SAN BENEDETTO DEL TRONTO – “Per noi è un nuovo inizio”: lo afferma Massimo D’Alema, ancora Lider Maximo stavolta a battesimo del movimento politico “Articolo Uno” a San Benedetto e nelle Marche. Dopo la puntata pomeridiana ad Ancona, D’Alema giunge in una sala consiliare gremita, con al fianco l’ex sindaco e dalemiano doc Paolo Perazzoli, anche lui, come D’Alema e molti altri, facenti parte della nutrita cerchia degli “scissionisti” e in forte contrapposizione con il Pd e soprattutto il segretario Matteo Renzi.

Di seguito le sue prime dichiarazioni, rilasciata a Giuseppe Buscemi. Aggiorneremo sullo svolgimento della serata.

Dopo l’introduzione di Pietro Caserta si sono intervallate le dichiarazioni di Daniele Lanni, responsabile giovani precari della Cgil, Riccardo Morelli, intervenuto sulle questioni istituzionali, Roberto De Angelis, sindaco di Cossignano, Lara Ricciatti, parlamentare di Articolo Uno: “Riprendiamoci le piazze di tutte le città d’Italia. Ci siamo distaccati dal mondo del lavoro scegliendo di essere equidistante da Confindustria e il sindacato”.

Quindi ecco D’Alema: “Il nostro inizio vero sarà il Primo Maggio quando inizieremo i tesseramenti. Il nostro obiettivo è quello di un grande partito che incalzi il Pd, superando la logica del frazionamento delle liste, occorre un atto di generosità da parte di tutti per creare una alternativa alle politiche sbagliate di impronta berlusconiana che hanno caratterizzato Renzi e che sia anche una alternativa al confuso populismo di Grillo. Non confondo i suoi elettori, ma le pulsioni che attraversano quel movimento sono varie e contraddittorie, e se si condividono le critiche ai privilegi, l’odio verso i sindacati o la campagna contro gli immigrati sono aspetti allarmanti del populismo grillino. Inoltre, come cittadino di Roma, c’è anche l’assoluta difficoltà a governare. Se non si può camminare neppure nei giardinetti davanti alla Rai perché sono invasi dall’immondizia… vogliamo anche essere alternativi alla destra, ora indebolita dalle divisioni, ma che riunita potrebbe essere ancora maggioranza.

Un quadro allarmante: nel 2008 i poveri assoluti erano 1,5 milioni, oggi 4,5 milioni. Siamo ultimi nella crescita europea, abbiamo fallito le riforme come quella della Costituzione, che pure era necessaria in alcuni passaggi ma Renzi ha fatto della riforma la chiave per spostare il potere dal Parlamento al Governo. C’è stato un veleno di tipo autoritario e plebiscitario che ha portato al rifiuto degli italiani. Così come la legge elettorale.

Il risultato finale è stato un rilancio della destra: quando si fa l’imitazione della destra o l’imitazione di Grillo nella campagna referendaria: il maggior partito italiano che fa i manifesti 6×3 “meno politici”, quando noi dovremmo batterci per più partecipazione politica. Anche in questo caso i cittadini scelgono l’originale.

Così abbiamo perso Roma, consegnata al M5S, abbiamo cacciato il nostro sindaco come se fosse un ladro di polli e l’abbiamo consegnata. Nessuno ha risposto di questo, nulla. In Emilia abbiamo avuto 500 mila voti; l’arroganza, la mancanza di cultura politica di un gruppo dirigente non è classe dirigente ma ceto politico nel senso più deteriore del termine.

Uno di questi giovanotti è venuto a dirmi che loro si sono ribellati a noi, dicendomi che con noi avrebbero fatto al massimo i sottosegretari. Lasciatemi essere anche arrogante: ci vuole un certo livello di cultura, di senso dello Stato, di conoscenza dei problemi.

Dopo l’esperienza del Porcellum si riscrive una legge elettorale incostituzionale, come gli dissi allora. Se lo si riscrive incostituzionale per la seconda volta non si è ancora arroganti, ma si è ignoranti e non all’altezza del compito. Stiamo per andare al voto senza una legge elettorale o forse senza riuscire a dare governabilità, per colpa di un gruppo inetto.

Noi siamo qui per la sinistra ma anche per riportare in campo la serietà della politica di fronte ad un degrado del dibattito politico che è impressionante. Questa è la modernità? Il nuovo che avanza? Dio ce ne liberi.

Io entrai nella direzione del Pci nel 1975, discutevo con Amendola, Ingrao, Terracini. Se penso a quei dibattiti e penso a ciò che la politica è diventata oggi, mi si stringe il cuore. Io per sei mesi non ebbi il coraggio di prendere la parola, tale era l’impressione, il livello e la forza, pure in un contesto ristretto.

Era un mondo diversa, si erano formati nella lotta antifascista, anche per gli altri partiti, non si erano formati nel retrobottega di Banca Etruria. Capisco la necessità di comunicare, ma dietro i tweet devono esserci i libri, sennò si vede. Gli altri paesi europei sono governati da classi dirigenti di alto livello, non improvvisate.

Anche per questo c’è Articolo Uno. Un nome che ho voluto, Mpd non mi piaceva. Il titolo primo della Costituzione portano l’impronta indelebile del cattolicesimo democratico e della sinistra, quindi l’indicazione dei valori fondamentali a cui ispirarsi e un programma della Repubblica, come all’Articolo 3.

La democrazia oggi è insidiata innanzitutto dalla crisi economica, nel mondo 8 persone sono ricchi come 3 miliardi e mezzo di individui. La democrazia è ferita dalla diseguaglianza economica, dal controllo dei mezzi di comunicazione. La democrazia oggi è un terreno di lotta. Nessuna Costituzione di un paese capitalistico dice la stessa cosa come il nostro Articolo 1.

Capite quanto è attuale e moderno l’idea che la democrazia appartenga al popolo in un sistema che invece vede la delega al capo come elemento ordinario. Articolo Uno è il nostro programma, figlio delle culture politiche da cui nacque il Pd, ma quelle radici sono state lasciate essiccare. Oggi il Pd è una sommatoria di clientele e comitati elettorali, come dice tra l’altro Orlando, candidato alla segreteria. Questa era la Dc, ma quella di Gava, non quella di Moro.

Anche qui, noi vogliamo una idea diversa della politica, vogliamo fare un movimento che discuta, chi aderisce sarà chiamato a decidere con il voto, non i passanti o le tessere comprate a centinaia con la carta di credito. Questo non sarà ammissibile, in Articolo Uno.

Quindi sulla selezione e magari su un sistema di formazione della classe dirigente. La politica non è solo tecniche di funzionamento della politica e della legislazione, è anche una sorta di scienza delle scienze, che comporta una competenza specifica. E’ la forma più alta di attività intellettuale, diceva Gramsci (poi cita Weber e Benedetto Croce).

Tutto questo ha preso piede in modo inquietante in Italia. Arriva la Raggi o “diverse incompetenze al servizio del paese”, afferma Renzi. Poi le paga il Paese.

Vogliamo affermare un’idea diversa dello sviluppo del paese, la ricetta renziana è fallita, cresciamo meno della metà della Germania, un terzo di Spagna e Portogallo, nonostante il periodo passato ci fossero le migliori condizioni di sempre: euro svalutato grazie a Draghi, un grande vantaggio per le nostre esportazioni, basso costo del lavoro, basso costo del denaro. Siamo al palo perché c’è stata una politica sbagliata, illudendo come la destra neoliberista: abbiamo dato moltissimi soldi ai ricchi, trasferendo 18 miliardi di euro a fondo perduto alle grandi imprese.

In Italia crescono solo i profitti, notizia che i giornali non pubblicano perché i proprietari dei giornali sono coloro che beneficiano di questo. Repubblica parla bene di Renzi: il proprietario di Repubblica doveva 650 milioni di euro a Monte dei Paschi, uno degli imprenditori che hanno portato la banca in fallimento. Il governo ha messo i soldi che mancavano, per forza quindi Repubblica ne parla bene. Per forza, c’è un sentimento di gratitudine. Se il debito lo aveva un artigiano gli portavano via la casa.

Tutto questo doveva produrre una grande ripresa economica: invece no, perché questa ricetta, semmai ha funzionato, non funziona più. I problemi dell’Italia sono altri: ad esempio la bassa produttività del lavoro che derivano dalla scarsità di investimenti pubblici nella ricerca e nella formazione. Questo non lo faranno i privati.

Nell’ultimo anno di governo di Romano Prodi, lo Stato investì 42 miliardi di euro, l’anno passato 28 miliardi.

Il taglio indiscriminato della spesa pubblica sta facendo collassare le autonomie locali. Non mi interessa il taglio delle province, mi interessa quello che le province facevano: manutenzione delle strade, oggi non si sa chi deve farlo né con quali soldi. Ma ci rendiamo conto? Questa è una classe dirigente dotata di avventurismo istituzionale.

Lancio un grido d’allarme: se va avanti questa linea di tagli alla spesa, io vedo oramai gravemente a rischio il sistema sanitario pubblico, noi spendiamo il 6,4% del Pil per la Sanità pubblica, un punto e mezzo sotto la media dei paesi europei. Quest’anno abbiamo avuto più di un milione di italiani che hanno rinunciato a curarsi perché non potevano pagare i ticket, e per la seconda volta in due anni l’aspettativa di vita è diminuita. Rischiamo di preparare una Sanità di Serie C: è in arrivo un’ondata di nuovi farmaci anti-tumorali, la diseguaglianza economica diventerà una diseguaglianza di vita. Questo significa colpire uno dei capisaldi della civiltà europea, inclusiva, che ha garantito alcuni diritti fondamentali a tutti.

Una sinistra moderna deve porsi dei problemi su questi aspetti, tanto più che nel Pd questi problemi non se li pone più. Quando il capo del partito dice che per l’Italia ha fatto più Marchionne, cittadino del Lussemburgo, che i sindacati, ecco che quello non era più il nostro mondo.

Questa è la sfida a cui siamo tutti insieme chiamati. Non può essere responsabilità di un gruppo dirigente. Noi lo facciamo con grande piacere, da quando siamo usciti dalle acque putride dove eravamo finiti, ho l’impressione di avere dieci anni di meno. Ho bisogno di persone che abbiano venti, trenta, quaranta anni di meno. Costruire un movimento è opera impegnativa: innanzitutto di pensiero, per costruire un programma. Avvieremo un grande lavoro programmatico con la conferenza che faremo a Milano, poi fare le tessere, organizzare, creare i comitati, andare nei paesi, eccetera.

Vogliamo lavorare per mettere tutti insieme: incubo pensare di andare alle elezioni con Articolo Uno, Sinistra italiana, Campo Progressista. Sarebbe un suicidio collettivo. Dobbiamo andare alle elezioni con una grande forza alla sinistra del Pd con prospettiva di un voto utile, perché eserciteremo un ruolo. Non abbiamo una vocazione minoritaria. Siamo un nucleo che parte ma con l’obiettivo di costruire una grande forza popolare. Insieme, con pazienza, qualche rinuncia e qualche orgoglio personale di meno.

Non ci renderanno facile il cammino, Renzi cerca di farci morire sul nascere e il M5S non vogliono che noi trasformiamo il malcontento in cambiamento.

Renzi non ha intenzione di fare la finanziaria perché non saprebbero dove cominciare, quindi la politica potrebbe avere una forte accelerazione e andare al voto molto presto.

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