GROTTAMMARE – Dopo sette giornate il suo Grottammare vola. L’ultima partita, vinta 2 a 1 in casa contro il Biagio Nazzaro ha proiettato la sua squadra al secondo posto. Una bella avventura per Manolo Manoni che ha iniziato a fare l’allenatore un po’ per gioco cinque anni fa coi giovani. Poi la chiamata lo scorso anno, per sostituire Vincenzo Morreale. Con Manoni, 40 enne jesino con 15 anni di calcio alle spalle (era un tignoso centrocampista) abbiamo fatto una bella chiacchierata che parte da Grottammare e arriva a Pep Guardiola e Carlo Ancelotti. Potete leggerla di seguito.

Manolo Manoni, dai giovani alla prima squadra del Grottammare (l’anno scorso) e poi come in una favola calcistica quest’anno un grande avvio e un secondo posto anche un po’ a sorpresa. Raccontaci come è andata.

Cinque anni anni fa sono arrivato a Grottammare quasi per gioco, prima ho allenato i bambini di sei anni poi ho preso i giovanissimi, la juniores dopo quell’anno e l’anno scorso facevo la spola fra juniores appunto e il ruolo di vice con Morreale.

 

Poi la chiamata in prima squadra dopo l’esonero di Vincenzo Morreale. Ti sentivi pronto?

Nella mia testa c’era la voglia di fare l’allenatore, anche prima dell’anno scorso. Però ero anche legato molto a Enzo (Morreale) perché si era creato un bel rapporto e quando hanno deciso di cambiare e mi hanno chiamato, ho chiesto se l’avrebbero esonerato in ogni caso indipendentemente dalla mia risposta. Non volevo fosse una proposta per tastare la mia ambizione. Per una forma di rispetto ho chiesto se avrebbero cambiato in ogni caso. Non volevo fare le scarpe a Morreale per il bel rapporto che c’era e che c’è tuttora.

 

Non eravate messi bene…

Eravamo messi malissimo, poi strada facendo abbiamo costruito un gruppo e alla fine, ai playout, ci siamo salvati. Però eravamo in fondo alla classifica a otto giornate dalla fine.

 

Non tutti erano fiduciosi per quei playout.

Un po’ tutti pensavano che saremmo usciti ai playout perché giocavamo in gara unica a Fossombrone, un campo ostico e contro una squadra abituata a salvarsi ai playout (negli ultimi 3 anni ha sempre centrato la salvezza ai playout ndr.) mentre il Grottammare, anche se faticando, si è sempre salvato in stagione regolare.

 

Come molti allenatori tu sei stato un centrocampista, d’altronde si dice che in quella posizione si vede meglio il gioco ed è lì che, forse, si formano i tecnici. Ci racconti la tua carriera?

Ho iniziato la mia carriera da calciatore ad Ascoli a 14 anni, venivo da Jesi (dove è nato ndr.), ho fatto il settore giovanile e due anni in prima squadra. Ho esordito in B nel 94-95, l’anno della morte di Rozzi e in seguito ho fatto due anni di C1. Poi sono andato a Tolentino con Castori e ancora Torre del Greco, Fano, Macerata, Fiorenzuola con Massimo Ficcadenti (il primo anno che allenava ndr.) e poi Latina, Isernia, Taranto, Chiavari. Ho girato parecchio, diciamo.

 

Quando hai smesso volevi fare l’allenatore? Molti scelgono questa strada, si sa, per ammorbidire un po’ il distacco da questo mondo che può essere traumatico.

Quando ho smesso volevo far tutto tranne che allenatore, volevo fare il Ds. Poi ho proprio staccato col calcio, ma ricominciando coi ragazzini  cinque anni fa mi sono accorto che qualcosa bolliva in pentola.

 

Qual è l’allenatore incontrato in carriera che ti ha lasciato qualcosa in più degli altri?

Fabrizio Castori mi ha lasciato tanto a livello caratteriale, anche perché ce l’ho avuto all’inizio della mia carriera. Poi di allenatori ne ho avuto diversi e mi piaceva Papagni quando stavo a Taranto, un mister molto importante. Anche Ficcadenti, nonostante fosse all’inizio, si vedeva che aveva già le idee chiare.

 

Come si sta a Grottammare?

Sinceramente è bello stare a Grottammare, perché questa società ti fa sentire a casa, sembra veramente una famiglia. E’ vero che per uno che vorrebbe crescere è un po’ difficile in Eccellenza ma si può fare lo stesso, quest’anno abbiamo fatto una squadra buona secondo me. Abbiamo preso dei giovani molto importanti come Vallorani, Carminucci, Iovannisci e Palladini (Alessio, il figlio di Ottavio ndr.) poi abbiamo 4 o 5 giocatori dello zoccolo duro come Traini, De Cesare e Ludovisi.

 

E se non sbaglio avete anche Paolo Beni, 481 presenze con la Samb.

Paolo Beni è il mio consigliere, lui ha una competenza calcistica immensa e poi un’umiltà che nel mondo del calcio è ormai pressoché impossibile da trovare.

 

Senti una domanda forse un po’ scomoda. A questi livelli c’è un fenomeno odioso, che va avanti da tempo, che porta a non schierare in campo la formazione migliore. Mettiamola così.

E’ un male che c’è in Italia purtroppo, non so se c’è anche all’estero. Magari sì. Quest’anno qualche avvisaglia ce l’ho avuta, ma con me non attacca. La considero una cosa pessima. Per due motivi, uno perché si illudono i ragazzi. Oggi in italia se non sei un calciatore o qualcuno di importante, sembra che non puoi condurre un’esistenza normale. E poi in secondo luogo i genitori che illudono i figli trovano dall’altra parte persone, come certi procuratori, che giocano su queste illusioni.

 

Se questo campionato, visto che siete secondi, dovesse andare bene? Penserai in grande?

Adesso penso solo a fare bene al Grottammare, devo crescere perché è solo il secondo anno e devo acquisire esperienze e conoscenze.

 

Hai un modulo preferito?

Il 4-3-3 è il mio modulo preferito. Poi, detto questo,  sono solo numeri e tutto dipende dai giocatori e da come si adattano e approcciano il campo. Se non hai certi giocatori, poi, sei tu allenatore che ti devi adattare. Il requisito fondamentale per il 4-3-3 è avere esterni forti nell’uno contro uno e nei tagli, se non li hai non lo metti in campo.

 

C’è un allenatore di cui segui le orme?

A me piace molto come allenatore Guardiola, mi piacciono le squadre che giocano a calcio. Lo so che dicendo questo tradisco il mio passato perché ero un incontrista di centrocampo ma anche quando giocavo ammiravo i calciatori che sapevano dare del tu alla palla.

 

Caratterialmente ti ispiri a qualcuno?

Ammiro la gestione del gruppo che ha Ancelotti, ho letto il suo libro e lui è un allenatore per certi versi soft ma sa anche incazzarsi quando serve. Soprattutto, però, cerca di avere un rapporto coi giocatori che vada oltre il calcio. Io penso che la comunicazione coi calciatori sia importantissima, come all’interno delle famiglie d’altronde. Molte famiglie non funzionano perché non si parla fra moglie e marito e con i figli.

 

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