L’emergenza coronavirus, sulla quale, in questo articolo, non ci dilunghiamo nei dettagli, si sviluppa su duplici aspetti. Quello sanitario, ovviamente. Quello economico, con la contrazione immediata dei viaggi turistici, la chiusura di aziende, la riduzione dei consumi nella cultura e nel tempo libero. E un aspetto socio-culturale, con un impatto notevole sulle relazioni interpersonali e una impressionante avanzata del ruolo della tecnologia digitale rispetto al contatto umano diretto.

Piaccia o meno, ciascuno di questi settori è in stretta relazione con gli altri e, nonostante l’emergenza sanitaria sia quella più pressante, come al solito il legame che tiene insieme l’azione politica ma anche collettiva è quello economico. Macroeconomico, ovvero relativo alle scelte di politica economica del e dei governi, e non microeconomico, ovvero relativo alle individualità (imprese e famiglie). Una distinzione fondamentale per non cadere nei tranelli, o nell’ignoranza, dei neoliberisti del laissez faire.

CORONAVIRUS E GUERRA L’effetto coronavirus sta avendo un impatto simile a quello di una guerra. Come ha argutamente scritto di recente Carlo Galli in Sovranità, la guerra però non è da riferire alla concezione classica che ne abbiamo dagli studi storici e anche dall’esperienza del Novecento, ma va ricondotta alla svolta fondamentale della post-modernità liquida. La guerra infatti è permanente: “Oggi la guerra non scoppia, ma striscia, non è più sul campo di battaglia o nelle città ma fra la gente, non ha più un inizio o una fine ma è l’opera normale, quotidiana (…) La guerra oggi è nuova perché non è più distinta dalla pace, poiché è instaurato un continuum fra la militarizzazione interna e l’intervento poliziesco esterno, fra sicurezza e insicurezza“.

Il coronavirus sta imponendo infatti, non solo in Italia ma in tutto il mondo, misure simili a quelle di uno Stato in guerra: zone rosse, allerta mediatica, chiusura delle frontiere e dei voli aerei, organizzazione e coordinamento tra governi e popolazione, e tutto ciò che stiamo osservano. “Sembra che siamo in guerra, ma non siamo in guerra”, ha dichiarato qualche giorno fa la virologa Maria Rita Gismondi dell’ospedale Sacco di Milano, epicentro del fronte sul coronavirus in Italia. Purtroppo Gismondi ha ragione solo in parte. Non siamo in una guerra classica, siamo in una guerra, ci si passi l’espressione, del Duemila.

Vero che sul coronavirus non si ha una guerra tra sovranità differenti, per restare a Galli, ma il nemico è un virus. L’effetto tuttavia è simile a quello di uno scontro tra sovranità, e anzi ancor più illuminante perché i virus non hanno confini o zone rosse che tengano: possono esserne rallentati, ma non fermati. Il nemico è perfetto come dalla descrizione di Galli: è fuori e dentro contemporaneamente.

Sarebbe tuttavia limitante pensare che il coronavirus sia l’unica emergenza/guerra che ci troviamo ad affrontare. Gli anni Duemila vivono oramai stabilmente nel concetto di Guerra al Terrorismo, e i nemici, anche qui, sono fuori (si pensi all’Isis) e dentro (gli stragisti sia musulmani che estremisti di destra europei o comunque bianchi).

Il capitalismo trova la sua ragion d’essere nella crisi sistematica da sovrapproduzione e nella contraddizione tra necessità del capitale di ridurre i salari per praticare prezzi competitivi e, al contempo, rischiare che i consumatori (i salariati) non abbiano più il reddito necessario per acquistare le merci prodotte a prezzi sempre più bassi; ne discende anche il tema della crisi finanziaria dalla quale l’Italia (e in parte l’Europa), pur non essendone causa, non si è più ripresa.

Per non parlare della crisi ambientale globale e delle ricorrenti crisi migratorie (un’altra sta scoppiando tra Siria e Turchia), oltre che delle crisi militari vere e proprie.

FINANZA FUNZIONALE O NEO-PAGANESIMO Di fronte a questo scenario mondiale, come possono reagire i governi? Le risposte in questi anni sono state molto diverse e dipendono in parte dalle convinzioni politico-economiche in parte dalla libertà di scelta dei governi.

L’Italia, infatti, sta stanziando per l’emergenza coronavirus circa 4 miliardi di euro. “In deficit rispetto ai parametri europei”, ripetono un po’ tutti.

Purtroppo questo tipo di approccio ha poco senso. Se applicassimo un approccio di finanza funzionale e non economicistico alle scelte del governo, la risposta di Conte e Gualtieri dovrebbe essere questa: “Stanzieremo tutte le risorse necessarie per limitare il contagio, curare gli ammalati e garantire al sistema economico il minor impatto possibile da questo choc“.

Che i miliardi necessari siano 2, 4 o 20, poco cambierebbe infatti sia per le casse pubbliche sia per gli assurdi parametri in nome dei quali, come dei pagani, stiamo sacrificando l’esistenza di generazioni di europei.

Solo gli ignoranti neoliberisti – oppure gli accecati di ideologia – possono infatti temere che una spesa del genere nella situazione italiana possa compromettere chissà cosa: tutti sanno che immettere risorse economiche all’interno del sistema economico con assunzione di medici e infermieri, detassazione imprese, investimenti pubblici, non solo va a ridurre l’insignificante parametro-dio Debito/Pil, ma è anzi l’unico modo con il quale i Governi possono riottenere la fiducia di popolazioni che si sentono abbandonate.

Ma appunto occorre ricordare che i piccoli sforzi dell’attuale governo – magari aiutati dalla presenza di consulenti economici come Mariana Mazzuccato laddove fino a poco fa ci sorbivano i tweet paganeggianti di Marattin – non possono limitarsi all’emergenza coronavirus.

SE E’ GUERRA MODERNA, RISPONDERE CON LE ARMI MODERNE Se immettere del denaro pubblico nell’economia nella forma combinata a piacere di meno tasse e più investimenti non crea alcun tipo di problema finanziario e anzi, riducendo il debito privato (causa della crisi finanziaria del 2008) rende più stabile l’economia e la società meno soggetta a choc e forme di terrorizzazione di vario tipo, perché fingere che questa soluzione sia possibile solo in caso di emergenza/guerra?

Se l’emergenza/guerra, infatti, come giustamente spiega Galli, è “l’opera normale”, allora perché i Governi agiscono soltanto in occasione di particolari frangenti?

Per quale motivo non è da considerare una emergenza una disoccupazione costantemente sopra il 10%, giovanile fino al 40%, centinaia di migliaia di emigrati italiani ogni anno?

Perché i disastri naturali, primo fra tutti la mancata ricostruzione dopo il terremoto del 2016, non vanno trattati come emergenza e non si ricordano stanziamenti in cui lo Stato procede direttamente alla ricostruzione di immense porzioni di territorio?

Perché il deperimento del patrimonio artistico e architettonico dell’Italia, per mancanza di fondi e di personale che ci possa lavorare, non è valutato come emergenza?

Perché il continuo taglio ai servizi pubblici, sanitari ed educativi ad esempio, che conducono alla mancanza di cure di ampie fasce di popolazione e all’abbandono scolastico e ad un classismo educativo spaventoso, non sono una emergenza?

Perché l’incapacità di ammodernare le infrastrutture italiane, in molte zone d’Italia ferme al 1860 (ferrovie) o al 1960 (autostrade), non viene valutata come emergenza?

Perché la mancata messa in sicurezza ideogeologica dell’Italia, per la quale si stima una necessità di intervento di decine di miliardi di euro, non viene valutata come emergenza?

Perché un immenso Green New Deal, in grado di riconvertire l’economia per renderla meno aggressiva verso l’ambiente e anzi, ricostituendo l’ambiente naturale laddove possibile, non è valutato come emergenza?

BASTA TABU’ PAGANI So cosa diranno molti di voi: “E ma i soldi?

Per trovare quei soldi non servono tagli alla spesa pubblica né aumento della tassazione (scelte che restano volontarie per la redi. Basterebbe che la Banca Centrale Europea (o eventuali banche centrali nazionali, ma qui tutto è stato spostato a migliaia di chilometri dai Parlamenti legittimi) garantisse quegli investimenti pubblici. Esattamente come si sta per fare – in maniera probabilmente insufficiente – per il coronavirus.

La moneta moderna infatti, sottratta al ricatto finanziario privato, si crea semplicemente cliccando dei comandi su un computer: il limite alla politica-economica sono le risorse umani e materiali disponibili, mai le risorse finanziarie pubbliche necessarie per impiegarli.

La Bce – con enorme ritardo rispetto a Usa, Giappone, Svizzera e Gran Bretagna, tra l’altro – l’ha dimostrato inondando le banche continentali di migliaia di miliardi di euro: peccato che questo fiume di denaro non è stato impiegato per finanziare gli Stati ma per politiche esclusivamente monetarie.

MONETA MODERNA E LIQUIDA PER AFFRONTARE IL MONDO LIQUIDO Questa è la soluzione se vogliamo approcciarci alla società dove viviamo con gli strumenti che la modernità ci mette a disposizione per difenderci e cercare di trovare l’armonia migliore tra noi e l’ambiente. Moneta moderna, ovvero liquida, in un mondo liquido; le soluzioni solide invece non sono adatte alla nostra epoca.

Se invece, dopo i disastri del 1929 e 2008, crediamo ancora agli stregoni del neoliberismo e alla devozione matematica di tipo ottocentesco/positivista per affrontare le sfide dei Duemila, allora per noi europei, soprattutto, si prospetteranno decenni di regressione non solo economica ma anche culturale.

Basti guardare come negli Stati Uniti, pur se Sanders e la sua Mmt restano un avamposto dell’uso delle risorse pubbliche per il bene comune, in pochi ormai, repubblicani compresi, pongono grandi limitazioni neo-pagane al deficit pubblico, ben conoscendo in che modo questo agisce nell’economia reale e come gli Stati non abbiano mai problemi a garantire i prestiti richiesti (ritenuti non necessari, tra l’altro).

NULLA E’ NUOVO, IL PASSATO VINCENTE SI ADATTA Se tutto ciò non avviene, non è per banale impossibilità tecnica. John Maynard Keynes, di fronte allo stesso dilemma dopo il 1929, lo scrisse in maniera limpida: “La difficoltà non sta nelle idee nuove, ma dall’evadere da quelle vecchie, le quali, per coloro che sono stati educati come lo è stata la maggioranza di noi, si ramificano in tutti i rami della mente“.

Come le idee vecchie già nel 1929 si siano reimposte per dominare il mondo, è cosa già studiata e dibattuta. Sta a tutti noi armarci di conoscenza e abiurare il paganesimo economico neoliberista per affrontarele sfide contemporanee. Anche quando l’espansione del benessere della collettività dovesse costare una retrocessione nella piramide del potere per quell’1% della popolazione per la quale, quanto scritto, apparirà come un attacco alla neo-aristocrazia del 2020.

 

 

 

 

 

 


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