Allo stato attuale, il governo ha stanziato 25 miliardi, in massima parte non ancora arrivati nelle tasche dei destinatari, e provvederà soltanto a fine aprile ad una ulteriore manovra. Il lockdown va a colpire un Pil mensile di 150 miliardi di media, di cui una sessantina di spesa pubblica, 85 di produzione privata e 5 di interessi. Eravamo già in recessione e tra febbraio e marzo la produzione privata potrebbe essere scesa di circa 40 miliardi, e altri 40, forse più, ad aprile. L’effetto valanga e le prime perdite turistiche serie potrebbero portare a maggio ad una perdita simile. Se poi il turismo estivo verrà intaccato ulteriormente rispetto alle previsioni attuali, potremmo avere una perdita quasi simile durante l’attesa Fase 2. E non ci si può spingere oltre perché si ha paura al solo pensiero.

Lasciamo perdere le garanzie sui prestiti, che pure vanno bene: è probabile che serviranno mesi e in mancanza di una domanda di beni e servizi serviranno più per pagare i debiti (e le tasse) contratti che per investire.

Avevamo scritto, qualche giorno fa, “Conte fai da solo“, intendendo per Conte l’Italia, prendendo proprio spunto dalle parole del Presidente del Consiglio. Nell’articolo, anche con il supporto delle parole di Draghi, si immaginavano diversi scenari a seconda dell’esito della trattativa. Qualche giorno dopo, illustrando in conferenza stampa i contenuti del “decreto liquidità”, per fortuna almeno una giornalista poneva le domande sull’Eurogruppo e Conte ribadiva: “Mes no, eurobond sì“.

E dire che lo ha ribadito qualche giorno fa.

Ma se quelle dichiarazioni erano invece solo sparate, simili ad un pokerista che millanta di avere un poker d’assi e poi scopre le carte prima dell’ultimo giro, poveri noi. E che tristezza l’inutile polemica con le opposizioni, i toni accorati per solleticare la pancia scomposta dei 5S, l’eroica promessa dell’uomo solo che lotterà contro i poteri avversi il prossimo 23 aprile, a due mesi dall’inizio dell’emergenza coronavirus, senza ancora nulla in mano (bussare alla porta di Usa, Uk e Giappone per sapere come ci si comporta).

E nessun riferimento a quell’altrimenti facciamo da soli, unica arma per avviare una vera contrattazione e che può costringere i cattivi a delle vere concessioni, oggi neppure più accennata quando invece un vero leader si sarebbe incaricato di evocare almeno una possibile strada di salvezza se tutto andrà male, oltre lo sguardo burocratico del proprio ministro dell’Economia.

Il 23 aprile, al Consiglio Europeo, nella migliore delle ipotesi ci sarà un ulteriore rinvio delle decisioni più necessarie, in quella peggiore una capitolazione che sarà resa rivendibile con ipotetiche concessioni di immagine per il pubblico di casa (italiano e non solo). Il celebre “Recovery Fundsarà uno storno dei soldi del bilancio europeo già stanziati dagli Stati (quindi presi a prestito dai mercati) che sarà etichettato pubblicamente come una condivisione di debito sulla falsariga del bluff Sure. E qui verranno etichettati come “i primi eurobond”, perché in caso contrario il 24 aprile Conte dovrebbe dimettersi e non è possibile.

Una immensa perdita di tempo ed energie attorno ad aspetti inutili e accozzaglie di sigle iper-burocratiche incomprensibili, quando oggi l’unica cosa che occorrerebbe sarebbe garantirsi che gli acquisti di titoli di stato della Banca Centrale Europea continuino e aumentino anzi rispetto alle previsioni nei mesi di aprile e maggio.

E soprattutto non vengano poi adoperati come immensa arma di ricatto, in vista di quei “fondamentali” sui quali riordinare ancora una volta l’intera società italiana. Perché se il debito acquistato dalla Bce diventerà contabilità aggiuntiva rispetto al momento in cui la politica (e non leggi divine dell’economia che esistono solo nella mente dei fanatici) ripristinerà il Patto di Stabilità, allora lo ripagheremo tutti noi, come sempre. Se non si è in grado di imporre un minimo cambio di rotta adesso, figuriamoci cosa accadrà fra un anno quando il cesto con la frutta si sarà svuotato e dovremmo obbedire a chi ce lo ha riempito.

Non ci sarà opposizione al taglio della spesa pubblica nell’istruzione e negli investimenti, nell’ambiente e nella cultura. Non ci sarà chi si opporrà al taglio delle pensioni, al blocco degli stipendi degli statali, al licenziamento dei precari nelle scuole e nelle pubbliche amministrazioni. Non ci sarà opposizione all’aumento dell’Iva, al taglio dei trasferimenti agli enti locali.

A quel punto, e sono inquietanti ricorsi storici, all’influenza spagnola del 2020 che chiamiamo Covid-19 si affaccerà come unica alternativa alla dissoluzione delle radici repubblicane una nuova forma di autoritarismo nazionale. Non è detto che si imponga: potrebbe anche essere una alternativa utile al mantenimento del sistema. Ma è imprevedibile la reazione popolare di fronte allo sfacelo che sarà.

Sembra incredibile come una strada così facile da prevedere date le condizioni che si vanno definendo sfugga al senno dei nostri decisori, troppo timidi e subalterni e privi di slancio, tanto che le stupide polemiche tra i partiti sembrano il classico diversivo per stimolare un po’ di tifoseria. Ma ne siamo davvero stanchi, signor presidente e, a stretto giro, gli oppositori che adesso starnazzeranno felici, perché quando sono costretti a parlare di cose serie risultano quasi sempre impresentabili (qui e qui).

Del tutto inutile per il pane che oggi serve.

 

 


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