Di Alessandro Maria Bollettini

GROTTAMMARE – Al termine della giornata di studi in onore dei 1900 anni dall’ascesa al trono dell’Imperatore Adriano, si è tenuta, nel contesto del Teatro dell’Arancio di Grottammare la premiazione del concorso di scrittura giovanile dal nome: “Riflessi di Scrittura, i giovani marchigiani raccontano il passato”. Il concorso è giunto alla sesta edizione (seppur con una revisione del format classico), nonostante le difficoltà derivanti dagli sconvolgimenti dovuti ai sismi dell’ultimo anno ed all’allargamento del bacino di utenza della rassegna. Il concorso è infatti diventato a tutti gli effetti regionale, mentre un tempo raccoglieva partecipanti da sole tre province: Macerata, Fermo e Ascoli Piceno. Gli studenti degli istituti superiori regionali hanno dovuto elaborare un racconto breve originale che prendesse ispirazione da fotografie di monumenti e scavi archeologici marchigiani.

Dopo una prima scrematura dei brani da parte di una specifica giuria, si è giunti alla valutazione di 18 racconti “finalisti”.  A determinare il podio è stata una giuria di alto livello costituita da:

Mimmo Jodice, fotografo di fama internazionale;

la prof.ssa Alessandra Di Emidio, assegnataria dell’incarico di autonomia scolastica presso l’Ufficio Scolastico Regionale;

il dott. Francesco Erbani, redattore e responsabile Beni Culturali de “La Repubblica”;

la dott.ssa Simona Guerra, critica fotografica ed archivista;

il prof. Fabrizio Pesando, docente di Archeologia Classica presso l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale.

Il primo premio, che consiste in una borsa di studio da mille euro, è stato assegnato a Letizia Decembrini, del Liceo Classico Annibal Caro di Fermo, con un racconto dal titolo: “C’è stato un sogno, una volta, che era Roma”. Il racconto, che è stato letto davanti all’uditorio prima dell’effettiva premiazione, sarà disponibile per i lettori in fondo-pagina.

Il secondo premio è andato invece a Rita Amadio del Liceo Scientifico Rosetti di San Benedetto del Tronto, con il brano “Omnia mala sanat”.

A chiudere il podio è stata invece Elena Maria Eusebi, ancora del Liceo Classico Annibal Caro di Fermo con “La quarantesima coppia”.

A tutti gli altri quindici finalisti è stata assegnata una “menzione d’onore”, ad attestare un risultato comunque molto importante.

Ecco il testo vincitore di Letizia Decembrini, “C’è stato un sogno, una volta, che era Roma”, ispirato ad una foto dell’antica via consolare romana “Flaminia”.

Arrivavano sempre al sorgere del sole. Venivano da Roma con le vesti infangate e gli occhi stanchi,l’umor acqueo ferito dai capillari che si irradiavano dalla pupilla, il volto rubicondo degli avvinazzatie le tempie madide di sudore per la fatica. Livia era ormai avvezza ad attenderli sull’uscio della bottega paterna e non sentiva mai la fatica o il sonno intontirle l’animo. I mercanti percorrevano Forum Sempronii con il dinoccolato passo dei superbi ed era semplice riconoscere il loro arrivo dal ciottolio delle ruote dei carri lungo la pietra calcarea. Così, non appena l’ultima stella malinconica scioglieva l’abbraccio con Luna, Livia saltava giù dal proprio giaciglio e correva in strada. I mercanti la vedevano accucciata in terra dinanzi ad una bottega fatiscente e si fermavano per pietà a chiederle cosa ci facesse una ragazzina sveglia a quell’inconsueta ora del mattino. Livia cercava risposte.“Parlatemi di Roma” diceva e i mercanti digrignavano i denti per il disprezzo e sputavano in terra prima di riprendere il cammino. Livia però non disperava e s’accomodava meglio sul masso levigato, lisciandosi le pieghe della tunica logora. Arrivavano altri uomini con le loro merci, alcuni passavano avanti senza guardarla, altri si fermavano e le chiedevano indicazioni. Rare volte qualcuno di loro aveva soddisfatto la sua richiesta e lei aveva  conservato con una cura sempiterna quelle preziose informazioni che le erano state concesse. Un vecchio che abitava presso Campo Marzio, il quarto rione, le aveva raccontato che il tribuno Caio Sempronio Gracco fosse solito affidare ad un suonatore di flauto il compito di avvertirlo con note alte se il suo eloquio alla folla stesse diventando troppo caloroso o, con note più basse, se sprofondasse nella monotonia; Livia così, sorridendo a quella scena, aveva disegnato nella sua mente l’immagine fittizia di questo famoso tribuno e le era parsa incredibile la somiglianza con Etius, suo nonno materno.

Qualche tempo dopo un giovinetto sbarbato che vagava alla ricerca di avventure le aveva descritto, con un sorriso di pura malizia in volto, la vita all’interno dei lupanari nella suburra delle mura cittadine e lei, ancora pudica come una bambina, s’era colorata d’un rosso acceso e l’aveva spinto via. Mentre lo osservava allontanarsi per la strada con quell’andatura scomposta e giocosa, però, le era venuta quasi voglia di correre e seguirlo, di farsi portare in giro per quelle terre che avevano ancora tanto da offrirle e infine di farsi accompagnare a Roma e permetterle di innamorarsi, con i propri occhi, del suo desiderio ancora astratto. Aveva visto Roma decine di volte nei suoi sogni e se l’era immaginata immensa e meravigliosa, piena di gente, piena di voci e di colori, piena della vita che lì, sperduta tra quelle colline, le mancava. Un mercante di grano le aveva parlato del Teatro e si era innamorata di come fosse possibile essere, per sole poche ore, qualcuno estraneo a se stesso grazie ad una maschera. Un venditore di gioielli una volta aveva cercato di venderle un bracciale del colore del sole e lei, che attraverso le pietre cerule aveva sentito l’odore incantevole di Roma, era stata sul punto di accettare l’offerta, se solo avesse avuto abbastanza denaro. Demea, l’artigiano che aveva bottega a poca distanza da quella di suo padre, era un vecchio burbero e irascibile ma sapeva che aveva passato parte della sua vita a Roma e perciò aveva tentato di instaurare con lui un dialogo civile. Tra gli abitanti del luogo girava la voce che il vecchio artigiano fosse stato un tempo uno schiavo e che, dopo essere stato affrancato, si era rifugiato tra quelle sperdute colline con l’intento di dimenticare la sua vita precedente; i più avvezzi alle chiacchiere sibilavano che Demea avesse ancora le cicatrici inflitte con il nerbo lungo la schiena e a quell’immagine Livia non aveva potuto fare a meno di provare un moto di compassione nei suoi confronti. Suo padre, in vero, l’aveva ripresa per essersi avvicinata al vecchio e l’aveva intimata di stargli lontano; Livia non ne comprendeva il motivo, ma temeva suo padre e non voleva che si adirasse. Leontide – così si  chiamava – era a conoscenza dei vaneggi di sua figlia su Roma ma in maniera confusa, disinteressata e apatica, come se si trattasse di un qualcosa a lui estraneo. Solo quando la moglie dell’orafo si era intrufolata nella sua bottega, sibilando con fare cinico che l’ingenua Livia stava fantasticando troppo su Roma, solo allora suo padre era stato colto da un moto d’indignazione e l’aveva raccomandata di stare con i piedi per terra. Livia, però, aveva la testardaggine di un mulo. All’alba del primo giorno delle Calende di Maggio, un carro pieno di cereali percorse Forum Sempronii diretto verso Roma.

Livia lo sapeva, perché quel carro compiva lo stesso viaggio ogni mese e lei, ogni mese, lo osservava procedere con abulia, progettando il suo futuro. La fuga avvenne quel giorno. Livia era scappata di casa al primo saluto del sole e non appena il conducente si era distratto per la stanchezza, lei era saltata su e si era nascosta tra i sacchi d’avena. Il viaggio era durato una quantità di tempo che non sarebbe stata in grado di descrivere, perché si era ritrovata a piangere, riflettere, pentirsi di quella scelta ma poi rallegrarsi per aver lasciato i campi che la opprimevano. Capì d’essere giunta a Roma dalle voci. Le parole le giungevano ovattate a causa dei sacchi di tela sotto cui era nascosta, ma le sentiva ed erano vive e vere, e c’erano grida di giubilo, donne che chiamavano i figli, venditori di spezie che gridavano per attirare l’attenzione dei clienti, odore di carne bruciata che le solleticava le narici sensibili. Livia non resistette più e buttò via la coperta che le aveva celato tutto quel mondo. Il Foro e la sua vita la circondavano, Roma e la sua magnificenza le rubavano gli occhi.

Roma non era più un sogno.

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