SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Da www.sambenedettesecalcio.it: “Il 24 aprile di 80 anni fa nasceva a Firenze una, se non LA bandiera storica della Samb, Paolo Beni. A soli 23 anni, Beni, proveniente dalla Rondinella, squadra che militava nella Prima Categoria Toscana, debuttò con la maglia della Samb in Serie B, totatlozzando 89 presenze e 12 reti nei campionati cadetti disputati prima della retrocessione in Serie C avvenuta al termine della stagione 1962-63.
Il centrocampista toscano veste la maglia rossoblù anche nei successivi campionati di Terza Serie, divcentando così il calciatore della Samb copn il più alto numero di presenze sia complessive che di capitano.

Scoperto dal talent’s scout Alberto Eliani che lo preleva dalla Rondinella Firenze come centravanti-interno, negli anni seguenti ha ricoperto sia il ruolo di centrocampista che quello, definitivo, di “libero”. E’ il calciatore della Sambenedettese a detenere il maggior numero di presenze in campionato, 415 gare totali, da cui nacque la definizione di “Alfiere”. Altro record imbattibile è quello delle presenze consecutive: 140 (senza saltarne nessuna) nelle gare di campionato dal 16 giugno 1968 al 5 marzo 1972b , l’equivalente di quasi 4 stagioni intere.

Altro primato, l’assenza di espulsioni nel corso di tutta la sua carriera in maglia rivierasca.

Il 13 ottobre 2008 è stato insignito dal Comune di San Benedetto del “Gran Pavese Rossoblù”.

Nel giorno del suo ottantesimo compleanno, abbiamo deciso di intervistare Il Capitano e di ripercorrere insieme alla Samb alcuni dei momenti salienti della sua carriera con la casacca rossoblù:

Qual è il momento più bello e quello più brutto di tutta la carriera da calciatore della Samb?

Di momenti belli ce ne sono stati tanti: quello di giocare in B, vedere questo campo pieno di gente, lo striscione “Paolo tu si na cosa grande” che ti emoziona in maniera incommensurabile, vedere i tuoi figli che entrano a giocare nella Sambenedettese. Io non sono di San Benedetto ma, a livello sportivo, penso di essere più sambenedettese di altri. Vedere i figlioli con la maglia della Samb è una grandissima soddisfazione. Se parliamo di calcio giocato, una partita che ricordo particolarmente è la gara contro la Spal in Coppa Italia. Io feci due gol ed ero appena arrivato, andai sui titoli di tutti i giornali e passammo il turno, dove al successivo affrontammo la Juve, ma quella gara non la giocai perchè stavo poco bene. L’incidente di Strulli fu, invece, uno dei momenti più tristi che vissi come calciatore. Mentre lo stavano portando via su di un cartellone pubblicitario, Monaldi si girò verso di me e mi disse: “Paolo, questo è un incidente grave”. Quella è stata una domenica che poi ci segnò per tutto l’arco del campionato, ed oltre. Quando andammo a giocare a Trapani, ricordo che fummo accerchiati fuori dall’hotel dove eravamo in ritiro da una ventina di persone che ci gridarono “Assassini! Assassini!”. E’ stata una disgrazia. Nelle foto dell’epoca si vede chiaramente che Alfiero Caposciutti è con la gamba ferma e lui batte la testa contro il suo ginocchio.

Quali qualità e caratteristiche deve avere un calciatore per ricoprire il ruolo di capitano in una società come la Sambenedettese?

San Benedetto ha una sua peculiarità: vuole vedere il giocatore che dà l’anima. Non è importante che giochi sempre bene ma che giochi per la maglia, per la squadra e dia in campo tutto se stesso. Deve essere diplomatico, ovvero un mediatore tra la società e i calciatori: deve capire le esigenze della società e, nello stesso tempo, salvaguardare i calciatori. Ci sono stati dei periodi, quando giocavo, che non percepivamo gli stipendi. Io, da capitano, andavo dai dirigenti della società, con molta calma e senza clamore, cercando di prendere qualcosina per far sì che la squadra andasse in trafserta tranquilla e serena. Se in campo un giocatore dà l’anima, è difficile che un tifoso lo fischi. Per la società questa è una piazza favolosa, forse per i calciatori un pò meno, se le cose vanno male (ride, ndr). Ricordo la mia prima esperienza da ds nel primo anno che siamo retrocessi in Eccellenza. Allo stadio c’erano 2000-2500 persone e la squadra era stata composta in 7 giorni insieme a Chimenti da tantissimi giovanissimi, con una spesa totale di circa 300 milioni, puntando quasi esclusivamente su calciatori provenienti da San Benedetto. A casa ho un libro con tutte le formazioni degli anni precedenti e, sfogliandola, ho notato che in rosa c’erano minimo due o tre calciatori provenienti da San Benedetto, caratteristica che negli ultimi anni è venuta a mancare.

Fiorentino di nascita, sambenedettese d’adozione, si è creato un fortissimo legame tra lei e tutta la città di San Benedetto. Qual era il rapporto tra la squadra e la città in quel periodo?

Voglio dire una cosa in favore dei tifosi della Sambenedettese: si parla tanto delle famose “ombrellate”, di sputi, ecc.. ma spesso questi episodi erano isolati. Noi avevamo la spogliatoio sotto la tribuna centrale. Da un lato c’erano gli scalini dove si spogliavano i più bassi, un bagno senza tenda – ma per me era bello lo stesso – e dall’altro lato si apriva il cancello e si usciva in campo; si chiudeva il cancello e c’erano i tifosi. Ciònonostante non è mai successo niente. Nessun tifoso si è mai permesso di toccarci. C’è stata solo un’invasione, contro il Palermo. L’arbitro diede un corner ai rosanero al 93′ che non c’era e lì segnarono di mano. L’arbitro convalidò la rete, andò al centro, fischiò la fine e andò via verso gli spogliatoi. Il carattere del sambenedettese è sanguigno ed il Ballarini era una vera e propria fossa dei leoni. Quando venne qui a giocare la Lazio, c’era un certo Maraschi, al quale, in quell’incontro, feci un fallo da ammonizione. L’anno successivo andò alla Fiorentina e lo incontrai nell’officina di mio fratello situata nei pressi dello stadio Artemio Franchi e mi disse: “Cosa vi danno per caricarvi così tanto?” ed io risposi: “E’ il pubblico che ci dà la carica e ci sostiene per tutta la gara. Anche se non sei al massimo, ti spinge a dare il 110%”. Quando giocava la Samb era una festa: tutti venivano allo stadio in giacca e cravatta, come se si partecipasse ad una funzione liturgica. Quando si giocava contro l’Ascoli poi, ritornavano le barche al porto (ride, ndr). C’era questo amore viscerale tra i calciatori ed i tifosi che caratterizzava la piazza di San Benedetto. Più volte i tifosi mi hanno invitato nelle loro case a mangiare, ma se avevano qualcosa da dire riguardo il rendimento in campo, lo dicevano senza peli sulla lingua. Era un rapporto intimo e molto schietto. Il pubblico sambenedettese è una cosa favolosa, che mi è rimasta sempre nel cuore. Se un calciatore ha giocato sempre lì ed rimasto lì a vivere, vuol dire che qualcosa di buono ha dato alla squadra e alla città. Non solo: nella classifica dello sportivo ideale stilata dal quotidiano sportivo Stadio sono arrivato 33° insieme a sportivi di tutte le discipline di fama mondiale. Quando vidi il giornale all’inizio non gli diedi importanza, poi, ripensandoci esclamai: “Mamma mia, che onore essere nella stessa lista di sportivi del calibro di Zoff, Causio, Thoni, Adorni!”.

Il sogno sportivo per la Samb

Credo che l’obiettivo primario sia quello del ritorno in Serie B, perchè quello è il posto che ci spetta. Vedendo le realtà che ci sono in Serie A, come tifoseria, ce la potremmo permettere tutta; come società c’è da strutturarla ancora, partendo dal settore giovanile, valorizzando i giovani attraverso degli istruttori preparati. Toccare la Serie A sarebbe meraviglioso, però dobbiamo riprendere prima in mano la B. Se una società ha il settore giovanile con un buon vivaio, ha più probabilità di vendere i propri giovani e, dall’introito che ne consegue, avere le risorse necessarie per fare il salto di categoria. A quel punto le società blasonate avranno più piacere nel far giocare i propri giovani in prestito in quel club, valorizzandoli al massimo delle loro potenzialità. Ricordo che in B avevamo diversi giocatori, tra cui Campanili che provenivano dalla Juventus e disputarono ottimi campionati.

Ad 80 anni come si vede Paolo Beni?

Li trascorro nel settore giovanile del Grottammare, dove mi diverto. Ma gli ottant’anni li vivo soprattutto in famiglia, con i miei nipoti Jacopo ed Alessandro, che da poco mi ha reso bisnonno grazie alla nascita della piccola Alessandra, figli di Giancarlo ed Elena e Chiara, quest’ultima giocatrice di pallavolo a Grottammare, figlie di Roberto.

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