Sarebbe da invitare in Italia, qui, ora, Bret Easton Ellis, il geniale scrittore americano autore di libri di culto come Meno di Zero e American Psycho, e nel 2019, al tramonto di un altro decennio (e all’alba di uno nuovo, anche) autore di “Bianco“, una specie di iper-post che non è un romanzo, né un memoir, né una auto-biografia né un saggio di critica sociale e culturale, né di critica cinematografica, ma è tutto questo insieme e forse qualcos’altro.

Perché in “Bianco“, lo scrittore compie un’analisi dell’America al tempo di Trump (partendo dai ricordi della sua infanzia, gli anni ’80 dove si affermò con le sue opere sulla Generazione X, e poi l’11 Settembre per arrivare, al Post-Impero, ovvero il momento attuale, secondo cui i riferimenti ancora classici e post-moderni sono venuti a mancare) e lo fa con gusto polemico e irrituale, mettendo nel suo obiettivo – che piaccia o no il suo punto di vista, che è quello di un liberal tendenzialmente di sinistra – il perbenismo e il Politicamente Corretto che starebbero ottenebrando gli States e distruggendo persino la funzione storica dell’arte e della letteratura.

Dovrebbe venire in Italia, non solo perché le sue sensibili antenne capirebbero che il vento che soffia da Beverly Hills (dove Ellis risiede assieme ad un compagno trentenne socialista che ha ripreso a drogarsi nella notte in cui Trump ha vinto le elezioni) è oramai una bufera anche in Italia.

Il caso Junior Cally potrebbe sembrare, e in qualche modo lo è, blasfemo se paragonato alla discussione-riflessione in atto anche nel nostro paese su aspetti letterari e artistici in merito al dominio del Politicamente Corretto, di cui oramai si parla e scrive quotidianamente (ad esempio qui pochi giorni fa Nicola Lagioia su Linkiesta).

Junior Cally e Sanremo, però, hanno il merito di essere popolari e, in questi giorni, discussi in ogni bar… ops in ogni post. Quando si confondono l’artista e la sua opera o comunque si giudica una qualsiasi espressione sulla base di principi morali si entra in un imbuto pericolosissimo e il fatto che persino un assessore alla Cultura socialista di una regione che con Sanremo non c’entra niente come Moreno Pieroni delle Marche chieda la censura preventiva sulla base di presunti principi morali fa comprendere che oramai quel pensiero è condiviso a destra e a sinistra senza distinzioni. Anzi, probabilmente è proprio la sinistra più imbevuta di questo sacro perbenismo, considerando che invece a destra si maneggia in maniera strumentale il politicamente scorretto con arguto vittimismo (prendendo di mira di volta in volta le minoranze che siano omosessuali, donne, stranieri e via dicendo).

Vogliamo canzoni che non diano fastidio, trasmissioni televisive da encefalogramma piatto, giornalisti da bon ton, registi da happy end, scrittori appiattiti sulle logiche commerciali. E politici che invece di risolvere i problemi d’Italia e delle Marche, e sono tanti, vadano in giro come bacchettoni a decidere chi può e chi non può.

E poi magari stendere tappeti rossi su montagne e spiagge della Regione a uno che ha sempre fiutato da che parte stare per non dar troppo fastidio e un tempo cantava, riferendosi ad una morosa: “Sei come la mia moto, sei proprio come lei”.

Quando una comunità si vanta delle sue diversità e della sua unicità e poi mette al bando la gente solo per come si esprime ecco che si mette in moto un fascismo corporativo che dovrebbe essere seriamente considerato” scrive ad esempio Ellis in “Bianco”.

 


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