La Quaglia gli si avvicinò:

“buonasera signore”, gli disse

“di dove sei tu, ragazzo?” gli chiese il vecchio con pochi preamboli

“italiano, appena arrivato. Mi fermerò in questo quartiere per un po’”

“benissimo, a noi inglesi gli italiani piacciono molto. Sto andando a fumare una sigaretta, mi accompagni?”

“certo”

Quel vecchio era un ex appassionato dei Clash, La Quaglia lo percepiva chiaramente. Ora però si faceva fatica a capire se qualcosa lo appassionasse ancora. Di certo, dopo le rabbie e le tempeste dell’età adulta, quel vecchio aveva trovato la pace, ma insieme ad essa, anche la fine delle ostilità. Sembrava che un arbitro all’interno delle sue arterie avesse decretato il triplice fischio finale e ciò che adesso era rimasto era solo un se stesso da bambino, qualcosa di dolce e di verace, ma anche qualcosa che al mondo d’oggi non interessa un fico secco. La Quaglia e il vecchio col berretto da baseball erano sull’uscio a fumarsi una sacrosanta sigaretta. Ben poche parole si dissero, ma quel vecchio era gentile, ed era anche l’emblema dell’accoglienza anglosassone verso gli emigrati. 

Nessun pregiudizio, siamo pur sempre  uomini, e noi inglesi siamo i primi zingari del mondo, avendo a forza di emigrazioni fabbricato l’America. Poco importa se il tuo inglese è penoso ragazzo. Qui se ti dai da fare puoi cavartela. Noialtri non si bada alle apparenze. Questo era il succo degli sguardi, sguardi e boccate di sigaretta intensi, sguardi senza parole.

Dopo i primi 5 giorni di Londra asettica e distante, quello fu il benvenuto ufficiale. Fu un evento apparentemente semplice e insignificante che però aveva tutta l’aria di qualcosa che sarebbe restato negli anni, galleggiante leggero nei pensieri di La Quaglia, di tanto in tanto, come certe cose mute e delicate che s’apprendono talvolta in famiglia.

Cominciò a piovere, ma poco, a Londra non piove come in Italia, piove più piano, pioviccica che pare che nemmeno ti bagni, le chiamano showers, piccole impercettibili docce, docce fredde, persistenti, docce inevitabili, calcolate, docce che a volte ti fanno sentire solo come il cane randagio più inutile e più inquieto del mondo.

Quand’è che io troverò la pace? si disse La Quaglia rivolgendo un ultimo sguardo a quel vecchio.

Il triplice fischio è ancora lontanissimo per me.

Sento il fuoco che arde.

 

Brevevita Letters


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