SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Il nome Ferdinand Puentes, probabilmente, non suggerisce nulla al lettore; nel 2014, però, questo anonimo individuo provocò un certo clamore mediatico: era il 12 dicembre quando, al largo delle Hawaii, l’aereo su cui viaggiava precipitò in mare per un’avaria. Puentes, senza scomporsi eccessivamente, filmò l’atterraggio di emergenza con il cellulare, e una volta sul gommone riuscì perfino a farsi un selfie con il mezzo che affondava sullo sfondo.

La noncuranza del pericolo è un elemento sociale recente, e testimonia quanto le moderne tecnologie e gli elevati standard di vita abbiano reso i cittadini sicuri. Puentes ne è uno degli esempi più eclatanti, ma non certo l’unico, né il più tragico: nel 2016, una turista cinese è stata sbranata da una tigre in uno zoo safari, perché era scesa dalla macchina all’interno del recinto. Lo stesso anno, una donna americana è precipitata dal Grand Canyon, mentre tentava di farsi un selfie sull’orlo del dirupo.

In rete è possibile trovare notizie ed elenchi dettagliati delle morti più improbabili degli ultimi anni. I cosiddetti Darwin Award, a cadenza annuale, premiano addirittura i decessi e le automutilazioni accidentali più eclatanti.

Sempre più persone sembrano dunque dimenticare i rischi associati agli animali pericolosi, agli incidenti, ai luoghi impervi. Il fatto potrebbe sembrare strano, ma acquista una sua logica se si considera che nelle città ogni terrazza è circondata da una balaustra, ogni cane mordace indossa una museruola, e gli incidenti piccoli e grandi sono sempre più rari.

L’uomo contemporaneo, tuttavia, non ha affatto smesso di avere paura. Piuttosto, la vive in modo diverso. Quanto più la preoccupazione per la sopravvivenza si è affievolita, tanto più sono cresciute nuove forme di fobia, legate a problemi sociali e personali, con un impatto mentale piuttosto che fisico.

Oggigiorno la vita quotidiana di ogni individuo è una costante fonte di timore. Si comincia fin da piccoli, con la pressione dei buoni voti a scuola. Le interrogazioni, gli esami, la necessità di farsi apprezzare dai coetanei. In seguito, dopo la maturità, subentrano le preoccupazioni lavorative: c’è chi teme di rimanere disoccupato, chi di non arrivare a fine mese, chi di rimanere solo. Tutte queste paure alimentano un problema estremamente diffuso nella popolazione: lo stato d’ansia.

L’ansia si manifesta nella maggior parte degli individui, a vari livelli; in generale, è definita come la paura di qualcosa che accadrà in futuro. Questo qualcosa potrebbe essere un litigio, un brutto voto, o più vagamente una perdita di stabilità.

La scomparsa di punti di riferimento, in particolare, è da sempre il più grande terrore dell’uomo, antico e moderno. Si pensi ad un genitore che va via di casa, oppure ad un licenziamento. A creare disagio non è solo la delusione del momento, ma soprattutto la consapevolezza di dover ricostruire la propria vita dalle basi, affrontando un lungo e duro lavoro su se stessi.

Pensare troppo a se stessi, ai propri problemi, è il primo passo verso l’ansia, e la sua radice. Non affrontare un disagio, oppure associare stress e timori ad una situazione ricorrente è un altro elemento decisivo per l’insorgere del disturbo.

Con l’andare del tempo la paura può crescere, generalizzarsi, fino a diventare un sintomo aspecifico, che compare senza alcuna causa apparente e si manifesta in varie occasioni, semplicemente associando dettagli innocui di vita quotidiana ad un evento stressante vissuto.

Biologicamente, il senso di paura è governato dall’amigdala, una zona profonda del cervello deputata anche al controllo dell’aggressività. La peculiarità dell’amigdala è quella di reagire a qualunque situazione considerata pericolosa, innescando il meccanismo “combatti o fuggi”; non è stimolata solo da un pericolo reale, ma anche dal semplice pensiero di un pericolo. Il risultato è che il cervello umano non distingue la paura vera dalla paura infondata, ed il meccanismo tende inoltre ad autoalimentarsi: più si pensa ad un pericolo, più l’amigdala reagirà, facendolo sembrare più grande e spaventoso.

L’amigdala, in questo caso, ha un ruolo fondamentale nella previsione del pericolo, ed è un vantaggio inestimabile per la sopravvivenza. Tuttavia, quando i rischi quotidiani non sono veri rischi, e non vengono perciò correttamente valutati, può facilmente confondersi.

Una preoccupazione molto comune negli ultimi decenni è diventata la salute; la sensazione di malessere o dolore prolungato, nei soggetti sensibili, porta facilmente a concentrarsi sul proprio corpo, favorendo l’insorgere dell’ansia legata alla paura di star male. Per associazione psicofisica, alla fine, anche il malessere aumenta. Quella descritta è la tipica dinamica dell’ipocondria.

Il malessere fisico non deve essere necessariamente provocato dal dolore; lo stress e la depressione sono spesso le principali cause scatenanti.

Una volta arrivata, liberarsi dall’ansia non è semplice, e richiede un percorso da seguire con costanza. Il passo iniziale è smettere di focalizzarsi su se stessi, pensare ad altro. Per un semplice meccanismo cerebrale, la mente non è in grado di concentrarsi su due cose contemporaneamente; perciò dedicarsi a un hobby, intrattenere una conversazione, ascoltare musica o compiere altri semplici gesti aiuterà il cervello ad interrompere il circolo di paura. In questo modo, gradualmente, l’ansia si abbasserà fino a scomparire.

Per evitare che ricompaia, però, è necessario risalire alla causa scatenante ed esorcizzarla; il secondo passaggio è il più difficile, perché spesso i timori non sono legati ad un solo problema, ma ad una routine consolidata, fatta di stress e preoccupazioni giornaliere.

Uscire dalla quotidianità facendo attività diverse è un buon modo per risollevare l’umore e guardare la realtà da un altro punto di vista. Spesso anche il confronto con parenti ed amici può aiutare ad individuare un problema prima passato inosservato. Alla fine, occorre sempre tenere a mente che la maggior parte delle paure non hanno in realtà conseguenze rilevanti; i cambiamenti, anche se temuti, possono invece rivelarsi fonte di nuove esperienze, e anche di migliorie.

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