Novembre, tempo di foglie che cadono; distese di alberi gialli e rossi, l’odore della terra bagnata, di caldarroste e salsicce. Basta chiudere gli occhi, e sembra già di sentire le buone fragranze della cucina. Anche l’aroma della resina dei ceppi, per chi possiede il camino, è un graditissimo preludio ad un fuoco scoppiettante.

Ammirare un bel paesaggio, ascoltare una melodia, mangiare pietanze gustose, sono pratiche comuni che conciliano il buonumore ed il relax. Un collegamento meno noto, però, è quello tra il senso dell’olfatto e i cambiamenti di umore.

A livello nervoso, il sistema olfattivo è strettamente interconnesso al sistema limbico, che regola le emozioni; in pratica la percezione degli odori, gradevoli o sgradevoli, ha forti ripercussioni sullo stato d’animo, inducendo cambiamenti nel comportamento anche piuttosto marcati. Questo meccanismo ha origini antiche nell’evoluzione: avvertire l’odore di un cibo commestibile o dei propri simili è alla base della sopravvivenza di un individuo. Per avere un’idea di quanto forte sia l’impatto di questo senso sul corpo, si pensi all’odore della carne marcia; chi ha avuto la sfortuna di sentirlo, saprà che induce immediatamente una forte nausea, oltre che una profonda sensazione di disgusto. Nei casi peggiori, un solo respiro fa vomitare istantaneamente.

Sebbene il collegamento tra olfatto ed emozioni fosse già noto da tempo, solo in tempi recenti si è pensato di studiarlo in relazione ai disturbi del comportamento.

E i risultati arrivano da una ricerca italiana: la Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste (Sissa) ha da poco pubblicato i risultati di un interessante test olfattivo, proposto a persone affette da un raro disturbo psicologico, l’alessitimia.

L’alessitimia, di base, è l’incapacità di elaborare le emozioni. Detta anche “analfabetismo affettivo”, fu identificata per la prima volta negli anni sessanta, in pazienti affetti da disturbi psicosomatici. Il cervello di un alessitimico, infatti, ha una bassa reattività agli stimoli emozionali, nelle regioni dell’amigdala e dell’insula. Queste aree sono determinanti nella sfera affettiva. Ricevendo quindi lo stimolo, e non riuscendo a riconoscerlo come tale, il soggetto non può reagire correttamente.

Se, per esempio, il lettore si trovasse in compagnia di una persona molesta, magari reagirebbe rispondendogli male, o andandosene. Un alessitimico, invece, probabilmente non sarebbe in grado di fare nulla, in quanto non realizzerebbe di avere fastidio. La sensazione negativa, però, c’è, e provoca stress. Non potendo sfogarsi in altro modo, gli affetti da questo disturbo hanno spesso delle reazioni psicosomatiche, ovvero manifestano il disagio attraverso il corpo, con macchie sulla pelle, tachicardia, o forte ansia.

Un alessitemico, inoltre, non riconosce nemmeno le emozioni altrui, e ha pochissima fantasia. Per questo ha serie difficoltà a riconoscere il proprio valore individuale; di solito cerca di conformarsi il più possibile alla media, ma nelle relazioni sociali si isola, oppure diventa dipendente verso un’altra persona.

Il disturbo è più vicino alla vita di tutti i giorni di quanto si possa pensare: casi più o meno gravi di alessitimia sono stati associati con un’ampia gamma di disturbi psichiatrici e neurologici, come l’autismo, i disturbi alimentari, la sclerosi multipla, il Parkinson e la depressione grave.

Non esistono però solo casi estremi; a bassi livelli, la scarsa attenzione al proprio stato d’animo e la necessità di affidarsi ad un’altra persona sono caratteristiche piuttosto comuni. Addirittura, una ricerca finlandese ipotizza che circa il 10% della popolazione sana avrebbe una personalità poco introspettiva e dipendente dal branco. L’alessitimia, insomma, è l’esasperazione di un comportamento normalmente presente in società.

Tornando alle ricerche della Sissa, è emerso che gli alessitimici hanno reazioni piuttosto marcate agli stimoli olfattivi. I soggetti non hanno problemi a distinguere gli odori e la loro intensità, ma non li associano bene a emozioni positive o negative. Tuttavia, il corpo mette in atto una serie di reazioni in risposta: cambiamenti nel battito cardiaco, diversa sensibilità della pelle, sono le reazioni monitorate finora. Il cervello, insomma, ha classificato gli odori come stimoli forti. Un test di questo tipo, che permette di confrontare la reazione fisica con la percezione mentale, può essere molto utile in ambito psichiatrico-clinico, perché consentirebbe di identificare più facilmente il disturbo.

Attualmente, l’alessitimia viene diagnosticata solo con test di impatto visivo. L’esame è simile ad un esercizio per sviluppare la fantasia: si dà al paziente una lista di nove soggetti (una spada, una cascata, un rifugio, un mostro, qualcosa di ciclico, un personaggio, l’acqua, un animale, il fuoco), e si chiede di fare un disegno che li comprenda tutti. Poi, bisogna scrivere una storia al riguardo.

Un individuo alessitimico non può svolgere bene questo esercizio, perché non ha fantasia né capacità di elaborazione. Più è grave il disturbo, più il disegno e la storia saranno stereotipati e superficiali.

Con questo non si vuole intendere che tutti quelli che non hanno fantasia siano alessitimici; la mancanza di immaginazione è solo uno dei sintomi del distirbo, e non certo il più evidente. Il test serve solo a confermare eventuali sospetti. Tuttavia, chiunque avesse difficoltà in ambito creativo farebbe bene a riflettere su sé stesso ogni tanto; la scarsa fantasia potrebbe essere indizio di un inadeguato livello di introspezione, è questo non è mai un bene.

Anche un uomo sano, se non presta attenzione ai propri sentimenti, corre il rischio di stressarsi molto più del dovuto in ambito lavorativo e affettivo, e di non vivere appieno il presente.

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