Una riflessione sulla didattica a distanza scritta dal nostro Antonio Di Salvatore, studente del quarto anno del Liceo Classico di San Benedetto.

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Didattica e distanza: due parole che mai avremmo pensato potessero convivere l’una legata all’altra, unite insieme in quello che sembra un insolito ossimoro.

Dopo tre mesi che hanno fatto riflettere sulla centralità della scuola, ora che l’anno scolastico è concluso, è tempo di fare delle riflessioni a margine per capire cosa può insegnarci questo precedente e in quali aspetti la DaD può o non può sostituire le tradizionali lezioni in presenza.

In primo luogo occorre sottolineare come la DaD abbia portato in modo analogo insegnanti ed alunni a rivedere la propria quotidianità. I primi si sono dovuti cimentare con le piattaforme online più disparate, cambiando la loro maniera di divulgare e di valutare i ragazzi (un esempio è la “flipped classroom”, in cui l’alunno si mette nei panni del docente ed espone ai compagni la propria ricerca, proprio come se ci si trovasse in una classe rovesciata); i secondi, abituati fin dalla scuola primaria alla classica lezione frontale, trovandosi in un contesto di maggiore indipendenza, hanno rivoluzionato il proprio approccio allo studio, non vedendolo più soltanto come un obbligo.

Pur riconoscendo alla DaD ampi margini di miglioramento, spesso ci si è ritrovati a rimpiangere la scuola tradizionale. I motivi sono molteplici e cercherò di riassumerli nei seguenti punti:

– Facendo didattica a distanza, la casa è diventata luogo di “lavoro” h24 tanto per gli studenti quanto per gli insegnanti, poiché l’ambiente in cui si fa scuola è lo stesso in cui si svolgono tutte le altre attività di vita quotidiana. Può sembrare una sottigliezza, ma l’avere continuamente sott’occhio mail, notifiche e messaggi scolastici, può risultare faticoso sia per gli insegnanti che per i ragazzi, i quali sono raggiungibili anche dopo le canoniche 5 ore mattutine. Il lato positivo è che si possono avere chiarimenti o integrazioni anche al di fuori dell’orario, tuttavia specialmente nel periodo del lockdown, i momenti di “stacco” sono diventati davvero merce rara. In sostanza la mole di lavoro è aumentata da ambo le parti e l’unico antidoto per non appesantire maggiormente questa situazione, si è rivelato il dialogo tra ragazzi ed insegnanti: un confronto costruttivo tra persone che hanno sì ruoli diversi, ma che si sono trovate a dover imparare insieme come sfruttare al meglio le potenzialità del digitale. Un dialogo che ha permesso ai giovani di vedere con occhi diversi anche quello che all’apparenza sembrava il più severo dei professori.

– Strettamente collegato alla riflessione precedente, è il discorso sulle valutazioni. Ad oggi, che piaccia o no, i voti sono l’unico strumento che il docente ha per “misurare” le competenze scolastiche di un alunno. Mentre prima dell’emergenza la verifica si basava quasi unicamente sulla ripetizione più o meno mnemonica degli argomenti svolti a lezione, nel momento in cui viene meno il colloquio faccia a faccia, l’interrogazione deve basarsi su altri tipi di capacità. Infatti uno studente, prima della verifica orale, potrebbe aver sostituito tutti i poster della sua stanza con le pagine del libro e, in casi estremi, sarebbe disposto a posizionare persino un “gobbo” dietro la telecamera del computer. Ovviamente il professore, grazie alla sua esperienza, lo sa bene e pertanto pone domande che implicano il ragionamento, la capacità di rielaborazione personale, la logica e i collegamenti con le altre discipline, ovvero tutto ciò che non c’è nel manuale di testo. Alle classiche verifiche orali, si affiancano, oltre alla già citata “flipped classroom”, le UDA (unità didattiche di apprendimento), i documenti Word con file allegati (foto, video, link per approfondimenti) e le presentazioni in Power Point da esporre in videoconferenza alla classe.

Riflessioni sulle potenzialità della DaD: se volgiamo uno sguardo ai paesi del Nord Europa, ci rendiamo conto che tutte le modalità appena citate, vengono usate già da parecchi anni, ben prima dell’emergenza Coronavirus. Prendendo spunto da paesi come la Finlandia o la Svezia, osserviamo come il modello di istruzione sia più elastico e dinamico rispetto al nostro (ma non necessariamente migliore). La differenza principale, è che mentre da noi si è ancora legati al concetto di materia singola, l’idea di scuola dei paesi scandinavi, è più globale: le lezioni sono interdisciplinari, si parla di letteratura, arte o filosofia inserendo tutto nel contesto della storia che fa da sfondo. I voti non si assegnano fino all’età di 13 anni e gli studenti si servono regolarmente delle nuove tecnologie come smartphone e tablet, per fare ricerche inerenti all’argomento che il docente sta trattando in quel determinato modulo.

In Italia, possiamo dire che la scuola ha compiuto in tre mesi un salto telematico che attendeva da oltre dieci anni. Grazie alla passione degli insegnanti e alla collaborazione degli studenti, si è aperto un capitolo nuovo, con un sistema che avrà bisogno ancora di rodaggio per entrare nel pieno del funzionamento, ma che una volta assimilato, potrà rivelarsi efficiente.

Tuttavia la DaD dovrebbe affiancare e non sostituire l’insegnamento tradizionale, nel quale il confronto, la crescita e lo sviluppo del pensiero critico, formano ed istruiscono le generazioni del futuro.


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