Ma guarda un po’, ogni santo venerdì, occorre sorbirsi in radio, in una delle trasmissioni più popolari, un distillato di luogocomunismo ultraliberista senza contraddittorio. Una scelta che se fosse quella del conduttore della trasmissione, Giancarlo Loquenzi, sarebbe abbastanza strana perché marchiare una produzione Rai con una sola voce è tutto fuorché rispettoso della pluralità di opinioni ci si aspetterebbe dal servizio pubblico.

Parliamo dei collegamenti con il professor Paolo Manasse dell’Università di Bologna, che ogni settimana viene chiamato per spiegare alcune questioni economiche discusse durante i giorni precedenti, partendo da parole o temi che possono sembrare complicati per il grande pubblico ma che invece sono incisivi nella vita di tutti i giorni: dall’oramai famigerato spread al deficit pubblico, debito pubblico, o recessione, come nella puntata odierna del 7 dicembre.

Le tesi del professor Manasse sono le più scontate e diffuse a livello giornalistico: lo Stato è come una famiglia, l’Italia ha un grande debito pubblico e non può fare manovre economiche anticicliche, ovvero keynesiane. Lo ha ripetuto poco fa: stiamo per entrare in recessione ma con il debito pubblico italiano non si possono fare misure espansive e allora, aggiungiamo noi, ci si attacca. Non siamo come i giapponesi, dobbiamo diventare come i i libici e gli afgani (clicca qui). Sempre la solita solfa.

Il classico Pensiero Unico: lo Stato, già bello imbrigliato dalla privazione della moneta e della Banca Centrale, non può fare deficit che altrimenti “pagheranno i nostri figli“. Anzi: Manasse è uno di quelli che afferma che gli italiani, per 20 anni, dovrebbero pagare di tasse il 4% in più della spesa pubblica. Così il rapporto debito/pil arriverebbe al 100%. Non spiega certo in base a quale potere divino avere un rapporto di questo genere determinerebbe ricchezza e benessere fra la popolazione, fra vent’anni; non spiega che sono 26 anni che gli italiani pagano tasse più alte della spesa pubblica, e proprio questo è uno dei motivi dell’attuale crisi; non spiega come, rispettando una superstizione del genere, i servizi italiani fra 20 anni sarebbero al livello di alcuni paesi africani e la tassazione avrebbe distrutto il sistema produttivo.

Facciamoglielo credere, a Manasse e a tutti quelli che hanno guidato l’Italia verso il collasso in nome di queste superstizioni, e a quelli che s’apprestano a farlo ancora, dal governo o da qualche capitale nordeuropea.

Ma, caro Loquenzi, non facciamoglielo dire in questo modo: senza contraddittorio, con il classico schema in base al quale l’economia appare come una scienza esatta e non una scienza sociale, e ricordando che gli economisti non sono neutrali ma sono portatori di idee del mondo contrapposte, e quella di Manasse è una visione di destra finanziaria. Come Loquenzi non consentirebbe ogni settimana di ospitare un opinionista politico e sociale sempre della stessa parte e senza alcun contraddittorio, perché nessuno, Manasse compreso, ha il dono di portare con sé una verità incontestabile, così deve fare per le opinioni economiche.

Anche perché è in buona compagnia: non vi è trasmissione televisiva o giornale nazionale dove vi sia spazio per opinioni differenti. Il Pensiero Unico, oramai sconfitto nella sua applicazione pratica, continua a reggersi su una enorme eco mediatica. Ma in Rai, almeno, ci si apra al confronto.

 


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