Una terapia del dolore basata sulla luce; è quanto è stato messo a punto dai ricercatori del laboratorio europeo di biologia molecolare (Embl) a Monterotondo (Roma).

Coordinati da Paul Heppenstall, il lavoro degli scienziati dell’Embl è rivolto a chi soffre di allodinia, un disturbo nervoso che rende ipersensibile la pelle. Le persone affette provano dolore se l’epidermide viene toccata, anche lievemente, e rappresentano una porzione non trascurabile di popolazione. L’allodinia, infatti, ha molte cause: una delle più comuni è l’infezione da Herpes zoster, che provoca il fuoco di Sant’Antonio; l’ipersensibilità può anche avere origine dal danneggiamento di un nervo, o da una sua compressione.

L’Herpes determina un’allodinia temporanea, che svanisce quando il sistema immunitario riduce la carica virale. Il quadro clinico diventa più grave nel secondo caso, che richiede spesso un’operazione chirurgica. Diverse patologie più o meno rare possono provocare dolori cronici difficilmente eradicabili.

Per meglio comprendere i meccanismi alla base dell’allodinia, i ricercatori hanno lavorato su una specifica classe di meccanocettori, i neuroni deputati alla percezione degli stimoli sulla pelle.

I meccanocettori hanno principalmente funzione tattile, ma recepiscono anche gli stimoli dolorosi; è stato dimostrato che alcuni di questi, che esprimono recettori tirosin-chinasici B, diventano ipersensibili in seguito a lesioni nervose.

Il danno o la compressione di un nervo, in pratica, disturba la percezione tattile dei neuroni vicini, che cominciano così ad inviare al cervello segnali errati.

I recettori tirosin-chinasici B non sembrano essere coinvolti nell’ipersensibilità, ma si sono rivelati dei potenti alleati nella terapia del dolore.

Questi, infatti, si legano naturalmente a BDNF, una proteina che guida la crescita neurale.

Il gruppo di ricerca di Heppenstall ha sintetizzato una proteina BDNF ricombinante, che reagisce alla luce infrarossa: la BDNF ricombinante si lega al recettore, poi, stimolata dalla luce, provoca una reazione che induce il meccanocettore a ritrarsi dalla superficie della pelle, verso zone più profonde. In questo modo il neurone recepisce gli stimoli tattili con meno intensità, e non trasmette la sensazione dolorosa. Questa condizione, nei topi, persiste per circa 3 settimane.

In condizioni patologiche” spiega Linda Nocchi, una delle ricercatrici coinvolte nello studio “lo stimolo che normalmente è percepito come una carezza può provocare dolore. Anche indossare una maglietta per chi soffre di dolore cronico può rappresentare un problema. Il nostro studio ha dimostrato per la prima volta che le fibre nervose coinvolte nei due processi sono le stesse. Grazie a questa tecnica abbiamo, però, osservato che è possibile ‘tagliare i rami’ a queste fibre nervose, che dopo l’esposizione alla luce ritirano le proprie antenne. In questo modo lo stimolo doloroso superficiale non viene percepito per un periodo di 3 settimane“.

La tecnica studiata dai ricercatori dell’Embl ha dato buoni risultati sulle cavie, ed è in attesa di essere testato anche sull’uomo.

Contro il dolore cronico, infatti” ha aggiunto Nocchi “non esiste al momento una terapia efficace che sia priva di effetti collaterali“.


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