Il 23 dicembre il Consiglio Comunale di San Benedetto del Tronto si pronuncerà in merito al cosiddetto Project Financing relativo alla Piscina Comunale. Negli ultimi mesi, il collega Carlo Fazzini ha prodotto una notevole mole di articoli e approfondimenti. Vorrei, tuttavia, sottolineare perché un Comune è costretto, nel bene o nel male, a ricorrere a questo strumento.

Il Finanziamento a Progetto (Project Financing) è stato introdotto in Italia con leggi nuove e modifiche alla legislazione corrente a partire dalla Merloni-ter del 1998, con il “Decreto Sviluppo” del 2011 fino al “Decreto Fare” del 2013. Il ricorso a questa tipologia di finanziamento si è reso necessario nel quadro normativo europeo per il contenimento della spesa pubblica e per fornire una modalità alternativa alla realizzazione di opere pubbliche.

Va capito che il motivo principale per cui un Comune – o un ente di grado superiore – deve ricorrere a questo strumento è dovuto al fatto che lo Stato centrale non abbia la possibilità di stanziare, esso stesso, le risorse monetarie necessarie alla realizzazione dell’opera. E persino di “indebitarsi” per investire. Nel corso del dopoguerra una cittadina come San Benedetto ha potuto accrescere il suo capitale di infrastrutture sportive grazie ad investimenti pubblici che hanno consentito di realizzare, nell’ordine: area sportiva del Centro Tennis Maggioni, ex Galoppatoio, pista di pattinaggio Panfili, pista di atletica leggera, piscina Gregori, stadio di calcio Riviera delle Palme, PalaSpeca.

Negli ultimi trent’anni persino la riqualificazione degli impianti esistenti è diventata impossibile per le casse comunali. Il vecchio stadio Ballarin, diventato un rudere in pieno centro cittadino, ne è la testimonianza. E i tentativi falliti per adeguare la piscina comunale lo confermano.

Per questo, di fatto, le chiavi degli enti locali sono state consegnati nelle mani delle aziende private, allo stesso modo in cui le chiave degli Stati nazionali sono nelle tasche del sistema bancario internazionale. Il tutto non per diritto naturale, ma per precise scelte politiche.

Di seguito un contributo di Chiara Zoccarato, padovana, che di recente ha approfondito la questione della Finanza di Progetto: “Nel processo urbano il neoliberismo diventa neo-feudalesimo, il privato si appropria di spazi pubblici per estrarne rendita, tramite il pagamento di tariffe e pedaggi fissi” afferma.

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L’urbanistica è strettamente collegata con le amministrazioni pubbliche e la rendita immobiliare. Ad oggi, le prime sono parte di una Governance multilivello che richiede al settore pubblico di attenersi a vincoli ben precisi e a prestazioni di mercato, cioè il settore pubblico è parte del mercato, non è in una posizione gerarchica superiore, di controllo, regolamentazione, pianificazione e limitazione. Anzi è addirittura costretto ad un ruolo subalterno, non competitivo e di garanzia. La seconda è strettamente legata alla speculazione finanziaria, anche internazionale, grazie anche alla liberalizzazione dei movimenti di capitale.

Con la crisi del ciclo produzione-consumo, l’urbanizzazione offre un nuovo mezzo di accumulazione globale, di estrazione di rendita.

Attraverso la fornitura di infrastrutture fisiche e sociali, gli investimenti pubblici non solo costruiscono capacità produttive, ma potrebbero impedire agli speculatori di appropriarsi di monopoli di rendita.

L’impresa produttiva comporta un notevole rischio del capitale, è ovvio che chi opera nel mercato con il solo fine del profitto e non per il gusto di produrre un qualcosa di innovativo o di utile, tenta vie meno rischiose e più redditizie, e quindi la rendita, la speculazione e la partecipazione in progetti a garanzia pubblica o in settori per cui non esiste crisi, per cui, cioè, non mancheranno mai i clienti: sanità, comunicazioni, trasporti, acqua, luce, gas. Da qui la necessità per il capitale di costringere a privatizzare questi servizi, con quello che comporta in senso di costo sociale.

La pianificazione urbanistica e l’investimento pubblico diretto sono indispensabili per impedire questi fenomeni. Ma per investimento si intende spesa e proprietà pubblica. Non finanziamenti garantiti dal settore pubblico ma a profitto privato o a gestione privatistica.

Le esperienze in Veneto sono state tutte negative, il profitto per i privati è molto alto soprattutto per quanto riguarda la gestione dei servizi in regime di monopolio, il tasso d’interesse è in alcuni casi addirittura sopra il livello d’usura, vengono snaturati in senso utilitaristico dei servizi alla persona garantiti dalla Costituzione, e i vincoli di bilancio alla spesa vengono saltati a monte per ricadere rovinosamente a valle, nei conti di spesa corrente che vanno fuori controllo.

Per quanto sia evidente il danno economico e sociale che deriva dall’utilizzo del Project Financing, va detto che ad oggi le alternative non sono praticabili per via dei vincoli di bilancio strettissimi e che con l’avvio del Fiscal Compact, lo saranno ancora di più. Per trarre delle conclusioni finali, è evidente che la situazione attuale è determinata dall’impossibilità di ricorrere alla spesa pubblica e dalla dipendenza pressoché totale dal mercato a tutti i livelli, cosa che acutizza la disuguaglianza sociale e soprattutto l’instabilità economica generale, provocando un regresso nei diritti e nelle condizioni materiali che non ha precedenti nella storia Repubblicana.

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