SAN BENEDETTO DEL TRONTO – La notizia ufficiale è arrivata la mattina del 3 ottobre: il premio Nobel per la fisica, quest’anno, va alle onde gravitazionali. Grazie agli sforzi della LIGO Scientific Collaboration, un gruppo di ricerca internazionale che conta oltre mille scienziati da tutto il mondo, nel 2015 è stato possibile rilevare per la prima volta un’onda gravitazionale, fatto che è stato poi annunciato al mondo nel febbraio 2016.

Ipotizzate da Einstein fin dal 1916, le onde rappresentano un grande punto di svolta nella comunità scientifica, in quanto mettono definitivamente da parte il concetto di gravità intesa come forza esercitata da una massa. Secondo la teoria della relatività generale, infatti, in tutto l’universo è presente una sorta di campo di forza, detto campo gravitazionale, che esiste sia in presenza che in assenza di corpi solidi.

Questo reagisce con l’energia associata alle masse dei corpi, e perciò si deforma leggermente al passaggio di materia. Lo spostamento della materia nello spazio, in questo modo, dà origine alle onde gravitazionali.

Come è facile intuire, più è grande e densa la materia, più forti saranno le onde gravitazionali che genera. Movimenti come la rivoluzione dei pianeti ed il passaggio di asteroidi, tuttavia, producono onde di bassissima intensità, che attualmente non è possibile captare. Soltanto eventi catastrofici, quali esplosioni stellari e formazione di buchi neri, generano distorsioni abbastanza forti da essere recepite dagli strumenti terrestri.

Un’onda gravitazionale, al suo passaggio, deforma lo spazio e il tempo, facendo letteralmente “tremolare” la realtà; un principio simile a quello che si verifica con le onde marine, o gettando un sasso in acqua. Un’onda gravitazionale muove tutto contemporaneamente, pertanto nessuno è in grado di percepirne il passaggio; soltanto la luce non è interessata da questo fenomeno, e continua il suo percorso in linea retta.

Partendo da questa considerazione, le università americane Caltech e MIT hanno ottenuto un finanziamento di 365 milioni di dollari per costruire l’interferometro LIGO, sotto la guida di Rainer Weiss, Barry C. Barish e Kip S. Thorne.

Il principio di funzionamento è piuttosto semplice: LIGO misura la distanza percorsa da un laser all’interno di due lunghi bracci, che non risentono di nessun disturbo esterno. L’interferometro è costruito in modo tale che solo le onde gravitazionali possono modificare la distanza percorsa dalla luce, deformando lo spazio circostante.

Nel 2015, la prima onda gravitazionale è stata captata contemporaneamente da LIGO e da VIRGO, l’interferometro gemello costruito in Italia. La distorsione, provocata dalla collisione tra due buchi neri, era molto più piccola della lunghezza di un legame atomico, ma è stata sufficiente a far reagire la strumentazione. Questo può aiutare a capire come, da un lato, occorrano forze incommensurabili per deformare lo spazio-tempo, dall’altro quanto siano sensibili i due interferometri.

Weiss, Barish e Thorne, in qualità di capiprogetto, sono stati insigniti del premio Nobel per la fisica, con un premio complessivo di 940.000 euro “For decisive contributions to the LIGO detector and the observation of gravitation“, come affermato dalla commissione svedese.

Non bisogna dimenticare, però, che il risultato raggiunto è frutto dell’impegno di centinaia di ricercatori, molti dei quali italiani, ed un contributo fondamentale al progetto è stato dato proprio dall’Italia. A seguito è riproposta l’intervista fatta nel 2016 a Camillo Cocchieri, dottorando originario di Cupra Marittima.

Cocchieri, in quel periodo, stava lavorando ad uno dei sistemi di isolamento di LIGO, per neutralizzare gli effetti delle scosse sismiche e rendere le misurazioni più precise. Attualmente è ancora un attivo membro del team americano.

Che cosa sono le onde gravitazionali? Perché la loro scoperta è così importante?

La Relatività Generale di Einstein ci mostra come la gravità sia la manifestazione della deformazione geometrica dello spazio-tempo, dovuta alla presenza di masse in una regione dello spazio. Le onde gravitazionali sono increspature del tessuto spazio-temporale che si propagano alla velocità della luce e vengono generate da masse in accelerazione: sono gli effetti radiativi del campo gravitazionale. Se la gravità è vista come la curvatura generata da una pallina posata su un tappeto elastico, allora le onde gravitazionali sono le increspature del tappeto che si propagano, ad esempio, dopo aver sbattuto con forza la pallina sulla superficie.

E’ possibile vedere l’effetto dell’onda come lo stiramento-schiacciamento armonico dello spazio in due direzioni perpendicolari fra loro nel piano trasverso alla direzione di propagazione dell’onda.

A causa della debole natura del campo gravitazionale però, la teoria prevede per la radiazione ampiezze piccolissime. Per captarle occorre rivolgerci a fenomeni intensi dell’Universo, come ad esempio le Supernovae (esplosioni di stelle). Sfortunatamente la frequenza di questi eventi nella nostra galassia è piuttosto bassa (1 ogni 30 anni) e dobbiamo quindi considerare i grandi ammassi galattici per aumentare un po’ la frequenza.

Le onde gravitazionali hanno una bassissima interazione con la materia attraversata nel loro percorso, e riescono quindi a conservare preziosissime informazioni relative alla sorgente, come buchi neri, stelle di neutroni, supernovae e sistemi di oggetti compatti in genere.

La portata di questa scoperta è paragonabile al momento in cui Galileo per la prima volta alzò gli occhi al cielo con un cannocchiale per scrutare la volta celeste, utilizzando la radiazione elettromagnetica visibile (la luce!) come fonte di ricerca; di diverso c’è che ora dobbiamo servici di strumenti non proprio maneggiabili come cannocchiali. Si utilizzano infatti interferometri, con bracci di lunghezza dell’ordine del chilometro.

Parliamo di LIGO, l’interferometro laser che ha rilevato per la prima volta queste onde; come è fatto, e come funziona?

Gli interferometri del progetto LIGO (Laser Interferometer Gravitational-wave Observatory), uno in Lousiana e l’altro nello stato di Washington, sono interferometri di tipo Michelson. A grandi linee sono costituiti da due tubi a vuoto di 4 Km di lunghezza perpendicolari l’uno all’altro poggiati a terra. Alle estremità dei tubi sono presenti degli specchi riflettenti mentre uno semiriflettente è posto a 45° nel punto in cui i tubi si incrociano. Un raggio laser è immesso da un’estremità, viene diviso in due fasci ortogonali dallo specchio semiriflettente, che proseguono il loro cammino all’interno dei bracci dell’interferometro. Una volta giunti a fine corsa, i due fasci vengo riflessi e si ricombinano lì dove si erano divisi, dando luogo a interferenza. L’ interferenza rivelata conserva informazioni precise sulla differenza in lunghezza dei due bracci.

Al passaggio di un’onda gravitazionale, come detto in precedenza, ci sarà uno schiacciamento dello spazio in una direzione e uno stiramento nella direzione perpendicolare che si manifesterà come un locale cambiamento della differenza della lunghezza dei bracci dell’interferometro. Questo fenomeno è quindi rivelabile tramite l’analisi dell’interferenza dei due fasci laser che lascerà una precisa impronta del passaggio dell’onda.

Un punto fondamentale è che si deve garantire che gli specchi creino quello che viene definito un sistema di riferimento in caduta libera: devono essere completamente svincolati da forze esterne mantenendo costante la distanza fra di loro. La soluzione adottata è un complesso sistema di isolamento attivo che culmina con la sospensione degli specchi con una coppia di fili.

Quello appena detto è però solo una fonte di rumore (rumore sismico) per l’interferometro; ne esistono molti altri che affettano diverse bande di frequenza. Basti pensare che, come monitoraggio sul segnale, si tiene anche conto dell’attrazione gravitazionale delle nuvole sugli specchi!

Nel febbraio 2016 è stato annunciato che LIGO, in collaborazione con il progetto VIRGO, aveva ufficialmente dimostrato l’esistenza delle increspature nello spazio-tempo teorizzate da Einstein. Dov’eri il giorno della grande scoperta? Come hai reagito alla notizia?

Il giorno della scoperta (14/09/15) ero al letto, era pomeriggio, controllavo le mail sul cellulare appena svegliato. Fra quelle appena ricevute ne noto una, parlava di un segnale rivelato molto interessante, si chiedeva se ci fossero state iniezioni di segnali fake di calibrazione… Da lì a poco si è capito che qualcosa di grande stava accadendo. Ero molto contento della notizia ma… non ho potuto condividerla con nessuno fino al febbraio successivo quando, dopo mesi di verifiche e test, si è deciso che finalmente era giunto il momento di rendere pubblico l’evento.

Come sei entrato a far parte del team di ricerca? Di cosa ti sei occupato nel periodo della tesi?

Quando ho avuto i primi contatti, frequentavo il corso di laurea magistrale in “Fisica delle Interazioni Fondamentali”, a Pisa.

Due anni fa, nel 2014, ho vinto una borsa di scambio INFN/NSF della durata di circa 3 mesi, per effettuare una ricerca estiva presso l’osservatorio LIGO di Livingston, in Lousiana, avendo come sponsor locale l’Università del Mississippi. Il progetto a cui lavoravo permetteva degli ulteriori sviluppi, così, una volta tornato in Italia, continuai la collaborazione. Poiché eravamo continuamente in contatto, giunto il momento di scegliere una tesi magistrale, ho avuto una proposta da loro per un lavoro sperimentale: dovevo sviluppare un sensore sismico insensibile alle inclinazioni del suolo, utile a garantire un migliore isolamento sismico degli specchi dell’interferometro. Come avevo accennato prima, l’isolamento sismico negli interferometri ha un ruolo cruciale.

Nel periodo della tesi, quindi, ho sviluppato un’idea appena nata per rendere possibile la cosa. Il principio di funzionamento è semplice: come un pendolo è idealmente insensibile alle inclinazioni del punto superiore di fissaggio, sospendendo opportunamente il sensore, si dovrebbe ottenere una sensibilità soddisfacente per gli standard LIGO. Mi sono occupato prima della progettazione, poi della modellazione del sistema, poi della costruzione e messa in opera…ed ora dobbiamo attendere fiduciosi i primi dati sperimentali definitivi.

L’ambiente di ricerca americano è in qualche modo diverso da quello italiano? Quali sono gli aspetti che hai apprezzato di più, durante la tua permanenza?

Purtroppo ho conosciuto solo il modello americano. Le mie brevi esperienze di ricerca (3 mesi in Lousiana e 6 mesi in Mississippi) sono state svolte tutte negli Stati Uniti, ma ho avuto comunque modo di scambiare opinioni con colleghi che hanno lavorato o lavorano in Italia. Il problema che ricorre nel paragone è sempre lo stesso, cioè la lentezza della macchina burocratica e finanziamenti pressoché assenti. La mia esperienza dal punto di vista della ricerca è stata entusiasmante. Ho avuto la possibilità di lavorare in un bellissimo ambiente; puntano molto su di te, dandoti praticamente carta bianca. Le risorse economiche sicuramente non mancano, permettendo di investire su strumentazione all’avanguardia, personale, viaggi di lavoro e la quasi assenza della burocrazia porta i tempi di gestione delle risorse a livelli bassissimi. Questo ha riguardato la mia personale esperienza, ma sentirei di estendere questo ritratto a tutta la nazione.

E quelli che ti sono piaciuti meno?

Come spesso mi capita di dire, quando sei in America si sente che c’è un oceano che ti divide da casa. La vita sociale e la società stessa è completamente diversa da come siamo abituati, specialmente nel sud degli States. Questioni di abitudini.

Pensi di tornare negli Stati Uniti prima o poi? Che progetti hai per il futuro?

Ho ricevuto da loro un’offerta di PhD, pensando di continuare a sviluppare il progetto a cui ho lavorato nei mesi passati. Ho accettato l’offerta, il cammino è ancora lungo ma, in fondo, desidero solo fare ciò che mi piace, la ricerca di base. Non dimentichiamo che comunque abbiamo anche un’eccellenza europea (italo-francese) nel campo della gravitazione sperimentale, il progetto VIRGO (osservatorio a Cascina, PI), che collabora strettamente con LIGO. Non escludo, quindi, il ritorno. Se accadesse, vorrei solo tornare più professionalmente maturo cercando, insieme a tanti altri ricercatori, di valorizzare la ricerca italiana e cambiare qualcosa, in un Paese ricchissimo di menti geniali.

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