Cos’era il calcio per noi bambini degli anni ’70, ’80 e ’90 (poi sono cresciuto, ed è arrivato il presente). Si giocava tutto il giorno, per strada, tra buche e gobbe dell’asfalto, quando c’era (la via dove abito è stata asfaltata nel 1980). Le porte? Erano le serrande dei garage, con un gran frastuono che infastidiva i vicini, ma tutti avevano un bambino nella combriccola e sopportavano malvolentieri, anche se qualche volta i palloni venivano sequestrati e non restituiti dai più vecchi, oppure bucati davanti a tutti, come un novello e sadico sacrificio divino. Pali e traverse venivano disegnati con il gesso sul muro, non sempre intonacato; oppure si usavano quattro mattoni e si occupava la strada finché il sole non tramontava.

Quando poi si cresceva, si andava a giocare nel campo di calcio “vero”. A San Benedetto, ad esempio, nell’incredibile “Campo Europa”, a due passi dal mare che rumoreggiava nelle mattinate d’inverno. Qui l’erba non cresceva perché decine e centinaia di bambini e ragazzi si alternavano per partite e allenamenti senza un momento di pausa, sette giorni su sette. Un po’ d’erba era soltanto vicino alle bandierine del calcio d’angolo, ma erano ciuffi, non prato. Ovunque la palla rimbalzava irregolare, perché un ciottolo, una buca, un ciuffo d’erba rendeva il controllo difficilissimo, eppure i ragazzi allenavano in questo modo i riflessi e per gli avversari era davvero difficile eguagliare quelle movenze scattanti, un po’ selvatiche. Entrare in scivolata era impresa per uomini veri, e la pelle abrasa dal terreno arido restava come un marchio da mostrare per settimane e mesi. Qualcuno ne porta ancora i segni.

Sotto la pioggia, ci si sentiva giovani eroi, perché si combatteva metro per metro, coperti di fango. Guai a chi tirava indietro il piede per paura. Guai a cercare la giocata di fino, perché per alzare la palla occorreva colpirla con la punta, senza tante storie. Era l’Italia di Bearzot e Trapattoni, di Claudio Gentile, e persino Maradona aveva segnato tirando di punta, nel fango di Marassi.

Eravamo appena ragazzi, bravi ragazzi, e il sabato sera si stava dentro casa a dormire presto perché la domenica le partite iniziavano anche alle 8 e un quarto del mattino, e poi ne seguivano così tante che anche per l’ora di pranzo non si faceva in tempo a finire, e i genitori si lamentavano per le tagliatelle fuori tempo massimo. Ma soprattutto, giocare non costava niente: bastava comprare le scarpette coi tacchetti di gomma, quelli bassi, perché il primo dazio da pagare a quel campo duro come cemento erano i calli sulla pianta del piede. Qualcuno, più ardito, acquistava anche le scarpe con i tacchi di alluminio, che si svitavano e avvitavano, ma venivano usati solo per poche trasferte, nei campi più “borghesi” dove l’erba era vera, come i campi che si vedevano in televisione.

Il resto era tutto fornito dalla società: ed erano piccole società, con un allenatore che era insieme segretario, presidente, secondo padre. I borsoni, le maglie, le divise, le tute, erano tutte offerte, grazie a qualche sponsor.

Oggi è tutto diverso.

I bambini non giocano più in strada. Per tirare i primi calci, devono pagare quote di iscrizione alla scuola calcio. Il Campo Europa è coperto da un manto di erba sintetica. E l’Italia fa brutte figuracce ai Mondiali, o non ci arriva neppure. Paolo Rossi, Schillaci, Baggio, Vieri, Totti e Del Piero non esistono più.

Avevamo un sogno, da bambini, che è continuato anche in età adulta, quando ai sogni non si crede più ma, si sa, aiutano ad illudersi. Adesso non abbiamo più neanche questo.

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