LONDRA – C’è un figlio che cerca instancabilmente suo padre al centro dell’ultimo lavoro del regista sambenedettese Luigi Maria Perotti.

Il film, girato tra Inghilterra e America (si tratta del primo film inglese del regista) racconta il viaggio interiore di Calum Best il cui padre che sfugge alla sua conoscenza non è un padre qualsiasi, ma una icona del calcio mondiale, George Best, morto a 59 anni di cirrosi epatica, pur essendosi sottoposto ad un trapianto di fegato tre anni prima. George Best, genio del calcio scovato in Irlanda del Nord dal Manchester United negli anni ’60, capocannoniere ininterrotto per cinque anni consecutivi con 157 gol all’attivo, pallone d’oro nel 1968, veniva chiamato “il quinto Beatle” per i suoi comportamenti, il suo stile di vita, i suoi eccessi, il suo spirito anarcoide e libertario. Nel 1981 George era diventato padre a San Jose – California, ma la paternità non mitigò in nessun modo gli eccessi a cui si sottopose. Per questo Angie Best, moglie di George e mamma di Calum, si separa dal marito già l’anno successivo alla sua nascita per divorziare definitivamente nel 1986. Calum vive così la sua infanzia ed adolescenza senza il padre accanto, cosa che alimenta in lui il mito di una figura sconosciuta e desiderata allo stesso tempo.

Ma quando finalmente decide di trasferirsi a Londra per cercare un rapporto vero con lui, conosce il lato oscuro del calciatore, divorato dal vizio dell’alcol, divenuto ormai una malattia. Quella malattia che lo porterà alla morte nel 2005.

Luigi Maria Perotti, non nuovo all’indagine del rapporto genitore/figlio nei suoi lavori (ricordiamo “La via di mio padre” in cui è Roberta Peci a compiere un viaggio verso la ricostruzione della figura del padre Roberto, ucciso dalle BR prima che lei vedesse la luce), dà vita ad un percorso di profonda intensità e testimonia il cambiamento psicologico subito da Calum nei tre anni in cui si sono svolte le riprese. Presentando il documentario alla stampa, Calum ha più volte dichiarato il valore terapeutico del documentario che lo ha trasformato da ragazzo arrabbiato e rancoroso verso un padre che lo aveva relegato al secondo posto nella sua vita, in un uomo consapevole delle proprie capacità. Durante i tre anni delle riprese, iniziate nel 2013, Calum ha condiviso le sue debolezze con la famiglia, gli amici, i conoscenti e gli amici del padre, cambiando, di fatto, il suo stesso approccio alla vita.

Un lavoro che espande il registro proprio del cinema documentario rendendo limitativa questa stessa definizione. “My Best” è il racconto di un regista diventato amico, di un ragazzo diventato adulto; è un dispositivo, che racconta una storia che è resa possibile proprio grazie al girato. Aprendo a nuove frontiere del filmmaking.

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