SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Nella mia tesi di laurea in Economia Ambientale studiai approfonditamente il sistema urbano e in che modo renderlo “eco-sostenibile“, un termine molto in voga tra la fine dei Novanta e l’inizio dei Duemila. Applicai poi lo studio alla città di San Benedetto, indicando alcune soluzioni che potevano ridurre l’impatto ambientale e migliorare la qualità della vita.

La base teorica dell’analisi urbana attraverso elementi ecologici era quella di considerare una città stessa alla stregua di un sistema, dove, insieme alla natura (da cui l’ecosistema) interagisse ovviamente il sistema antropico, nella sua multiformità sociale, culturale ed economica. La Teoria dei Sistemi, in base alla quale l’equilibrio del sistema non è mai dato e stabile ma oscilla sempre attorno ad un proprio centro e in caso di shock si rischia di stravolgere completamente la situazione conosciuta – tipica reazione in caso di eccesso di inquinamento, eccesso di consumo di risorse non rinnovabili o dello stock di risorse rinnovabili – applicata ad un ambito urbano consente di porre la questione economica in un rapporto ovviamente importante ma non sovrastante l’equilibrio ambientale, la tenuta sociale di una comunità, le sue tradizioni culturali, l’ambiente e il paesaggio naturale ma anche storico e urbano.

Vi erano, per comprendere questo tipo di analisi, alcuni elementi, tipici della Teoria dei Sistemi, che ben si adattavano all’analisi urbana. Ad esempio l’effetto soglia: serve a capire in che modo alcuni fenomeni si impongono fino a diventare fondamentali (dal motore a scoppio alle tastiere qwerty, mentre, in campo ambientale, il livello di soglia è quello sotto al quale il sistema ambientale sembra assorbire tranquillamente gli shock esterni per poi invece implodere esponenzialmente al suo superamento, si pensi al fenomeno delle alghe in Adriatico o agli effetti imprevedibili del riscaldamento globale).

Altri elementi sono la path-dependence, ovvero la dipendenza dal percorso scelto in passato rispetto agli obiettivi raggiungibili: ad esempio se una città ha deciso di aumentare la propria popolazione con un piano regolatore in tal senso indirizzato, si costruiranno case e nuove famiglie le abiteranno. Difficilmente sarà invece possibile tornare indietro una volta scelta una certa impostazione.

A quel punto vi è anche il fenomeno del lock-in, ovvero del lucchetto chiuso. Se un certo percorso, intrapreso in passato, continua ad alimentarsi, ad un certo punto non solo tornare indietro sarà difficile e complesso, ma anzi sarà impossibile: il lucchetto è chiuso, non si può fare nulla.

Il mio relatore, argutamente e con un pizzico di giusta cattiveria, mi pose proprio questa domanda: “Ma se una città fa delle scelte urbanistiche che comportano la costruzione di nuovi palazzi, in che modo il sistema urbano è in grado di riequilibrarsi?“. E niente, risposi. Potrebbe essere una situazione di lock-in. Nel medio(lungo) periodo almeno, non ci sarebbe da fare proprio nulla.

A distanza di vent’anni dalla mia laurea – il tempo passa e son dolori – San Benedetto ha continuato a perseverare nel sentiero (path-dependence) tracciato nel Dopoguerra: non c’è sindaco e amministrazione comunale che non abbiano realizzato o proposto nuove edificazioni, incuranti di operare nel corpo vivo della città più densamente popolata delle Marche.

Oggi la giunta Piunti, che è pronta a valutare sette proposte di varianti urbanistiche, anziché, essa stessa, disegnare una città alla quale l’economia (anche del mattone) deve conformarsi, si trova in questa situazione: è in piena path-dependence rispetto alle scelte del passato, ma se dovesse compiere altri passi in avanti arriverà al lock-in di San Benedetto.

Ovvero alla chiusura della città dal punto di vista urbanistico ed edilizio, ad un blocco ultradecennale dagli esiti non prevedibili. Potrebbe anche essere raggiunto quell’effetto soglia tale da declassare la città per esaurimento degli spazi e riduzione degli standard urbanistici al di sotto di quei valori minimi per garantire una qualità della vita durevolmente apprezzabile.

Conti chiusi.

Ci chiediamo, a questo punto, quale innovazione starebbe producendo la giunta Piunti, rispetto a tutte quelle che l’hanno preceduta, volendo dal 1997 in poi ma probabilmente da qualche decennio prima. Se nelle segrete stanze si sta pensando alla stessa amara medicina del passato, con l’aggravante di una conoscenza più estesa e di un atto finale quindi ancor più grave.

 


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