Una moderna odissea, alla ricerca delle plastiche perdute. E’ la missione della fondazione Race for Water, che dal 2017 ha lanciato una vera e propria corsa al campionamento delle acque. A bordo di un trimarano, alimentato interamente da fonti rinnovabili, ricercatori da tutto il mondo si stanno avvicendando per monitorare il grado di inquinamento nei mari della Terra.

Il viaggio è iniziato il 9 aprile, a Lorient, e da allora prosegue incessantemente. Il trimarano ha già solcato l’Atlantico, raggiungendo le grandi isole dell’America centrale. Presto si sposterà verso le coste dell’America Latina, poi salperà alla volta del Pacifico. Verranno studiate le acque dell’Indonesia, della Nuova Zelanda, del Giappone, del sud-est asiatico e del Medio Oriente.

Durante il tragitto l’imbarcazione si fermerà in corrispondenza di manifestazioni di importanza globale, come le Olimpiadi di Tokyo e l’Expo di Dubai, per sensibilizzare il pubblico sul problema delle microplastiche. Una missione a tutto tondo, che si avvale delle più moderne tecnologie a disposizione. Il trimarano Race for Water, infatti, è un’imbarcazione unica nel suo genere: ricoperta di pannelli fotovoltaici, si muove sfruttando in buona parte l’energia solare; per il suo aspetto futuristico molti la paragonano ad un veicolo spaziale. Ricava inoltre idrogeno a partire dall’acqua di mare, che utilizza poi per produrre elettricità. Un aquilone di 40m2 di superficie, infine, supporta il motore aumentando la velocità di navigazione.

Il progetto è coordinato “a staffetta”; ad ogni tappa del viaggio salgono a bordo nuovi ricercatori, che raccolgono campioni di acqua e fauna ittica; una volta concluso il lavoro in mare, tornano nelle rispettive nazioni per svolgere analisi approfondite. Lo scopo è ottenere una mappa accurata della concentrazione di microplastiche negli oceani.

Nella lotta all’inquinamento, anche le Marche danno il loro contributo. Due docenti dell’Università Politecnica delle Marche, Francesco Regoli e Stefania Gorbi, hanno partecipato ai campionamenti nei paradisi tropicali delle Antille. Un ecosistema suggestivo ma a rischio, nel quale l’emergenza plastiche è alto.

A seguito è riportata l’intervista che la professoressa Gorbi ha gentilmente rilasciato.

Innanzitutto, come è stata coinvolta nel progetto Odyssey?

Il dipartimento di ecotossicologia e chimica ambientale dell’università, di cui faccio parte, partecipa dal 2016 ad un progetto europeo, EPHEMARE (Ecotoxicological effects of microplastics in marine ecosystems). Grazie a questo studio, che coinvolge sedici partner europei, la fondazione Race for Water ci ha chiesto di partecipare al progetto Odyssey. Il coordinatore di Ephemare, Ricardo Beiras, ci ha chiesto la disponibilità, e noi abbiamo accettato volentieri; così, in ottobre, ci siamo imbarcati per il mar dei Caraibi.

Racconti qualcosa del viaggio. Che tragitto ha percorso? Che luoghi ha visitato?

Siamo partiti il 2 ottobre da Bologna, passando per Parigi e poi con un volo diretto per la Guadalupa. Il catamarano era ormeggiato nel porto di Point-à-Pitre, in attesa del nostro arrivo.

Abbiamo svolto diversi campionamenti a Guadalupa, in particolare nella costa di Petit-Bourg: è un’area particolarmente impattata a livello ambientale, non solo per le microplastiche, ma anche perché le acque hanno una concentrazione molto elevata di Clorpirifos, un pesticida usato nelle piantagioni di banane. In questa zona la pesca dovrà essere interdetta per le prossime centinaia di anni.

Abbiamo raggiunto anche un’isoletta vicina, Marie-Galante, dove abbiamo comprato il pesce del mercato per poterlo esaminare. Ci interessava particolarmente l’impatto degli inquinanti sulle specie ittiche commerciali, che finiscono quotidianamente sulle tavole.

I Caraibi, in generale, sono un’area molto interessante da studiare: c’è la possibilità che siano una zona di accumulo di plastica, a causa del vortice di correnti del Nord Atlantico.

Negli anni sono state individuate cinque grandi aree di convergenza mondiali, in cui si raccolgono plastiche di grandi e piccole dimensioni. Si tratta delle cosiddette “isole della plastica”: non sono delle vere e proprie isole, infatti le microplastiche non sono visibili ad occhio nudo, ma delle zone ad alta concentrazione di particelle del suddetto materiale.

Il vortice del nord Atlantico è stato uno dei primi ad essere scoperto, e anche per questo il Mar dei Caraibi è diventato oggetto di intensi studi. Considerando la bellezza dei luoghi, è fondamentale tutelare l’ambiente e la biodiversità locale.

Visitare quei luoghi è stata veramente una bella esperienza, da un punto di vista naturalistico, lavorativo e umano.

Come descriverebbe la vita a bordo di un trimarano? Com’erano organizzate le giornate?

In linea di massima ci sono degli orari per alzarsi e mangiare, poi ognuno si occupa delle proprie attività. Sul trimarano c’è un equipaggio stabile di 5-7 persone, provenienti da diverse nazioni. Loro si occupano di guidare il veicolo e della manutenzione; Race for Water è un’imbarcazione che sfrutta energia solare, eolica e idrogeno, quindi occorre una certa preparazione. Questa crew rimarrà a bordo fino alla fine del viaggio, nel 2021.

Di solito i ricercatori e la crew svolgono il loro lavoro separatamente, ma può capitare che collaborino per fare dei campionamenti.

Per i campionamenti di superficie abbiamo usato la Manta Net, un setaccio a forma di manta che viene trascinato dal trimarano e filtra le microplastiche a pelo d’acqua. Si naviga a bassa velocità, per circa mezzora, poi si raccoglie il filtrato.

Con la collaborazione dell’Università delle Antille abbiamo campionato anche pesci, molluschi e invertebrati locali.

Per esaminare i sedimenti, invece, ci siamo serviti di una benna, una sorta di tenaglia che chiudendosi “afferra” la sabbia sul fondo e la porta in superficie.

Quanti ricercatori sono stati coinvolti, in tutto, per questo progetto?

Attualmente si possono dare i numeri solo su ciò che è stato fatto; l’itinerario di viaggio è stabilito a tavolino, ma la disponibilità degli scienziati cambia di anno in anno, quindi è difficile fare stime per il futuro. Insieme a me, sono stati coinvolti una decina di colleghi del progetto Ephemare.

Durante il periodo trascorso a Guadalupa eravamo tre italiani: io, il professor Regoli, e un’altra collega dell’ISMAR-CNR. Poi c’erano tre ricercatori dell’Università di Bordeaux.

Parliamo delle microplastiche. Cosa sono, e perché sono così dannose?

Il problema della plastica in mare sta emergendo proprio in questi anni. E’ noto che la plastica impiega moltissimo per degradarsi, e molti dei prodotti che usiamo quotidianamente non sono correttamente smaltiti. Si stima che in mare finisca circa il 10% della plastica prodotta; questa proviene da rifiuti, reti, e da scarti di produzione delle fabbriche. I pezzi più grandi sono denominati macroplastiche; una volta in mare, con l’azione del vento, di reazioni chimiche e meccaniche, cominciano a sfaldarsi fino a raggiungere le dimensioni di particelle, le microplastiche. Per definizione, la microplastica è tale se ha una dimensione inferiore a 5mm.

Oltre alle macroplastiche, c’è anche uno sversamento diretto di microplastiche da parte dell’uomo: prima di diventare oggetto, la plastica è prodotta in forma di granuli, simili a dei sassolini, per poi essere venduta alle varie aziende. Gli scarti di produzione in questo settore sono una voce non indifferente.

In mare, le microplastiche creano diversi problemi: innanzitutto a pesci e molluschi, che spesso le scambiano per cibo e le mangiano. Le plastiche lavorate presentano degli additivi sulla loro superficie, come bisfenoli e ftalati, che sono distruttori endocrini; nell’organismo provocano diversi effetti tossici.

Poi, le plastiche possono essere colonizzate da piccoli organismi, che vengono in questo modo trasportati con la corrente. Il meccanismo favorisce la diffusione di “specie aliene”, cioè di animali che si ritrovano in un habitat diverso da quello di provenienza.

Inoltre, nell’acqua marina le microplastiche attirano tutte le sostanze idrofobiche presenti, inclusi i contaminanti organici; la plastica è impermeabile all’acqua, ma assorbe le molecole che dall’acqua sono respinte. Una vera e propria spugna, insomma, che può raccogliere concentrazioni anche elevate di agenti inquinanti. In alcuni tratti di mari e oceani le concentrazioni di microplastiche sono veramente alte, e questo comporta tutte le conseguenze descritte.

Che tipo di analisi avete condotto sulle acque? Come si fa, cioè, ad osservare la concentrazione di microplastiche in un campione?

Ci sono metodi diversi a seconda della matrice di partenza. I campioni d’acqua sono semplicemente osservati al microscopio, per determinare la presenza di impurità; se ci sono particelle sospette, si esaminano con uno spettrofotometro ad infrarossi: il macchinario misura lo spettro di emissione delle particelle, che è unico per ogni materiale, e in base ai risultati possiamo determinare se si tratta di plastica o no.

Per gli organismi viventi, invece, il processo è più lungo e complicato. In sintesi occorre prelevare lo stomaco o l’intestino dell’organismo in esame, triturarlo e scioglierlo con enzimi o sostanze chimiche, così da tirare fuori le particelle dai tessuti. Queste sono raccolte e osservate al microscopio, con lo stesso metodo di prima.

Che dati sono emersi finora?

I dati raccolti su Race for Water non sono ancora disponibili, perché i campioni sono in corso di analisi in diversi laboratori europei. Comunque, l’Università Politecnica delle Marche aveva già fatto degli studi simili nell’Adriatico. Da queste ricerche locali è risultato che il 30% degli organismi campionati aveva ingerito almeno una particella di microplastica. Il tipo più diffuso nel nostro mare è il polietilene, un polimero usato per bottigliette e contenitori alimentari.

Con una ricerca sulla “mediterranean plastic soup”, la cosiddetta zuppa di plastica del Mediterraneo, è emerso che le aree a maggiore concentrazione sono nel mar Tirreno e nel mar Ligure. Comunque, anche gli altri mari sono interessati dal fenomeno. Passeggiando sulla spiaggia, soprattutto in inverno, si possono trovare tantissimi pezzettini di plastica sul bagnasciuga; non si notano subito, ma chi ha occhio li vede.

Che misure potrebbero essere adottate per limitare l’impatto ambientale?

Purtroppo, ripulire quello che è già stato sversato è un’opzione non percorribile. Sentendo parlare di un’isola di plastica, la gente immagina di poterla tirare via con un setaccio; in realtà l’isola è composta da microparticelle, e soprattutto è dispersa in un’area vastissima. Al momento non ci sono mezzi per un’operazione di pulizia del genere.

Quello che possiamo fare è agire a monte, cioè cercare di limitare il consumo di plastica non necessario. Quando spiego questo concetto ai ragazzini io faccio sempre l’esempio delle cannucce: si usano sì e no un minuto, poi si buttano via; quello è un uso della plastica che serve a poco. E’ responsabilità di tutti, poi, mantenere un giusto comportamento, quindi non buttare i rifiuti dove capita solo perché è più comodo, e praticare la raccolta differenziata.

Dall’altro lato occorre anche incentivare lo studio di nuovi polimeri, perché la plastica attuale è difficile da riciclare; quella in mare, in particolare, è quasi impossibile da riutilizzare, perché come si è detto raccoglie sostanze tossiche.

Presa coscienza del problema, recentemente ci sono state delle campagne per il riciclo: la Adidas, per esempio, ha prodotto delle scarpe fatte con reti da pesca riciclate, una marca di cosmetici ha prodotto un flacone per shampoo con materiali simili. Non sono soluzioni commerciabili su larga scala, ma vanno bene per sensibilizzare il pubblico.

La strategia più efficace sarebbe coordinare le attività di industrie e politica con la ricerca, in modo da contenere un problema che, purtroppo, abbiamo già creato. Per una soluzione definitiva dovremo ancora attendere.

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