GROTTAMMARE – Stai in spiaggia, lo vedi in costume e subito ti viene in mente: sicuramente è stato un atleta. “È stato” perché non è più giovanissimo e gli fai settantanni, anno più anno meno. Quando scopri che è nato nel 1932 non puoi fare a meno di meravigliarti e magari provare un pizzico di invidia. Stiamo parlando di Dante Bendin, professione portiere di calcio fino a quasi 40 anni. Ha giocato con la Samb e ha sposato una sambenedettese verace, Sandra l’ostetrica), ma non l’ho mai intervistato per farlo conoscere meglio agli sportivi della Riviera Picena. Era ora che rimediassi.

Come è iniziata la sua carriera?
“E’ iniziata nel 1949 (a 17 anni Ndr) a Bondeno di Ferrara con un campionato di serie C in cui andai discretamente. Finito il campionato ricevetti un’offerta dal Bologna per un provino. Fatto il provino mi dissero di tornare dopo 15 giorni. Nel frattempo però si interessò anche la Juve e così andai a Torino.”

Che Juve era?
“Era una Juve molto forte. In porta c’era Viola poi Parola, Karl e John Hansen e tanti altri campioni. Nel periodo del provino però sette o otto titolari di quella squadra erano in Brasile per i Mondiali (1950). Io rimasi lì la notte e la mattina dopo feci la prova con Cesarini (diventato famoso per i suoi numerosi  gol negli ultimi minuti di gioco: era l’allenatore in seconda ndr) e insieme a me c’erano altri sette portieri. La prova andò bene ma la Bondenese chiese 15 milioni di lire e la Juve si tirò indietro. A quel punto andai al Bologna di Dallara per 9 milioni.”

Per 9 milioni la Juve l’avrebbe preso, giusto?
“Forse per quella cifra la Juve avrebbe accettato ma a quell’età non avevo una grossa esperienza e poi a quel tempo le società decidevano loro senza ascoltare i calciatori. Sarei andato volentieri a Torino perché sono juventino di nascita e quindi mi sarebbe piaciuto.”

Quindi è andato al Bologna…
“A Bologna ero il secondo di Giorgelli ma quella stagione fu inficiata da un infortunio alla schiena e in più non trovai un grande ambiente. L’anno dopo andai al Verona in serie B in prestito e giocai un ottimo finale di campionato, ma anche lì subentrarono altri problemi societari. A quel punto, dopo un’esperienza a Venezia, tornai a fare la riserva a Bologna dove in tutto ho fatto tre anni in panchina senza mai scendere in campo e nel frattempo la proprietà passò da Dallara a Mondadori”

Poi è sceso in Serie C, giusto?
Si a Foggia inizialmente dove in una stagione feci 25 o 26 partite. L’estate dopo il Bologna mi inserì in uno scambio con Renna del Lecce e quindi mi trasferii in Salento dove sono rimasto per quattro anni, con un pubblico e una città meravigliosi. Poi un cambio di presidenza e il mio allenatore di Lecce mi chiamò a Siracusa dove rimasi per un anno.”

A quel punto entra nella sua vita sia la Sambenedettese che San Benedetto?
“Sì, l’estate dopo Siracusa tornai a Bologna per operarmi di menisco e conobbi mia moglie, che è sambenedettese, studiava da ostetrica proprio nella città felsinea. Ci sposammo nel ‘61 e così alla mia squadra dissi che sarei voluto andare a San Benedetto. Volevo fortemente venire qui e dissi al presidente: o vado alla Samb o torno a lavorare, perché ho sempre lavorato oltre a fare il calciatore.”

Che lavoro faceva?
“Lavoravo con i miei fratelli che erano commercianti di frutta all’ingrosso, avevano dei magazzini e frequentavano i mercati di Bologna e Milano”

Come avvenne il passaggio alla Samb?
“Seguivo da tempo la situazione e il mercato della Samb che in quel periodo aveva solo due portieri molto giovani fra cui Maurini. Andai dal presidente Roncarolo e gli spiegai la situazione, anche familiare, dicendogli che desideravo far parte della sua squadra, gli dissi: senza un portiere di esperienza lei rischia di retrocedere. Non mi sembrò interessato”

Poi cos’è successo?
“Nel frattempo parlai con l’allenatore di allora, Castignani, che conoscevo bene e gli spiegai che i due portieri che aveva erano troppo inesperti. Tornai da Roncarolo e mi sembrò molto più addolcito perché nel frattempo l’allenatore aveva spinto per me. Ci incontrammo qualche giorno dopo a Firenze all’Hotel Excelsior (sede allora del calciomercato. ndr) e lì trovai un accordo con l’ing. Gaetani anche se dovevo partire da riserva, ma dopo che la squadra raccolse due punti nelle prime quattro partite diventai io il titolare e feci due campionati di seguito da prima scelta”.

In quel periodo ha anche giocato con Franco Causio, giusto?
“Sì, il primo anno giocai con Causio che conoscevo bene dai tempi di Lecce e per un motivo molto curioso. Conobbi suo padre che distribuiva le bombole di gas alle famiglie e mi chiese se conoscevo suo figlio, 14enne all’epoca. Mi interessai e andai a vedere gli allenamenti dei giovani: tra lui e i suoi coetanei c’era una differenza abissale. Quando poi ero qui Alberto Eliani mi disse che era interessato a Russo, Causio e Sensibile del Lecce ma per motivi economici volevano soltanto Causio e mi chiesero un parere. Io risposi che l’avevo visto crescere e che era una meraviglia di giocatore”.

Aveva un bel carattere…
“Era abbastanza estroverso, anche un po’ furbetto perché qualche vizietto ce l’aveva anche lui. Tutto il contrario di Nicola Flammini (purosangue sambenedettese che a 17 anni esordì con Causio in serie C. Ndr), grande calciatore anche lui perché aveva caratteristiche simili ma era introverso invece come carattere (È scomparso giovanissimo. Ndr)”.

Dopo la Samb ha intrapreso la carriera da allenatore, anche se sempre in queste zone
“Ho preso il patentino di seconda categoria a Coverciano ma ho dovuto fare una scelta per la mia famiglia, quella di rimanere qui. Ho comunque fatto il secondo con Fantini alla Samb fino al ‘73 quando arrivarono Colomba, Vanello e Guidolin, grandi calciatori che però non legarono subito fra di loro e la squadra non rendeva. Dopo qualche partita io e Fantini fummo mandati via. Da lì poi ho proseguito a Grottammare dove per qualche anno ho fatto l’allenatore-giocatore.”

Insomma pare di capire che la sua carriera, nonostante tu abbia assaggiato la B a Verone forse poteva essere migliore con qualche coincidenza, come nel caso della Juve, o con qualche infortunio in meno
“Non ebbi infortuni banali. Mi sbagliarono l’ingessatura una volta e ho perduto settimane e settimane, ho subito un’operazione e cento giorni di gesso. Non giocando  per molto tempo non era facile recuperare, subivo parecchio il dover star fermo e questo mi danneggiò molto”

Un’ultima domanda: ci indichi il calciatore più forte con cui ha giocato?
“Un giocatore su tutti che poi non ha potuto giocare stabilmente in nazionale anche se qualche presenza l’ha fatta, era Cervellati del Bologna, ala destra, ma anche Gino Cappello, giocatori che avevano una classe incredibile”

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