Dalla nuvola al bicchiere. Potrebbe essere il futuro slogan pubblicitario per l’acqua estratta dalla nebbia. Un gruppo di ricercatori dell’università Adolfo Ibanez, a Viña del Mar, ha appena presentato il suo progetto: una tela in grado di filtrare la nebbia in acqua potabile, pronta da bere senza necessità di alcun trattamento chimico.

Non si tratta esattamente di una nuova invenzione; da tempo sono in commercio apparecchi in grado di estrarre l’umidità dall’aria, condensandola in acqua. Fin dagli anni sessanta, poi, si pensa alla nebbia come fonte idrica nei Paesi particolarmente aridi. In Cile, Perù, Ecuador e Guatemala, per esempio, erano stati installati vari impianti condensatori; si trattava, in generale, di grandi reti di nylon o altre materie plastiche, che intrappolavano l’umidità dell’aria nelle maglie. In alcuni deserti queste soluzioni sono particolarmente utili, in quanto le forti escursioni termiche tra il giorno e la notte generano densi banchi di nebbia mattutina.

Tali sistemi, però, presentavano dei problemi; essendo stati installati in zone povere e scarsamente collegate, è risultato subito difficile praticare una regolare opera di manutenzione. Inoltre, le reti usate non erano particolarmente efficienti: per catturare modeste quantità di liquido erano necessarie ampie superfici; questo ha avuto anche l’effetto di incrementare il costo dell’impianto. A causa della spesa troppo elevata, le imprese hanno rinunciato ad investire sul progetto.

Il lavoro dei ricercatori cileni si è concentrato proprio su questi problemi. Nel tentativo di riaccendere l’interesse degli investitori, Jacques Dumais ed il suo team hanno progettato un nuovo tipo di rete, molto più efficace per la cattura delle microparticelle d’acqua.

L’idea è nata studiando la struttura di una particolare pianta, la Tillandsia landbeckii, che cresce nel deserto di Atacama. La Tillandsia, sprovvista di radici sotterranee, prolifera nella sabbia o sulle rocce, e si nutre soltanto assorbendo nutrienti dall’aria umida; ciò è reso possibile da particolari strutture, i tricomi, che ricoprono le sue foglie come dei microscopici “ombrellini”. I tricomi captano le gocce d’acqua quando la pianta è secca, e hanno anche funzione schermante contro i raggi del Sole.

Con il nostro prototipo di un metro quadrato” afferma Dumais “abbiamo ottenuto un rendimento notevolmente più alto rispetto ai filtratori di nebbia già in uso: in due settimane abbiamo raccolto ottantacinque litri d’acqua, contro i venti degli altri apparecchi.

Il sistema progettato dal team di Dumais non è certo il più potente estrattore di umidità esistente, né il più efficiente. Negli ultimi anni sono stati costruiti diversi macchinari con la stessa funzione, che sfruttano un ciclo di riscaldamento e raffreddamento per condensare le microparticelle in gocce più grandi. Si tratta, però, di sistemi elettrici, che richiedono energia nonché manutenzione.

La “Tela di Tillandsia” ha il pregio della semplicità, è una rete che può essere installata ovunque ci sia nebbia e non richiede apporto elettrico. Le gocce intrappolate cadono semplicemente in un recipiente sottostante, e l’acqua prodotta è perfettamente potabile.

Grazie alla maggiore efficienza, la rete ha anche un migliore rapporto tra costi e benefici; i ricercatori cileni sono già in cerca di finanziamenti per iniziare una produzione su larga scala.

La famiglia delle Tillandsie, comunque, ha riscosso un buon interesse negli ultimi anni, non solo per la sua eccezionale resistenza alla siccità.

Oltre ad essere comunemente usate in campo ornamentale, infatti, queste piante si sono dimostrate delle ottime acchiappasmog, in grado non solo di assorbire grandi quantità di inquinanti atmosferici, ma anche di metabolizzarli, in parte, in sostanze innocue.

In un prossimo futuro, le Tillandsie potrebbero essere piantate anche nei centri cittadini, in un più ampio progetto di detossificazione dell’aria.

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