Da Riviera Oggi n° 1136 in edicola

L’ipotesi che possa esistere vita su Marte risale circa al 1877. Giovanni Schiaparelli, allora direttore dell’Osservatorio Astronomico di Brera, stava svolgendo delle ricerche sul pianeta rosso; osservandone la superficie con il telescopio, notò la presenza di curiose formazioni geologiche, simili a dei canali naturali. Queste erano in realtà delle linee fittizie, generate dal telescopio per un difetto delle lenti, ma Schiaparelli credette di scorgervi dei segni inequivocabili del passaggio di antichi fiumi sulla superficie marziana. Pubblicò quindi un saggio sui suoi studi, ipotizzando una probabile origine naturale del fenomeno.

Ma i traduttori inglesi la pensavano diversamente: la parola “canale”, infatti, fu tradotta per errore con il termine “canal”, canale artificiale, invece del più corretto “channel” che indica una formazione spontanea.

In pochissimo tempo, in tutto il mondo si sparse la voce che Marte era abitato dagli alieni, marziani intelligenti capaci di incanalare l’acqua con la loro ingegneria avanzata.

La moda dei marziani esplose in tutta la sua forza, segno della crescente curiosità del pubblico verso lo spazio ed i pianeti sconosciuti. Neppure lo stesso Schiaparelli, che in seguito pubblicò una smentita ufficiale, riuscì a cancellare l’idea di una civiltà extraterrestre.

Oggi si sa che Marte è un pianeta arido e privo di vita intelligente, coperto da grandi quantità di ossido ferrico che gli conferiscono il caratteristico colore rosso. Non per questo però il suo interesse scientifico è diminuito; sebbene nessuno creda più agli omini verdi, è stato verificato che il pianeta possiede effettivamente una discreta quantità d’acqua, che nelle ere passate scorreva in forma liquida su tutta la superficie. Si presume che , in un periodo stimato tra 4,1 e 3,7 miliardi di anni fa, Marte fosse caratterizzato da un’intensa attività vulcanica e frequenti alluvioni. Nel tempo, poi, il calore del nucleo è diminuito, determinando un raffreddamento del pianeta e una progressiva riduzione dei movimenti tellurici. Le masse d’acqua presenti ai poli sono andate incontro a congelamento, mentre quelle della fascia intermedia, probabilmente, sono state drenate sotto la superficie.

Di queste grandiose attività, attualmente rimangono solo testimonianze. Fra le più notevoli ci sono il monte Olympus, che dall’alto dei suoi 27.000 metri è il vulcano più grande del sistema solare, e le Valles Marineris, un canyon notevolmente più esteso di quelli terrestri.

Recentemente, una nuova scoperta ha gettato ulteriori basi per la comprensione della storia di Marte: il Mars Reconnaissance Orbiter (MRO) della Nasa, scansionando la superficie del pianeta, ha scoperto le tracce di un’antica sorgente termale sottomarina. La formazione si trova nel cosiddetto “bacino dell’Eridania”, una regione desertica un tempo ricca d’acqua, collocata nell’emisfero meridionale marziano. Grazie allo spettrometro “Crism”, la sonda ha potuto rilevare tracce di serpentino, carbonati, talco e altri depositi minerali che risalirebbero a 3,7 miliardi di anni fa. Una scoperta suggestiva, che potrebbe portare a nuovi studi sull’origine della vita; è possibile, infatti, che in quel periodo Marte ospitasse colonie di microorganismi, che avrebbero potuto svilupparsi nelle abbondanti masse d’acqua calda e sulfurea.

L’effettiva presenza di batteri sul pianeta rimane ancora un’incognita. Certo è che il bacino dell’Euridania, in quell’epoca, era molto simile all’ambiente terrestre di 4,4 miliardi di anni fa.

Anche se non dovessimo mai trovare tracce di vita passata su Marte, questo sito ci potrà svelare il tipo di ambiente in cui si è sviluppata la vita sul nostro pianeta“, spiega Paul Niles, del Johnson Space Center della Nasa a Houston. “L’attività vulcanica combinata con l’acqua stagnante potrebbe aver creato le stesse condizioni che a quel tempo esistevano sulla Terra quando sono comparse le prime forme di vita“.

La comparsa della vita sulla Terra è strettamente correlata alla nascita delle molecole organiche, i cosiddetti “mattoncini” che costituiscono le cellule. Secondo la teoria di Oparin e Haldane, poi dimostrata da Stanley Miller e Harold Urey, queste si formarono a partire da molecole inorganiche presenti nell’ambiente primordiale.

Miller, per il suo esperimento, si servì di un sistema di sfere di vetro, collegato a due elettrodi; al suo interno insufflò una miscela di gas, che riteneva essere stati presenti nell’atmosfera terrestre miliardi di anni fa: immaginò, in particolare, che non ci fosse ossigeno, perché allora mancavano i batteri fotosintetici, e abbondassero invece idrogeno, metano e ammoniaca. Aggiunse poi dell’acqua come base di reazione, e la portò a temperatura di ebollizione. Contemporaneamente gli elettrodi rilasciavano continue scariche elettriche nel sistema.

La Terra ancestrale era molto più calda di quella odierna, scossa da continue eruzioni vulcaniche, terremoti e tempeste di fulmini. Mancava inoltre lo strato di ozono, per cui le radiazioni ultraviolette raggiungevano facilmente il suolo. L’esperimento di Miller aveva lo scopo di ricreare le stesse energie turbolente, in grado di rompere i legami delle molecole inorganiche.

Dopo aver mantenuto il sistema in stato di agitazione per una settimana, Miller osservò che nell’acqua si erano formati amminoacidi, urea e altre molecole organiche; in altre parole, erano presenti le basi per la nascita dei viventi.

Studi ulteriori hanno dimostrato come le membrane cellulari tendano ad assemblarsi spontaneamente in ambiente acquoso, e che singole catene di DNA ed RNA si ripiegano naturalmente in doppie eliche. Dati questi presupposti, è possibile che lo stesso processo si inneschi in qualunque pianeta presenti le condizioni adatte.

Studi sulla sorgente marziana potrebbero dunque fornire nuovi e più accurati dati sull’origine della vita, non solo sulla Terra, ma anche nei pianeti esterni al Sistema Solare. “La vita non ha bisogno di un’atmosfera gradevole o di una superficie temperata” conclude Niles “ma solo di rocce, calore e acqua“.

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