Qualche settimana fa il presidente della regione Marche Ceriscioli rispondendo alle domande dei giornalisti durante il rendiconto delle attività compiute a due anni dalle prime scosse sismiche del 24 agosto 2016 ha detto: “Un errore compiuto nella fase post terremoto? Non si doveva raccontare alle persone che in quattro mesi si potevano costruire le casette. Abbiamo pungolato il Consorzio Arcale e anche le ditte locali quando le vedevamo poco attive: i tempi serviti per realizzare le casette però erano necessari. Amici ingegneri mi hanno fatto notare che il tipo di lavoro svolto, anche come qualità, era un argomento di rivendicazione e non ricevere critiche. Una comunicazione più misurata sui tempi dei passaggi avrebbe aiutato a raccontare meglio ciò che avveniva”.

Gli ultimi giorni poi un altro evento ha portato purtroppo i riflettori puntati sull’edilizia infrastrutturale, quello del crollo di uno dei piloni del ponte Morandi a Genova molti sono scettici sulla ricostruzione rapida in 8 mesi.

Mi chiedo perché? Perché non si sarebbero potute costruire in 4 mesi? Perché non si può dare una risposta rapida alle emergenze?

La casistica secondo l’articolo di “La Repubblica” è preoccupante 1 casa su 10 è stata ricostruita in due anni.

Facendo un parallelismo sportivo, qualche anno fa in un articolo sul rugby Italiano, in cui si chiedeva come mai la nostra nazionale non portasse dei validi risultati a livello internazionale, pur avendo in poco più di 10 anni aumentato i campi da gioco, il livello dei giocatori, che sono ricercati anche all’estero, come anche il livello degli allenatori, in una nazione che ha più iscritti alla federazione di altre dove il rugby è lo sport nazionale.

La risposta a questa domanda fu: “la mancanza di una politica di formazione dei giovani relativamente inefficace e di un’amministrazione poco illuminata”.

Tornando alla questione “edilizia” in Italia abbiamo per le emergenze: la protezione civile, l’esercito, in particolar modo il genio civile e i vigili del fuoco, che vengono chiamati in ogni parte del mondo a tenere corsi e aggiornamenti sull’emergenza, delle eccellenti università e enti di ricerca, che nel settore dell’architettura e dell’ingegneria, nonostante le scarse risorse governative (i nostri cervelli nel 2015 hanno conquistato l’ottavo posto nel mondo per numero di pubblicazioni scientifiche su riviste d’eccellenza, davanti a Paesi che investono molto più di noi, eppure l’Italia investe, secondo l’Ocse, appena l’1,3% del Pil, contro la media Ue del 2%, il 2,8% degli Usa, il 2,9% della Germania e il 4,3% di Israele), hanno un know-how di tutto rispetto, imprese edili e architetti che costruiscono e restaurano in tutto il mondo, aziende innovative che riescono a costruire abitazioni prefabbricate eccellenti in pochissimo tempo e dare dignità ai terremotati, se solo lo si volesse.

Però ancora prima della protezione civile, dei ricercatori, dei professionisti per la ricostruzione occorre la diagnosi. Come dice Renzo Piano un dottore prima di operare, fa fare delle analisi, cosi il nostro malato (l’edilizia italiana) ha bisogno di analisi, quello che in architettura si chiama diagnostica delle strutture, perché anche lì costruiamo strumenti di alta precisione, che ci possono dire senza sondaggi invasivi lo stato delle strutture, il ricercatore e architetto italiano del M.I.T. Carlo Ratti ipotizza da tempo tramite  l’approccio “big data” e “crowdsourcing”  di avere informazioni utili  e continue a bassissimo costo, tramite i nostri smartphone.

Quindi se a monte (la diagnosi e la progettazione e l’emergenza nel caso estremo) e a valle (la ristrutturazione e la costruzione o ricostruzione) siamo bravi, dove è il problema? Il problema come per il rugby Italiano è nella mancanza di una politica poco lungimirante, che trasformano l’operazione di costruzione, ricostruzione o semplicemente di ristrutturazione in un percorso ad ostacoli troppo poco chiaro, oltre al fatto che ricostruire dopo i disastri costa molto ma molto di più che adottare una politica di prevenzione e quindi di controllo.

Nel caso del terremoto invece di procedere con il modello della ricostruzione del terremoto Umbria-Marche di fine anni 90, forse ad oggi il modello più veloce e snello burocraticamente parlando, si è preferito il più macchinoso modello dell’ultimo terremoto in Emilia, per quanto riguarda il ponte Morandi e altre infrastrutture come le nuove gallerie della quadrilatero, tocca a bravi giornalisti spesso fare da controllori, invece che allo stato, mentre sicuramente toccherà alla magistratura (anche quella francese) accertare le cause di tali mancanze.

A fine anni 70, era uso mettere sulla sommità delle impalcature delle strutture edilizie (edifici, infrastrutture, etc.) in costruzione, una bandiera italiana a volte anche un ramo con le foglie. Il significato era quello che in qualche maniera l’Italia di allora uscita da una guerra che distrusse tutto: strade, ferrovie, case e morale, stava rinascendo, non solo economicamente, ma anche moralmente, c’era stata una crescita per tutti, a volte addirittura si faceva una festa.

Le case per i terremotati per L’Aquila e il centro Italia, con i problemi di tenuta agli agenti atmosferici, la caduta del ponte Morandi a Genova, rispecchiano la mancanza di gestione sia del nuovo che del vecchio patrimonio pubblico di cui dovremmo andare fieri (in questo link si possono vedere delle immagini della costruzione dell’Autostrada del Sole) e che stona con il livello di qualità che ci ritroviamo oggi e soprattutto con le potenzialità che abbiamo come paese.

In futuro dovremmo far diventare quello che ora è un problema, un’opportunità tramite la resilienza, cioè il potere di reagire alle difficoltà, che noi abbiamo innata, come sta cominciando a fare L’Aquila, sfruttando la ricostruzione per aumentare la propria capacità attrattiva, ma potrebbe essere applicato come concetto a qualsiasi evento disastroso, per migliorare il paese e ricostruire un ponte tra i cittadini e la politica.

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