SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Spendere la propria vita da volontaria in un paese lontano e poi ritrovarsi sequestrata e in pericolo di vita. La vicenda che ha coinvolto Silvia Romano sequestrata martedì 20 novembre a Chakama, un villaggio del Kenya che si trova vicino Malindi, ha generato in Italia una forte reazione emotiva, spesso anche con sfumature contrastanti e polemiche.

Per questo motivo abbiamo ascoltato il parere di un’altrettanto giovane ragazza marchigiana, Cristina Mariani, di San Benedetto, la quale, dopo un periodo di volontariato in Kenya, si è trasferita nel paese africano, almeno per gran parte dell’anno, tanto da trovare un compagno di vita e ad avere con lui una bambina. Dopo gli studi all’Università di Lettere e Filosofia a Ferrara e una laurea 110 e lode in Scienze dell’Educazione, Cristina ha deciso di recarsi in Africa come volontaria.

“Dieci giorni dopo la laurea io e Elisabetta Piva siamo volate in Uganda: avevo voglia di visitare l’Africa già nell’ultimo anno di università. A Kampala, la capitale ugandese, sono rimasta per due mesi come volontaria, prima in una scuola poi in un orfanotrofio. Da quel momento, al mio ritorno in Italia, la mia vita è completamente cambiata: il mio unico desiderio era quello di tornare in Africa e così io e Elisabetta siamo tornate in Kenya, sempre per una esperienza di volontariato. Ci recammo a Wantamu, dove vivo ancora oggi”.

Di cosa ti occupavi?

“Siamo state per sei mesi volontarie in un orfanotrofio e dormivamo in un appartamentino collegato a questa struttura. Dopo questa esperienza siamo tornate in Italia ma avevo già deciso che il Kenya sarebbe stata la mia meta negli anni successivi. Infatti dal 2012 vivo proprio qui”.

Nei giorni scorsi una giovane volontaria italiana in Kenya, Silvia Romano, è stata rapita. In che modo questa notizia è stata diffusa in Kenya?

“La notizia mi è arrivata tramite mio padre, dall’Italia. Qui non ho televisione e soltanto quando esco da casa incontro e apprendo oralmente le notizie. Dopo il contatto con mio padre la stessa informazione mi è stata data da due miei amici che erano in vacanza qui: conoscevano Silvia e tre giorni prima del rapimento erano in safari con lei. Mi hanno mandato un messaggio e mi hanno scritto: La ragazza che era in safari con noi è stata rapita. Poi ho ricevuto tanti messaggi dall’Italia per sapere se io stessi bene e se avessi saputo qualcosa. La notizia ha avuto una diffusione orale rapida tra la popolazione e quindi tra gli italiani, e poi è stata divulgata dai telegiornali locali keniani. Alcune delle reazioni riguardo quanto accaduto a Silvia Romano credo siano infondate e prive di umanità. Purtroppo se certe cose non le si vivono in prima persona non si potranno mai capire”.

Il Kenya è un luogo pericoloso, o ci sono delle zona pericolose, per i volontari europei o italiani o, più in generale, per gli europei che vivono e lavorano lì?

“Il Kenya tendenzialmente non è pericoloso. Bisogna ricordare sempre che siamo in Africa e siamo nella loro terra: noi stranieri possiamo sentirla anche nostra, ma è la loro terra. Ci sono ovviamente zone più pericolose, ad esempio lo slum di Nairobi, dove non vivono né lavorano gli europei: è una zona circoscritta, credo il terzo slum più grande del mondo, dove vivono milioni di persone. Io abito sulla costa, precisamente a Watamu, ad 80 chilometri da dove è stata sequestrata Silvia. Qui non è assolutamente pericoloso né per europei né per italiani. Bisogna ricordarsi che siamo in Africa e non bisogna mai ostentare quel che si ha, nonostante sia una paese in via di sviluppo e con il turismo che aumenta. Il Kenya resta una nazione con tanta povertà e tante contraddizioni che portano nei periodi di crisi economica a piccoli atti di delinquenza. Ma parlo di vicende quotidiane anche in Italia, specialmente nei quartieri periferici delle grandi città”.

Perché hai deciso di recarti in Kenya? 

“Vorrei scriverci un libro quindi non è semplice spiegarlo in poche parole. Ho deciso di venire qui anche se volevo tornare in Uganda, anche se capivo che in Uganda le difficoltà sono enormi e sarebbe stato difficile per me non vivere ma sopravvivere. Parlo di difficoltà nelle situazioni igieniche, negli spostamenti. Il Kenya lo conoscevo perché ero venuta qui in vacanza coi miei genitori quindi avevo visto almeno l’un per cento di questo paese e sapevo cosa avrei incontrato. Ad esempio avevo già visitato l’orfanotrofio dove poi ho fatto volontariato. Ho iniziato la mia attività di volontariato come educatrice, nel 2012, in una struttura dove c’erano 100 bambini orfani e abbandonati. Io e la mia amica siamo stati a casa della mama che si occupa di questo orfanotrofio. Il tutto in condizioni africane, senza acqua calda, senza uno specchio, senza a volte l’acqua per farsi la doccia: ci lavavamo con le taniche di 20 litri di acqua piovana in cui cadevano le foglie. Non mi sono mai specchiata se non quando siamo andate in bagno in aeroporto per tornare in Italia”.

Inimmaginabile per chi vive in Europa.

“Eppure è stata l’esperienza più bella della mia vita. Tutti i giorni eravamo in orfanotrofio coi bambini: abbiamo giocato, riso, scherzato, cambiato pannolini, fatto scuola e insegnato qualcosa di quel che sapevamo, abbiamo insegnato italiano ai ragazzi fino a 18 anni. Andavamo in orfanotrofio la mattina e tornavamo a casa a sera, tutto per i nostri bimbi. E si sono instaurati legami che tutt’ora esistono”.

Come trascorre una giornata tipo tua, o di tua figlia, in Kenya rispetto alle giornate che trascorrete in Italia?

“Io sono conosciuta come volontaria e ragazza alla pari e sono vissuta qui senza mai pormi in un rapporto da superiore, fosse soltanto per denaro o ricchezza. Ho imparato da subito la loro lingua, il kiswahili. Da subito ho cercato integrazione ed inclusione ed in parte credo di esserci riuscita. Quando penso ai keniani penso in termini di noi, non mi considero una estranea. Di solito mi sveglio alle 6 e mezza, poi sveglio mia figlia e l’accompagno a Malindi, che dista mezz’ora di strada dal nostro villaggio, dove frequenta una scuola internazionale. Ritorno a Watamu, metto a posto la casa, faccio spesa, cucino e, se c’è l’occasione, lavoro. Alle 14 vado a riprendere mia figlia: non abbiamo la televisione e non la guarda neppure. Quando gioca con i tanti amici che ci sono, vedo bambini pieni di inventiva. Qui fa notte alle 18 e 30: ceniamo e mia figlia va a dormire prima delle 20, qualche volta andiamo ad incontrare la nonna paterna”.

Quali sono le principali differenze rispetto alla vita in Italia?

“Tutto è così diverso, direi è un mondo capovolto. Si comincia dal fatto che se cammini per strada sei fiancheggiata magari da mucche, o che non ci sono negozi né edifici in muratura, ma capanne in lamiera o di legno, chiamate kibanda. Tutti in strada ti salutano e si fermano a parlare anche se non ti conoscono. Ci sono molte meno automobili che in Italia, si è immersi nella paura e per spostarsi si usano i boda, i taxi in moto o le piccole apette a seconda che piova o meno. Se non si è vissuti qui si fa fatica ad immaginare. non c’è nulla che ricordi l’Italia, tutto è forse più complicato ma al tempo stesso magico. Ma la differenza più grande è che qui non si è mai soli: se ci si siede ad un tavolo in un bar ci sono altre due o tre persone vicine, e si inizia a parlare tranquillamente anche se non ci si conosce. In Italia è difficile. Non c’è lo smartphone che interrompe i colloqui. Non c’è individualismo, c’è la collettività”.

In Italia sono arrivati negli ultimi anni molti stranieri anche se il numero di keniani è relativamente basso se paragonati ai flussi dall’Africa Occidentale (Nigeria, Senegal, Marocco), il Nord Africa e l’Europa dell’Est. I giovani keniani vorrebbero emigrare in Europa oppure preferiscono restare nel paese dove sono nati?

“Credo che fino a qualche tempo fa, forse venti, c’era una idea dell’Italia davvero come Bel Paese, ma questa visione sta scemando anche tra gli africani. Grazie agli italiani che vivono qui e tramite il passaparola, oltre che alle informazioni, capiscono che ci sono delle difficoltà e problemi per chi si reca in Italia. Perché anche qui, certo impegnandosi come è necessario ovunque, si riesce a vivere relativamente bene e non è detto che quella di noi europei sia la vita migliore tra quelle possibili. Anzi”.


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