GROTTAMMARE – Quella con Giovanni Veronesi è una cena a cui non si dovrebbe mancare. La sera del 13 gennaio, presso la vineria “La Cave Fleurie”, è stata un incontro caleidoscopico dedicato a idee, aneddoti, comicità e spettacolo. Una sorta di salotto letterario, svoltosi in una suggestiva cantina adibita ad atelier; la cornice ideale per una serata divertente e rilassata, che ha trattato molti temi.

In radio ho sperimentato una libertà immensaha esordito Veronesi, a metà tra serietà e scherzoPosso dire ciò che voglio, ma devo stare più attento alle parole che uso. In televisione ti vedono, in radio ti ascoltano. Quello che dici così diventa molto più importante. La televisione non va bene, è proprio sbagliata!“.

Giovanni Veronesi è regista, sceneggiatore e attore; ha lavorato con Francesco Nuti, Leonardo Pieraccioni e Massimo Ceccherini, ed è noto per la regia dei film “Che ne sarà di noi” e la trilogia di “Manuale d’Amore”. dal 2014 conduce, insieme a Massimo Cervelli, il programma radiofonico “Non è un paese per giovani”, su Radio 2. Durante l’incontro ha parlato molto. Ha parlato di morte e malattia, così come di amicizie, lavoro, di momenti simpatici. Ha raccontato un po’ della sua vita. Con qualche gustosissimo retroscena su David Bowie, sul set del film “Il mio west”, e di Robert De Niro.

Lo ha accompagnato, per l’occasione, l’attore Ernesto Fioretti, che ha intrattenuto il pubblico con alcune facezie. L’incontro è stato molto raccolto, ma forse per questo ha acquisito un particolare fascino. Durante la serata Veronesi è stato omaggiato di un quadro dipinto dall’artista grottammarese Francesco Colella.

Alla fine dell’evento, ha gentilmente concesso l’intervista a Riviera Oggi.

Cominciamo con una autopresentazione. Come si descriverebbe? Cosa direbbe di lei ad una persona che non la conosce?

“Mah, che posso dire…io sono uno che fino a cinquant’anni ha pensato di poter fare delle cose, poi, dai cinquanta in poi, le ho fatte. Quindi adesso, semplicemente, le sto facendo”

Oltre che conduttore radiofonico, lei è regista, sceneggiatore e attore. In quale ruolo si identifica di più? In quale si diverte di più invece?

“L’attore è la cosa che mi diverte di più. Io non sono un attore, lo divento solo se recito accanto ai miei amici e prendo la cosa con leggerezza. Il regista, forse, è invece la cosa più profonda che tento di fare, perché lo considero il ruolo più difficile e richiede maggiore responsabilità. Lo sceneggiatore è più che altro una conseguenza del lavoro di regista. Fare il conduttore radiofonico, anche quello è un divertimento, una specie di palestra per il cervello: con un’ora e mezza di diretta tutti i giorni, il cervello lavora davvero come un muscolo in tensione. Sono felice di poter fare tutto, perché tento di fare tutto quello che mi rende felice”

Ci parli un po’ delle sue collaborazioni professionali. Francesco Nuti, per esempio. Da quanto tempo lavoravate insieme?

“Francesco Nuti è la persona con cui ho cominciato, ho scritto insieme a lui tutti i film fino agli anni novanta; è stato il mio mentore, devo tutto a lui. Senza Francesco, probabilmente, non sarei nemmeno qui stasera. E la persona a cui tengo di più, ma ora sta attraversando un momento molto difficile, per cui cerco di stargli accanto il più possibile. Per un periodo ho anche vissuto a casa sua, abbiamo condiviso moltissime cose, sembravamo quasi una coppia di fatto. Rimpiango soprattutto quei momenti di spensieratezza: insieme pensavamo di riordinare il caos del mondo, e invece stavano solo creando più confusione nelle nostre vite”.

Nel corso della sua vita, le amicizie che ha stretto sono state fondamentali per il suo percorso artistico, oltre che, naturalmente, umano. Che cos’è per lei “l’amicizia”?

“…Gli amici, forse, non devono incontrarsi tanto spesso. Bisogna averli. Devi essere convinto che quella persona sia tua amica, ma se cominci a vederla tutti i giorni potresti finire per svilire il rapporto, al punto da diventare scorretti gli uni verso gli altri. Vedersi poco, ma pensare che ci sarete sempre l’uno per l’altro, secondo me è quella la vera amicizia”.

Come mai ha scelto di dedicare il suo programma radiofonico ai cervelli in fuga? C’è un motivo, o un episodio particolare che ha ispirato questa scelta?

“Il programma non è dedicato ai cervelli in fuga, anzi, è tutto il contrario, è rivolto alle persone normali. Sono i figli di idraulici, impiegati, operai, che se ne vanno dall’Italia perché qui non c’è spazio per loro. I cervelli in fuga troveranno sempre qualcosa da fare nel mondo, perché sono appunto dei cervelli, ma chi non ha una preparazione così avanzata e vuole fare un mestiere normale, trova grandi difficoltà in Italia. Il mio programma, insomma, è dedicato ai ragazzi che se ne vanno perché non sanno come realizzare i propri desideri in questo Paese. Poi magari tornano dopo sei mesi, un anno, con la coda tra le gambe, dopo aver collezionato i loro primi fallimenti. Però a me piace parlare di queste persone che non mi possono ascoltare. Loro sono in Australia, a Miami, a Londra, e non sanno nemmeno che c’è un programma dedicato a loro. Magari lo scoprono perché dalla radio faccio qualche telefonata in giro per il mondo, ma fondamentalmente la mia è una trasmissione suicida, perché i suoi ascoltatori ideali non potranno mai sentirla. Però a me piace l’idea di stare vicino a queste persone, se oggi avessi diciotto anni anch’io me ne andrei, molto probabilmente. Però dove, a fare cosa? E il problema della lingua? Come farei ad esprimermi? Per diventare scrittore o artista in America, per esempio, non basta l’inglese scolastico, come minimo occorre padroneggiare la lingua perfettamente. Penso che anch’io sarei in difficoltà, per cui mi immedesimo in queste persone. Al loro posto, sarei felice di sapere che esiste un posto dove poter dire la mia, dove so di avere dei complici, come il mio programma appunto”.

Secondo lei qual’è la differenza più grande tra la nuova generazione e la sua?

“Beh, quella nuova è una generazione sfortunata, è nata in questo ventennio dove i valori culturali sono stati appiattiti, azzerati completamente; la generazione precedente alla mia, che comunque mi ha condizionato, credeva negli ideali politici. Non sono mai stato un attivista politico, però mi sono portato dietro l’ideologia degli anni 70. Ho sempre pensato che votare sia un dovere, ma soprattutto un diritto; non importa votare bene o votare male, la cosa più importante è sapere qual è la propria funzione nella società. Non siamo soltanto pedine mosse da altri; possiamo muoverci di nostra iniziativa, secondo le nostre idee; quando tutte le pedine si muovono insieme, poi, possono fare un grande clamore”.

A questo proposito, gli anni ’70 – ’80 sono stati un periodo di radicalizzazione e proteste violente. Come ha vissuto lei quel periodo? Che aria si respirava a Firenze in quegli anni?

“Io all’epoca avevo circa diciassette anni, come ho detto non ero un attivista, non ho mai partecipato a cortei estremisti. Però penso che il collasso che ad un certo punto avviene in una società porti automaticamente ad un periodo come quello. Oggi la gente è più pavida, scende di meno in piazza perché ha paura di perdere quello che ha guadagnato negli anni. Quindi penso che una rivoluzione come quella degli anni passati non potrà più esserci; però, forse, ci aiuteranno in questo i migranti, sono persone che invece hanno bisogno di esprimersi e di far valere i loro diritti. In questo sono potenzialmente molto più radicali di noi”.

Lei sembra trovarsi a suo agio tra i giovani. La sua età anagrafica è nota, ma è la stessa che sente come la sua età interiore?

“Se non esistessero gli specchi, io sarei uguale a trent’anni fa. La penso ancora allo stesso modo, anche se oggi riesco ad esprimere meglio il mio pensiero rispetto a quando avevo venticinque anni. Ho conservato la stessa testa e lo stesso entusiasmo. Però poi mi frega lo specchio; la mattina mi guardo e mi vedo vecchio, con i capelli imbiancati, le rughe, e capisco che forse dovrei essere meno impulsivo, più razionale. Ma poi mi chiedo perché, chi me lo fa fare, c’è gente che è rimasta uguale fino alla morte”.

Che progetti ha per il prossimo futuro?

“Voglio fare un film. Voglio continuare a parlare in radio. E anche fare spettacoli teatrali. Insomma, voglio continuare a fare esattamente quello che faccio”.

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