SAN BENEDETTO – Come ogni campionato, da quando la Samb gioca nel campionato di serie C, la meta è sempre la promozione in serie B. A mia memoria è così. Ero infatti un bambino e non ho dati certi per sapere se, negli anni precedenti, c’era stata la stessa ambizione.

Raggiungemmo la serie cadetta nel torneo 1955-1956 con la serie C a girone unico. Salimmo in serie B insieme al Venezia. In quella gloriosa stagione la terza serie nazionale era composta da sole 18 squadre dalla Sicilia a Bolzano, con nessun’altra città sulla costa adriatica, a parte Venezia. Eravamo noi, dal nord della Toscana in su e sud.

L’altra caratteristica forse più importante è che ogni anno i giocatori della rosa (in serie C naturalmente) erano tutti pressoché sconosciuti. Nessuno cioè che avesse un curriculum tale da poter pretendere ingaggi medio-alti e risultati certi.

La prima promozione arrivò grazie ad un sambenedettese grande appassionato di calcio, il cui ruolo adesso equivarrebbe a quello di diesse. Si chiamava Lucio Palestini e lo faceva praticamente gratis coadiuvato da quel gran signore qual era Gino Ricci, di professione barbiere. Nel suo salone nasceva ogni estate la nuova Samb. Tanto è che tutti i calciatori rossoblu erano suoi clienti. Pensare a quei tempi che una città di 20 mila abitanti potesse aspirare alla seconda serie calcistica nazionale appariva come un miraggio irrangiungibile. Per tutti meno però per la coppia Palestini-Ricci.

In quella stagione 1955-1956 l’allora diesse rastrellò calciatori da tutt’Italia (non si è mai capito come poteva farlo considerando che raggiungere il nord non era semplicissimo nè appare possibile che il grande Lucio avesse una rete di osservatori in tutto lo stivale), formando una formazione da record: la Samb ottenne la B e risultò a fine torneo la squadra che aveva segnato di più, dopo le milanesi Inter e Milan, nei tre maggiori tornei nazionali. Con addirittura tre attaccanti rossoblu nei primi sei posti della classifica cannonieri.

Questo lungo preambolo perché tutto iniziò lì e fu considerato un vero miracolo, oserei dire europeo. C’erano altre località piccole ma tutte nei pressi di grandi città dove era più facile attingere e conoscere giocatori.

Dopo la prima retrocessione in serie C nel 1962-1963, ogni inizio campionato si pensava al ritorno tra i cadetti e mai alla salvezza. A proposito voglio ricordare che la Samb è retrocessa sul campo appena 5 volte negli ultimi settant’anni: tre volte dalla serie B (normale) e due volte volte dalla serie C (anormale). Nel 1989-1990, l’anno del passaggio dalla proprietà sambenedettese al trevigiano Venturato e nella triste epoca Soldini. Non so se è un record ma poco ci manca.

Detto questo non posso che avere buone sensazioni per il campionato che sta per iniziare. La difesa è rimasta la stessa anche se mi dispiace per Pegorin, al quale ho spesso pronosticato una carriera luminosa, che gli auguro inizi dal dopo Rieti. Con Di Pasquale, Miceli, Zaffagnini e Biondi l’esperienza è assicurata e sono convinto che i frutti si vedranno sul campo. Centrocampo e attacco avevano bisogno di ritocchi importanti. Stavolta, dopo aver parlato spesso con Pietro Fusco e dopo averne studiato le sue credenziali tecniche e umane, ho molta fiducia nelle sue scelte che sono state tutte condivise con direzione generale e presidente. Quest’ultima considerazione è importante perché so per certo che ogni trattativa, ogni sua scelta, è stata approvata unanimamente (con i pro e i contro) per cui non dovrà accadere come in passato che, nel bene e nel male, i meriti e le colpe ricadano su una sola persona e non su tutto lo staff tecnico e dirigenziale. Dovranno porre ripari o gioire tutti insieme. Come accade nelle società importanti.

Ricapitolando che la Samb ha sempre iniziato i campionati di serie C con la meta della promozione in serie B ma mai allestendo squadre con giocatori blasonati e con i favori del pronostico, ho fiducia negli attuali protagonisti ai quali non va chiesta la luna ma va data loro la consapevolezza che ripetere le imprese dei tecnici Biagini (1955-1956), Bergamasco (1974-1975) e Sonetti (1980-1981) non è impossibile come non lo fu allora. A Montero l’augurio di passare alla nostra storia calcistica come loro tre.

A tutto il resto ci penserà una tifoseria incredibilmente attaccata ai colori rossoblu, alla quale va dato almeno un 20% dei successi finora conseguiti.


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