SAN BENEDETTO DEL TRONTO – L’emergenza coronavirus si sta diffondendo come un’onda in tutti i paesi del mondo, anche quelli che fino a qualche tempo fa pensavano, o speravano, di restarne immuni. Abbiamo contattato Andrea Minonne, giovane sambenedettese di 30 anni che vive e lavora a Londra, come tanti altri connazionali. Nella capitale londinese, dove risiede dal 2011, Minonne svolge il lavoro di analista presso una multinazionale del settore tecnologico.

In Italia avevano colpito alcune affermazioni di Boris Johnson, il quale sembrava puntare all’immunità di gregge, ma nel giro di poche ore ha preso misure più drastiche fino al lockdown. 

A metà marzo Patrick Vallance, consigliere scientifico del governo, ha rilasciato delle affermazioni molto forti dicendo che il 60% della popolazione britannica dovrà contrarre il Covid-19. Johnson ha affermato che molti cari ci lasceranno prima del tempo. Sono state affermazioni pesanti e non ben pensate che hanno creato un problema di comunicazione non indifferente e che hanno generato reazioni quali panic shopping tra la popolazione inglese che hanno portato all’assalto dei supermercati, lasciando scaffali vuoti e creando problemi tra la fetta di popolazione più vulnerabile. Qui nel Regno Unito nei primi giorni siamo stati tutti molto confusi. Se all’inizio il concetto della herd immunity mi ha lasciato perplesso, il fatto che già il giorno dopo il governo inglese abbia fatto un passo indietro e iniziato a implementare via via misure sempre più strette per limitare i contatti sociali mi ha confuso molto e non mi ha fatto capire a pieno il perché delle affermazioni riguardo l’immunità di gregge. 

In che modo stanno reagendo gli inglesi? Come si vive attualmente a Londra? Quali attività sono chiude e quali aperte? 

Non ho mai visto Londra così vuota in 9 anni. In una sola settimana siamo passati da nessuna misura a un lockdown. Quando il Regno Unito ha visto il numero dei casi alzarsi velocemente siamo passati ad azioni più dirette. In soli 7 giorni sono state chiuse scuole, ristoranti, pub, bar, caffé, teatri, cinema, grandi catene di abbigliamento. Qui chiudere le scuole è considerata una misura estrema. Molti hanno criticato il ritardo con cui è arrivata questa misura, non capendo che una parte molto grande della popolazione inglese lavora nel sistema sanitario. Molti genitori che lavorano nel National Health Service avrebbero dovuto prendere tempo dal lavoro per badare ai loro figli, causando una potenziale carenza di personale negli ospedali. Chi lavora nel settore pubblico rappresenta una parte vitale della società inglese, tanto che il governo ha lavorato per evitare che un potenziale crollo di personale causato dalla chiusura delle scuole aggiungesse pressione a un sistema sanitario già in difficoltà. Invece catene come Tesco, Sainsbury’s, M&S, Waitrose, Whole Foods rimangono aperte, come anche alcuni negozi che vendono prodotti per la casa (Wilko) ma hanno tutte una forte politica di distanziamento sociale.

Ci sono problemi per acquistare generi alimentari?

Fare spesa ora richiede più tempo, anche se non ho visto situazioni estreme come in Italia. Ci sono file distanziate all’ingresso, non possiamo entrare tutti in una volta. In molti supermercati e negozi entra una persona appena ne esce una. Dobbiamo rispettare una distanza di due metri. Sono aumentate le casse automatizzate per minimizzare il contatto umano, ma anche queste sono attive in modo alternato per garantire il rispetto dei due metri. Viaggiare all’estero ora è praticamente impossibile. In generale, non abbiamo paura, ci atteniamo alle regole sperando che tutti facciano lo stesso e che la situazione si risolva nel più breve tempo possibile.

La notizia del Principe Carlo e del Primo Ministro Boris Johnson positivi che eco ha avuto e come è stata recepita? 

Entrambe le notizie hanno avuto eco in tutto il Regno Unito, ma quella del primo ministro è stata la news più amplificata. Ci sono state alcune discussioni, che ho trovato inutili, riguardo il fatto che il governo inglese non avesse rispettato le stesse misure che ha imposto a un’intera popolazione. Altri hanno commentato il fatto che BoJo abbia avuto la possibilità di essere testato per il Covid-19, mentre per il resto della popolazione è quasi impossibile effettuare un test. In questo momento, le trovo polemiche che non aggiungono nessun valore alla situazione attuale in cui è essenziale essere uniti per uno scopo comune. Trovo utile, invece, guardare il tutto da un altro angolo. Il fatto che BoJo sia positivo al Covid-19 ci ha fatto capire che siamo tutti a rischio e che il Covid-19 non risparmia nessuno.

Un ruolo importante lo stanno avendo i media e i social. Noti delle differenze tra la divulgazione e la condivisione delle notizie in Gran Bretagna rispetto all’Italia? 

Qui in Uk, il primo ministro edopo la sua malattia, le altre autorità competenti, fanno degli annunci da Downing Street ogni sera alle 17 in cui ci danno aggiornamenti sulla situazione, rispondono in tempo reale alle domande dei media inglesi collegati in videoconferenza, e annunciano nuove misure. C’e’ una comunicazione consistente su basate giornaliera. Non so se si possa dire lo stesso dell’Italia. Trovo assurdo ad esempio che si siano date comunicazioni su decreti via diretta Facebook ancora prima che un decreto fosse emanato. Per quanto riguarda i social, qui Twitter ha un grandissimo ruolo. I social sono tanto importanti quanto le comunicazioni mediatiche. Il governo inglese, il primo ministro, Downing Street, il sistema sanitario inglese (Nhs), Public Health England e altre autorità sono tutte molto attive su Twitter per dare aggiornamenti costanti. Sono state fatte grandi campagne di sensibilizzazione sui social tramite digital advertising e questo ha aiutato noi giovani a monitorare costantemente la situazione e a tenerci aggiornati sui nuovi sviluppi.

Nella fase iniziale dell’epidemia gli italiani hanno rischiato di essere additati come diffusori dell’epidemia in Europa. Come italiano all’estero, che tipo di sensazione hai provato? Ci sono stati anche episodi spiacevoli, magari non rilevanti a livello di cronaca, che hai vissuto o a cui hai avuto notizia? 

Non ho vissuto nulla di tutto ciò. Al contrario, sto ricevendo molti messaggi di supporto. I miei amici e colleghi inglesi mi hanno spesso chiesto come la mia famiglia e i miei amici in Italia stanno vivendo la situazione. Ho sentito di alcuni episodi isolati di discriminazione. Gira un video che mostra un guidatore Uber di origini non inglesi rifiutare di far salire a bordo un ragazzo perché italiano. Rimango scettico riguardo “voci” che corrono riguardo italiani discriminati perché indossavano la mascherina in strada. Spero non siano bufale per attirare attenzione.

Com’è l’informazione per rendere consapevoli i cittadini su come evitare il contagio? In Italia è molto assidua. 

Il governo inglese ha diviso la strategia contro il Covid-19 in 4 fasi: contenimento, ritardo, ricerca e mitigazione. Durante la prima fase di contenimento siamo stati letteralmente “bombardati” dai media, a lavoro, negli aeroporti, nelle metro, nelle palestre, nei luoghi pubblici, sui social, via email. Abbiamo attraversato un vero e proprio processo educativo martellante sul Covid-19 in cui il governo ci ha insegnato cosa fare per evitare il contagio. Si punta su messaggi veloci e efficaci che ci entrino in testa come “Catch it. Kill it. Bin it” (Intrappola il virus. Uccidilo. Buttalo via), “Stay home. Save lives” (“Rimani a casa. Salva vite umane“), “Protect the NHS” (Proteggi l’NHS) che abbiamo visto ovunque in giro. Qui si punta molto sulla sensibilizzazione e sull’informazione e si fa affidamento sul buon senso della poolazione inglese e sulla capacità di recepire il messaggio e metterlo in pratica.

Qual è lo stato della sanità inglese a confronto con quella italiana? Tutti i cittadini hanno diritto alle cure? 

Anche se siamo fuori dall’Unione Europea, siamo ancora nel periodo di transizione in cui cittadini europei hanno diritto ad assistenza sanitaria. Quindi per i cittadini europei in Uk per ora non cambia nulla. Il sistema sanitario inglese assume personale da tutto il mondo. I talenti non mancano. Ma ora ci sono molte altre pressioni causate dal Covid-19 che si stanno facendo sentire. Per avere assistenza e supporto via telefono in casi sospetti di coronavirus qui nel Regno Unito c’e’ un numero gratuito, il 111, da chiamare in caso di necessità. Le linee ora sembrano essere intasate, con lunghi tempi di attesa, addiritutura di un’ora. L’assistenza è anche molto riduttiva e nella maggior parte dei casi si richiede al malato non grave di stare a casa in isolamento, assumere paracetamolo, e monitorare la situazione prima di considerare un’eventuale ammissione in ospedale successiva solo a peggioramenti e problemi respiratori.

E a livello di strutture sanitarie?

L’Inghiliterra ha 4,048 posti letti di terapia intensiva, di cui qualche giorno fa i tre quarti erano occupati. A Londra Est ora stanno adibendo la struttura in cui normalmente ci sono fiere e conferenze a ospedale temporaneo, chiamato Nightingale hospital, in cui stanno allestendo quattro mila posti letti per malati Covid-19. In tutta l’Inghilterra si stanno riconfigurando gli spazi in ospedale cosi da avere 33 mila posti aggiuntivi per pazienti Covid-19. Inoltre, qualche giorno fa sono stati richiamati 65 mila dottori e infermieri in pensione, dei quali più di 11 mila hanno accettato e sono tornati operativi per l’emergenza. Un altro problema è il numero dei test effettuati. L’Italia ha sicuramente testato molte persone in più del Regno Unito già dalla fase iniziale. Qui al 28 marzo sono stati effettuati 120.776 test, di cui 17.089 sono risultati positivi. Si testano soltanto i pazienti in ospedale con sintomi influenzale e, da questo weekend, i test vengono estesi allo staff del sistema sanitario. Ad oggi si effettuano circa seimila test al giorno ma il primo ministro ha promesso di estendere i test a larga scala, fino a raggiungere 10 milatest al giorno a fine marzo e 25 mila da metà aprile. Ci sono alcune lacune certamente, ma la forza del sistema inglese sta nella capacità di rispondere con misure tempestive e coordinate e con un chiaro e ben definito piano di contingenza. Ciò mi tranquillizza molto.

Si stima che a Londra vivano circa 500 mila italiani, 700 mila in tutta la Gran Bretagna. In questa emergenza partita prima dall’Italia, in che modo la comunità italiana si è sentita coinvolta, sia in riferimento a quanto avveniva in Italia sia a quello che sta accadendo in Uk? 

Questa situazione ci ha toccati tutti, nessuno escluso. Noi Italiani in Uk abbiamo avuto momenti di alta preoccupazione per le nostre famiglie e tutti gli amici in Italia ma grazie alla tecnologia e a una comunicazione costante riusciamo a gestire bene la situazione. Io mi sento molto coinvolto sia dal lato italiano che dal lato inglese. Da marchigiano mi sono sentito in dovere di fare una donazione alla Asur Marche, e specificamente all’area che ricopre il territorio di San Benedetto del Tronto. Qui a Londra invece ho deciso di usare il mio tempo libero per dare informazione a chi mi segue su Instagram. Tutto parte da noi e siamo noi che dobbiamo cambiare i nostri stili di vita in questo momento. Quindi ho dedicato il mio profilo andrexplores, in cui di solito racconto le storie dei miei viaggi, all’informazione sul coronavirus. Do aggiornamenti sulle nuove misure adottate in Uk, consigli su come evitare il contagio, faccio vedere come la mia vita è cambiata e come cerco di affrontare al meglio un lockdown salvaguardando il benessere fisico e mentale. Far vedere come vivo la mia vita qui in Uk e dare aggiornamenti rassicura anche molte persone che mi seguono dall’Italia che hanno figli o amici qui nel Regno Unito. 

Personalmente come vivi? Come è cambiato il tuo lavoro, il tuo modo di muoverti, le tue relazioni, tempo, spostamenti ecc Cosa percepisci dai tuoi amici in Italia? Che differenza c’è con Uk? 

A livello lavorativo ho avuto un impatto minimo. La mia professione di analista può essere condotta in modalità smart working. Avrei dovuto partecipare a due conferenze in queste settimane, una a New York e una in Arabia Saudita, entrambe cancellate. A livello personale ho avuto un impatto più forte ma mi sto adattando. Certo, non siamo remotamente ai livelli di un lockdown in Italia, ma ci stiamo preparando mentalmente a misure più restrittive. Qui in Uk siamo in isolamento da quattro giorni. Possiamo uscire per fare spesa e per svolgere un’attività fisica al giorno con alcuni limiti. Alla polizia è stato dato il potere di fare multe a chi non rispetta le regole. Non uso più metropolitana e mezzi pubblici. Normalmente vado in palestra ma dopo la loro chiusura mi sono attrezzato per continuare a fare attività fisica a casa. Sono anche un grande viaggiatore nel tempo libero e per via del coronavirus ho cancellato vari viaggi tra cui uno in Libano. Avevo già iniziato a limitare i miei contatti sociali qui nel Regno Unito ma da quattro giorni sono in totale isolamento. Vivere all’estero da anni mi ha insegnato a mantenere i rapporti a distanza, quindi sono sicuro di poter gestire bene le relazioni personali e lavorative a distanza. Mantengo una continua comunicazione con i miei amici inglesi e italiani e la mia famiglia tramite WhatsApp, Instagram, Facebook, Skype.

Cosa ti dicono i tuoi amici in Italia?

I miei amici in Italia sono tutti in isolamento da molto più tempo di me. Percepisco un forte spirito di adattamento al cambiamento, di responsabilità sociale, ma anche una grande ondata di digitalizzazione, visto che tutti stanno usando i social per condividere aspetti della loro vita in quarantena. Sto imparando molto dai miei amici in Italia su come utilizzare questo tempo a casa per fare qualcosa di positivo, che sia dalla semplice attività fisica dentro casa, fino all’imparare cose nuove, come cucinare o imparare una lingua. Vedo anche molta solidarietà e spirito di andare avanti, con molte palestre nel sambenedettese che hanno lanciato delle “challenges” per tenere alto il coinvolgimento. Una cosa negativa che noto è l’estrema burocrazia italiana e la confusione tra molti amici riguardo ai certificati da usare visto che cambiano frequentemente. C’è bisogno di snellire la burocrazia italiana, specie in queste situazioni. Qui girare con un certificato che per lo più cambia quasi ogni giorno è una misura che il governo inglese non considererebbe mai.

La crisi sanitaria porta con sé la crisi economica. In Uk si è assicurato l’80% dello stipendio per i lavoratori che resteranno disoccupati, mentre in Italia la situazione è più difficile e confusa. Tu avrai conseguenze dirette? Molti italiani lavorano nel settore della ristorazione, cosa ne pensano?

Sono stato attivo per un periodo su un gruppo Facebook di Italiani nel Regno Unito, molti dei quali condannavano il governo per non aver adottato subito misure per la loro tutela. Sono rimasto dispiaciuto di questa reazione, soprattutto perché il Regno Unito sta puntando a eseguire la misura giusta al tempo giusto dando priorità alla sanità. Penso che il Regno Unito sia stato molto generoso a garantire l’80% dello stipendio dei lavoratori a rischio ma allo stesso tempo ho trovato che molti lavoratori nel settore della ristorazione non siano stati altrettanto grati al Regno Unito e abbiamo assunto atteggiamenti arroganti e pretenziosi, con la minaccia di tornare in Italia. Molti non hanno capito che c’e’ stata una prioritizzazione e in primo luogo si è puntato sulle misure di contenimento e di social distancing per alleggerire la pressione sul sistema sanitario. La tutela del lavoro, che è comunque importante, in questo caso è arrivata al secondo posto. Ma è comunque arrivata. Molti non hanno saputo aspettare e, spaventati dell’incertezza, hanno preferito rimpatriare, non necessariamente per urgenza o necessità ma per semplice paura, mettendo le loro famiglie in Italia a rischio contagio, visto che il coronavirus è un virus asintomatico. Un po come è successo in Italia a Milano il giorno prima del lockdown”.

#COVID19 – CHI È IL VERO ITALIANO ALL’ESTERO? 🇮🇹Italiani all’esteroquando ora, in UK, siete nel panico e prenotate…

Gepostet von Andrea Minonne am Dienstag, 17. März 2020

Come giudichi questo atteggiamento?

Penso che chi abbia scelto di rimpatriare senza emergenza o necessita’ prima che il governo annunciasse misure a loro tutela abbia anche messo in difficoltà molte persone, tra cui turisti che si trovavano in Uk o che hanno fatto scalo a Londra, studenti che sono qui temporaneamente o anche persone che avevano un reale bisogno di tornare. Ci sono veramente pochi voli ora tra Uk e Italia con posti limitati e tornare perché si ha paura e non perché “si aveva necessità o urgenza” ha messo in difficoltà molte persone e potenzialmente a rischio altre. Ho trovato questo panico infondato, sconveniente, e irresponsabile. Detto questo, c’è invece una grande parte della comunita italiana a Londra che sta affrontando la situazione qui e che ha deciso di non rimpatriare, anche se ora molti hanno perso il lavoro o hanno visto i loro stipendi dimezzati, per salvaguardare gli italiani in Italia. Questo mi ha fatto grande piacere e ci ha reso tutti ancora più uniti. Ora ci teniamo in contatto per scambiarci informazioni e per aiutarci l’uno con l’altro per quanto possibile. 

 


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