MILANO – Per l’economia italiana l’industria della moda vale 62 miliardi di euro, il 4% del PIL, ma il libero mercato propone nella stessa vetrina un miscuglio difficile da distinguere: il vero Made in Italy, il “Made in Italy” prodotto in Asia e i prodotti asiatici d’importazione. Il problema non è solo di etichette, ma anche di salute e di salvaguardia dell’ambiente. Cosa c’è davvero dietro al mondo della moda? Che cosa sappiamo degli abiti che indossiamo? Fino a che punto possiamo fidarci dei marchi?

“Petrolio” – il programma di approfondimento condotto da Duilio Giammaria che torna a partire dal 4 maggio tutti i giovedì su Rai Uno – ha seguito il “filo” dei tessuti, dalla loro nascita fino al momento in cui diventano capi d’abbigliamento pronti per essere acquistati.

In Europa esistono regole sull’uso di sostanze utilizzate nella produzione degli indumenti, ma non ci sono normative stringenti sui capi di importazione, e così nei nostri negozi si trova di tutto, anche abiti tossici: l’8% delle patologie dermatologiche europee –  dice il Rapex, il sistema europeo di allerta rapido per i prodotti non alimentari –  sono causate dalle sostanze chimiche rilasciate dagli abiti che indossiamo e anche in Italia i casi di allergia cutanee grave si moltiplicano.

“Petrolio” è andato alla Fashion Week di Milano per capire con gli stilisti di alcuni dei più prestigiosi marchi italiani quanto costa il Made in Italy oggi e quali le conseguenze sulle nostre produzioni della “fast fashion” la cosiddetta moda veloce, un fenomeno che ha rivoluzionato il mercato dove la domanda mondiale di fibre cresce a un tasso più alto di quello della popolazione mondiale. La puntata del 4 maggio sarà infatti intitolata “Dark Fashion – il lato oscuro della moda”. 

Cos’è rimasto delle produzioni italiane? Resiste solo chi punta sui prodotti dell’alta gamma, i distretti della lana e della seta, sempre più orientati alla clientela di lusso e sui tessuti sintetici “4.0”, la nuova frontiera del tessile italiano: la tecnologia è andata così avanti che è riuscita e creare tessuti con applicazioni impensabili fino a qualche anno fa, aprendo nuovi mercati, dagli iper-tecnici per sportivi e atleti alle tute spaziali. Il tessile italiano continua ad essere un’eccellenza che guarda al futuro. Ma il problema della guerra dei prezzi resta una minaccia, così come la necessità di delocalizzare per risparmiare. La “moda veloce” continua a spostarsi verso quei paesi che promettono mano d’opera a basso costo come il Bangladesh, il secondo polo di produzione del fast fashion dopo la Cina, simbolo della tragedia della produzione con fabbriche crollate e centinaia di morti. Ma una soluzione esiste, o almeno c’è chi ci sta provando. L’Etiopia è un Paese in forte crescita che ha deciso di aprire i suoi confini alle aziende sostenibili, innovative e che garantiscono condizioni di lavoro adeguate. Restano però ancora molti problemi da risolvere…

Alla puntata, che andrà in onda giovedì 4 maggio alle ore 23.20 su Rai 1, hanno collaborato Luigi Maria Perotti di San Benedetto del Tronto, che ha partecipato come regista e film-maker, e la giornalista Catia Barone di Fano, con l’aiuto di Maria Luisa Di Simone.

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