DA RIVIERA OGGI IN EDICOLA N. 1150

SAN BENEDETTO DEL TRONTO –  Nei primi giorni di marzo la riviera picena è, da più di mezzo secolo, al centro dell’attenzione per la Tirreno-Adriatico, la corsa a due ruote che ha ormai raggiunto notorietà internazionale. I migliori ciclisti dei cinque continenti concludono da 53 anni le loro fatiche sul bellissimo lungomare, fiore all’occhiello del nostro territorio.

La sua denominazione è Tirreno-Adriatico anche se inizialmente in molti la chiamavamo Tirreno Adriatica. Cito il nome della manifestazione perché pare che gli organizzatori siano intenzionati ad alzare il prezzo per mantenere la tappa finale a San Benedetto del Tronto. Altre località offrirebbero molto di più dei circa 50 mila euro che ricevono dal Comune.

Era il 1965 quando l’allora patron della futura competizione, Franco Mealli, ideò la mini corsa a tappe e vide nel nostro viale sul mare il teatro ideale per la conclusione di un evento sportivo che sarebbe diventato più importante di quanto lui stesso immaginava.

Così l’appuntamento ciclistico di Primavera viene descritto oggi: La Tirreno-Adriatico, detta anche «corsa dei due mari», nasce nel 1966, su iniziativa dell’organizzatore romano Franco Mealli, per consentire alle molte squadre italiane che non potevano partecipare alla Parigi-Nizza di preparare adeguatamente la Milano-SanremoSi afferma rapidamente sino a superare, per prestigio, stante la qualità dei partecipanti, la Parigi-Nizza stessa, nata precedentemente. Talvolta neanche il Tour de France ha una starting list così qualificata. Oggi è considerata, per importanza, la quarta corsa a tappe dopo i 3 grandi giri (Giro d’Italia, Tour de France e Vuelta a Espana). Una particolarità: l’ultima tappa è sempre arrivata a San Benedetto del Tronto, ad eccezione della prima edizione, quando la città marchigiana fu sede d’arrivo della seconda tappa”.

Cosa si sarebbe dovuto fare per evitare questa specie di ‘ricatto’ dopo che le nostre strade e le nostre casse sono state utili e dato lustro alla manifestazione?

Pretendere innanzitutto (lo pensai e dissi quando 53 anni fa l‘Azienda di soggiorno doveva decidere se accettare o no il progetto di Mealli) che la corsa, sulla falsariga della Milano-Sanremo, della Parigi-Nizza, della Parigi-Roubaix ecc, si chiamasse “Roma-San Benedetto, la corsa dei due mari“.

In quei giorni si aveva “il coltello dalla parte del manico” visto che, di lungomari come il nostro, non esistono neanche oggi in riva all’Adriatico. Automaticamente la corsa avrebbe avuto un vincolo quasi  impossibile da sciogliere.

Ciononostante il terminale della kermesse è ancora la Riviera delle Palme. Ma fino a quando?

La continuità andava sfruttata per stabilizzarla e rendere il brand ancora più legato al nome San Benedetto del Tronto, la città capofila della riviera picena.

L’occasione c’è stata ma non è stata sfruttata. Mi riferisco alle nozze d’oro di una corsa importantissima. Nozze che  nel 2015 sono passate quasi inosservate nel panorama nazionale e internazionale che la competizione rappresenta.

Sono opportunità che vanno sfruttate”, scrissi l’anno prima del cinquantenario (nel 2014). Possibilmente con un grande evento mediatico sportivo-culturale.

Come? Per esempio con una ‘tre giorni’ durante i quali organizzare tavole rotonde con i più importanti giornalisti  specializzati nello sport più popolare dopo il calcio. Il coinvolgimento dei media di tutto il mondo sarebbe arrivato naturalmente e automaticamente. Come conclusione, il terzo giorno, avrei visto bene una serata di gala con tutti i vincitori della manifestazione in una trasmissione che Sky, Rai o Mediaset non si sarebbero fatte sfuggire.

I costi? Con una buona azione manageriale, quella che purtroppo è mancata negli ultimi 50 anni alle nostre amministrazioni comunali, sarebbero stati irrisori, ma avrebbero dato alla corsa il segno indelebile della nostra presenza nel suo epilogo che, invece, potrebbe adesso cambiare destinazione senza colpo ferire. Per non parlare dell’enorme riscontro mediatico e quindi turistico che la festa avrebbe avuto. Sicuramente il suo valore sarebbe stato superiore a tante iniziative pagate con denaro pubblico negli ultimi 50 anni. Molte di esse evitabili perché non hanno portato né un maggior numero di turisti, né veicolato il nome della Riviera Picena come meritava e meriterebbe.

Cosa fare adesso? L’unica cosa che si può far valere oggi sono gli oltre due milioni di euro versati nelle casse degli organizzatori. Ne terranno conto?


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